Le disavventure dello scultore della Madonna dei marinai

– di Maria Gisella Catuogno

Vicissitudini e ingiustizie nella vita dell’artista toscano Zulimo Rossellini approdato nel paesino di Cavo sull’isola d’Elba per condurvi “una vita onesta e bonaria”. La delusione per il monumento funebre a Ugo Foscolo, mirabile e poderoso sarcofago di marmo di Carrara, escluso da Santa Croce perché Rossellini non possedeva la tessera fascista.

(…) ed ora sull’altare di S. Giuseppe i cavesi hanno voluto far innalzare una loro statua bella, quale non hanno mai visto così bella: la statua della madonna cara ai marinai. Autore della mirabile opera è un artista che dimora al Cavo (Isola d’Elba) da tanti anni e che non può restare a lungo lontano dal mare che lo ha consolato e animato nelle vicende e nei ricordi spesso amari della sua nobilissima vita. E’ lo scultore Zulimo Rossellini fiorentino. Egli era ancora quasi adolescente quando il suo nome corse per gli ambienti artistici come il nome di un vincitore. Ma quel sorriso di buona fortuna mutò presto; ed egli patì ingiustizia: uno dei patimenti più gravi quando colpisce l’artista nella sostanza della sua arte. E venne lo scultore fiorentino a cercare fra gli scogli dell’arcipelago toscano la sua pace: prima a Capraia, poi al Cavo, dove rimase a condurre una vita onesta e bonaria, ora schiva e taciturna, ora abbandonata e festosa nella sua interezza nota solo a quei pochissimi che possono goderne la confidente amicizia. Ed ha un suo intimo, quasi geloso amore dell’arte, che per lui è compostezza e armonia e unità e semplicità, senza i torbidi, inquieti, insinceri attorcimenti dei ricercatori metodici di novità. Rossellini ha modellato la Madonna per la Chiesa del Cavo.

Quella sua istintiva ricerca di decoro e di eleganza, quella fuga dalla vacuità degli enigmi ornamentali, quel suo gusto di modellatura limpida e chiara,quel suo tono quasi melodico dei lineamenti e degli atteggiamenti appariscono in questo ultimo lavoro come in una felicissima ripresa e rogressione della sua operosità artistica. La Madonna è ritta in piedi, con il capo velato, ed un manto liscio che l’ avvolge tutta lasciando scoperta la veste davanti, che scende a pieghe ripide ed uguali come in certe statue arcaiche. E’ una immobilità quasi trepida, piena della vita inconoscibile e profonda che spira da un divino mistero, nella purissima giovinezza di quel volto dove l’amore e la pietà, senza le consuete leziosaggini, si compongono in una indissolubile forza di celeste potere. C’è in quella statua qualche cosa che ci prende a poco a poco e ci commuove per quell’alito di beatitudine dolorosa e maestosa ch’è proprio della santità cristiana.
Così Zulimo Rossellini ha portato dinanzi all’altare la sua arte ignara di mercimoni e di servitù e fra le tante impurità del secolo, per la piccola chiesa avanti al mare, ha plasmato con l’anima assorta e con le mani esperte la immagine sacra: Mater Purissima.

Queste parole di Concetto Marchesi, che apparvero sull’Osservatore romano del 20 settembre 1942, in un articolo intitolato La Madonna del Cavo, ricostruivano il doloroso destino artistico e umano di un valentissimo scultore fiorentino, Zulimo Rossellini, che fu abituale frequentatore, dagli anni ’30 fino al 1943, dell’Isola d’Elba, per lui un luogo dell’anima, che leniva, con la dolcezza del clima, dei paesaggi marini e collinari e con la schietta ospitalità dei suoi abitanti, le sofferenze di un uomo sensibile e raffinato umiliato dalla prepotenza del potere e della storia.
Le vicissitudini di questo artista fiorentino sono state ricostruite da Alessandra Povia e Massimiliano G. Rosito in un saggio dal titolo Ugo Foscolo da Firenze a Pavia cui segue il sottotitolo Settanta anni di strane peripezie per un monumento eccezionale ma sconosciuto, edito nel 1998 da Città di Vita, Firenze.
Dunque, Zulimo Rossellini, ancora poco conosciuto nell’ambiente artistico fiorentino, per la giovane età, risultò vincitore per decisione unanime della giuria, nell’ottobre 1910, a soli 24 anni, del concorso bandito a Firenze per erigere un monumento funebre al poeta Ugo Foscolo, le cui spoglie erano state trasferite nel 1870 da Londra in Santa Croce, accanto a quelle urne de’ forti che egli aveva celebrato nei Sepolcri.

Nella relazione che motivava la scelta si esaltava l’opera del giovane scultore che rivelando una commossa e vigile fantasia di poeta mostra saper trattenerla con stile nell’arte. In effetti, il monumento di Rossellini incanta per la sua bellezza, proponendosi come mirabile sintesi del mondo lirico e della tempra morale dell’uomo cui è dedicato. Un blocco bianco di Carrara lungo due metri e mezzo e alto uno e sessanta è diventato un mirabile sarcofago, in cui il corpo disteso del poeta appare avvolto nel sudario che forma morbide pieghe, mentre il volto esprime serenità e compostezza, nell’avvenuto superamento, in virtù della morte-porto di quiete, di quelle cure che al viver suo furon tempesta.
Lungo i lati del poderoso monumento, figure mitologiche come le Muse e le Grazie compongono il corteo funebre che accompagna all’Eliso il poeta, in una perfetta e commovente rappresentazione dei più autentici valori foscoliani, di quelle illusioni che, da sole, rendono la vita degna d’essere vissuta. E poi, ancora: giovinette, cerbiatti, serti di rose e libagioni, sullo sfondo di quei cipressi ed olivi, alberi tipici del dolcissimo paesaggio toscano, che egli così magistralmente cantò nel poemetto Le Grazie.

Ebbene, quest’opera, per innumerevoli peripezie terminata soltanto nel 1927, in pieno regime, non entrò mai in Santa Croce: il suo autore non aveva la tessera fascista e non era persona da scendere a compromessi con la propria coscienza. Inoltre, il carattere neoclassico del monumento, la sua celebrazione della bellezza e dell’armonia come valori assoluti, non potevano soddisfare il gusto per la retorica militarista proprio del tempo. Alla scultura di Rossellini si preferì quella di Antonio Berti, l’artista del duce, che rappresentava un Foscolo guerriero e imbronciato.
E così l’ormai inutile e ingombrante monumento, inconsapevole fonte, possiamo ipotizzare, di rammarico e amarezza per la fatica vanamente profusa, fu da Zulimo donato a un amico fiorentino e dimenticato per decenni in un garage, mentre il suo autore cercava pace e conforto nella quiete delle isole toscane: prima a Capraia, poi all’Elba, nel paesino di Cavo, dove, scrive Concetto Marchesi, rimase a condurre una vita onesta e bonaria, ora schiva ora taciturna, ora abbandonata e festosa, nella sua interezza nota solo a quei pochissimi che possono goderne la confidente amicizia. Ed ha un suo intimo e quasi geloso amore dell’arte, che per lui è compostezza e armonia e unità e semplicità, senza i torbidi, inquieti, insinceri attorcimenti dei ricercatori metodici di novità. Fu qui che egli abbellì la chiesa parrocchiale con la scultura della Madonna dei marinai.

Rossellini morì nel 1965, senza che la sua opera più importante avesse trovato una più degna destinazione. Franco Fortini, il noto intellettuale scomparso nel 1994, che era fiorentino d’origine, anche se da anni risiedeva a Milano, così si esprimeva in una pagina de La Repubblica del 25 novembre di quattro anni prima, a proposito del sarcofago foscoliano e del suo proprietario: Quando ho saputo che questa persona voleva disfarsene non ho avuto dubbi sul fatto che quel Foscolo dimenticato dovesse finire a Pavia e raccontava anche di aver assistito alla collocazione dell’opera del Berti: Era il 1934 e io piccolo avanguardista ero presente all’inaugurazione dell’altro monumento a Foscolo in Santa Croce. Insieme a tanti ragazzini ero pronto a presentare le armi al momento dell’elevazione nella messa che accompagnò la cerimonia.
Dunque, grazie all’intuizione del Fortini, l’opera, ripudiata da Firenze, ha concluso la sua odissea trovando finalmente un onorevole approdo nel Cortile delle Magnolie dell’università pavese, dove è stato posta con tutti gli onori il 26 novembre 1994, alla presenza del nipote di Rossellini, Paolo, il quale ha firmato una sorta di liberatoria nei confronti del monumento, che risulta così a tutti gli effetti donato all’Ateneo.

Nello studio pavese, il giovane Foscolo aveva ottenuto nel 1809, esattamente duecento anni fa, la cattedra d’Eloquenza e, anche se era riuscito a tenervi soltanto cinque lezioni, la permanenza in città era durata mesi: il poeta aveva preso casa nell’antico borgo Oleario (oggi via Foscolo) e aveva scritto lettere agli amici per invitarli a raggiungerlo.
Sicuramente Zulimo sarebbe fiero di una simile collocazione: lo Studio pavese, voluto da Galeazzo Visconti nel XIV secolo, modificato e ingrandito successivamente da Teresa d’Austria, è scrigno di memorie foscoliane, topos non solo geografico caro al poeta, prestigioso luogo di formazione e di cultura, e quindi degna cornice di un’opera tutta tesa a esaltare le illusioni e i miti di uno dei più grandi e sensibili protagonisti della nostra storia letteraria.

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