Le due Carmeline di Capri

– di Adelaide Anastasio Ruotolo

La straordinaria vita di Carmela Salvia, mora e con gli occhi neri, che nacque in una povera casa sul Monte Tiberio. L’osteria dove fece fortuna, suggestiva ballerina di tarantelle e guida autodidatta e fantasiosa dei turisti ai quali, con incredibile capacità inventiva, raccontava le nefandezze dell’imperatore romano. La fine tragica, nel 1950, forse angosciata dal declino di donna bella e amata. E la figlia del pescatore di Marina Grande che divenne la più famosa pittrice naif d’Italia. Sulle sue tele reinventò Capri e fu un successo mondiale. La singolare circostanza in cui scoprì i pennelli e i colori.

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200606-13-3mSarà perché, ancora oggi, circola nell’isola di Capri quell’aura magica del canto malioso delle Sirene, antiche abitatrici del mare caprese cui la leggenda attribuisce intelligenza, fascino, seduzione, sarà perché la donna caprese, portata per natura all’inventiva e alla creatività, volitiva e tenace, mira a svolgere un ruolo di protagonista nella vita familiare e sociale e ci riesce facilmente, spesso accade che anche delle semplici popolane acquistino notorietà e fama addirittura internazionali.
E’ il caso delle due Carmeline, la “Bella Carmelina” e “Carmelina di Capri”, che quando meno se l’aspettavano diventarono donne straordinarie, consacrate dalla penna di scrittori, dal pennello di pittori, dal consenso di critici e uomini di cultura, due dee dell’Olimpo della storia di Capri.
La “Bella Carmelina”, all’anagrafe Carmela Salvia, nata nel 1880 in una povera casetta del monte Tiberio, sposa negli ultimi anni del secolo un giovane del posto che ha una gran voglia di lavorare, ma possiede solo un modesto appezzamento di terreno roccioso dove sorge la piccola casa bianca che egli stesso ha costruito per la famiglia.
La giovane sposa è una bella mora dagli occhi neri e profondi, dal sorriso smagliante, dal volto intelligente, dal portamento agile e aggraziato. Apparentemente è soddisfatta della sua vita, ma nel suo sguardo pensoso sembra inseguire sogni impossibili
Un giorno si fa coraggio e persuade il marito a chiedere al Comune di Capri la concessione di un pezzo di terra che circonda il Salto di Tiberio e lì, insieme, impiantano una rustica osteria dove i turisti che arrivano sul Monte, nelle loro escursioni, si possono fermare e gustare un bicchiere del buon vino caprese.
Da quel momento comincia la fortuna di Carmelina che, oltre ad offrire il suo vino ai visitatori, li guida ad ammirare il Salto dal quale, secondo la leggenda, venivano precipitati quelli che non andavano a genio a Tiberio e racconta, con molta disinvoltura, vicende straordinarie e incredibili della vita dell’imperatore a Capri. Certamente, ha appreso dagli isolani del posto le varie leggende su Tiberio, ma, dotata di grande fantasia, reinvesta quelle avventure facendole rivivere non solo nel racconta, ma indicando anche i vari luoghi come se avesse assistito di persona a quei tragici misfatti e avesse visto con i propri occhi le nefandezze dell’imperatore.
Tra un racconto e un altro, Carmelina, quasi invasata da mistico furore, comincia a danzare. Lo fa a piedi nudi e un corpetto di velluto nero le stringe la vita, la gonnella rossa svolazza nel ballo, e lei accompagna la sua tarantella con lo scrocchio delle nacchere e il suono di un tamburello. A quelli che le chiedono da chi abbia imparato il ballo, risponde che la danza ce l’ha nel sangue perché una sua antenata ballava la tarantella per “Timberio”.
L’archeologo Amedeo Maiuri, che nel 1932 portò alla luce i resti di Villa Jovis, sostava spesso nell’umile rifugio di Carmelina per ascoltare dalla giovane donna le storie del vecchio imperatore e nella sua opera, “Breviario di Capri”, ne tesse un mirabile elogio. Ai suoi occhi la donna appare trasfigurata, collocata oltre il tempo e lo spazio, ostiaria legittima del palazzo imperiale. L’illustre archeologo rappresenta Carmelina non nel gesto abituale di trarre le bottiglie del vino ambrato caprese dalla vecchia dispensa dell’osteria, ma nell’atto di portare anfore colme di vino pregiato con la bocca chiusa e spalmata di cera dal fondo del cellaio all’apoteca del triclinio imperiale. E persino il cigolante secchio di zinco che, sotto la stretta della corda, la donna fa scendere nel pozzo, dove si raccoglie l’acqua piovana, diventa una situla di bronzo che l’ostiaria dell’imperatore tira gocciolante e canora sull’orlo di un puteale marmoreo del palazzo.
Così Carmelina entra, senza che lei se ne accorga, ammantata di luce immortale, nel luminoso mondo del mito di Capri.
La fine della “Bella Carmelina” purtroppo avviene in modo drammatico. Appesantita dagli anni e dagli acciacchi, col volto avvizzito da profonde rughe che ne hanno cancellato la bellezza, con gli occhi senza la luce folgorante di un tempo, in un caldo mattino di luglio, nel 1950, la povera donna si getta da una finestra della sua abitazione sulle pietre della vite sottostante.
Nell’isola si diffonde la voce che Carmelina, angosciata per la fine del suo ruolo di donna bella e amata, quella mattina si sia follemente suicidata dopo avere distrutto le sue vesti di seta, i corpetti di velluto, i fazzoletti di pizzo. Questo si disse.
Quello di “Carmelina di Capri”, pittrice, per più di quarant’anni è stato un nome di portata internazionale. Di lei si parlava a New York, a Los Angeles, a Filadelfia, a Londra, a Stoccolma, a Parigi dove ancora vivo il ricordo dell’artista caprese che, nel 1964, esponeva i suoi quadri nella importante Galleria Benezit e, pur essendo ancora del tutto sconosciuta, venne definita dal grande Anatole Jakovsky “la naive la plus fameuse d’Italie”.
La prima mostra di Carmelina è realizzata a Roma nella primavera del 1959 e già d’allora i consensi per la sua arte sono unanimi e straordinari.
Al mondo della pittura, come lei stessa raccontava, si accosta non più giovanissima e per puro caso. Figlia di un pescatore della Marina Grande, Carmelina vive la sua infanzia semplice e serena in seno alla sua numerosa famiglia, in mezzo ai tanti fratelli e sorelle più grandi che la coccolano, ma si adoperano anche per farle imparare un mestiere, mandandola a dieci anni presso una buona sarta dell’isola.
Adolescente, viene colpita da una grave forma di meningite, ma ne guarisce. Allorché riprende la sua vita abituale, agli occhi di tutti Carmelina appare un’altra donna, scontrosa, insoddisfatta di quello che ha, di quello che fa, rifiutando persino di tornare dalla sarta e preferendo trascorrere il suo tempo girovagando per le viuzze del paese, senza meta, tutta assorta nei suoi pensieri.
Che cos’è accaduto a Carmelina? I familiari, preoccupati, la fanno ricoverare in una casa di cura, ma dopo poco ne viene dimessa perché la sua mente funziona perfettamente. Ritornata a Capri, riprende le sue passeggiate solitarie e la si vede spesso seduta su una panchina, su di un muretto, sulla balza di una roccia a contemplare con gli occhi stupefatti, e per ore intere, il paesaggio di Capri, i colori dei fiori, il verde dei prati, come se volesse imprimere nei suoi occhi lo spettacolo suggestivo della lussureggiante natura caprese.
Quando sposa un giovane di Capri, la gente rimane perplessa: riuscirà Carmelina, con il suo comportamento incantato, a vivere tranquillamente la sua vita di sposa e madre? Nasce il figlio Pasqualino, poi la figlia Emilia. Il marito trova un lavoro fisso presso il Cimiero comunale di Capri e Carmelina svolge con responsabilità e capacità il suo ruolo di moglie e specialmente di madre.
Un giorno, Pasqualino che ha pochi anni si ammala e la mamma pensa di fargli un regalo. Con le poche centinaia di lire che racimola in casa corre a comprare una scatola di colori e pennelli e, pur non avendo mai preso in mano un pastello o una riga, diventa la maestra del figlio malato e, intanto, impara lei stessa a dipingere.
Quando il bambino guarisce, Carmelina, che ha scoperto il gusto dei colori, guarda con stupore fanciullesco i fogli di carta sui quali la sua mano un po’ tremante ha creato scene colorate meravigliose. Sorride divertita di quello che è riuscita a fare e, dopo qualche giorno, compra scatole di colori più importanti, e tele piccole e grandi, pennelli, e ai suoi amici racconta che ha fatto un sogno meraviglioso: ha visto san Costanzo, il patrono di Capri, e il Cuore di Gesù che le hanno detto che diventerà un’importante pittrice.
Non avendo mai sentito parlare di prospettiva e di chiaroscuri, ma tenendo impresse nella sua anima e nei suoi occhi le casette bianche e rosa dei pescatori con le finestrelle e i balconcini traboccanti di rossi gerani, le barche che solcano il mare di un azzurro cobalto, le villette ridenti della Marina Piccola disseminate tra il verde delle balze, la Certosa con i suoi chiostri armoniosi, i monumentali portici, la bella Chiesa, la Piazzetta così colorata e suggestiva, comincia a dipingere sul serio.
Accade, però, un fatto straordinario. Ogni via, ogni scorcio, ogni oggetto che rappresenta sulla tela, sotto il suo pennello appare reinventato dalla sua fantasia. Le case, le strade, le piazze corrispondono a quelle dell’isola, ma Carmelina contamina (nel significato latino di mescolare) i luoghi, collocando per esempio nella Piazzetta la famosa piscina della Canzone del mare con un Faraglione in mezzo all’acqua, trasferendo nel paesaggio caprese scorci della laguna veneta, come se volesse salvare, nel mare allora incontaminato di Capri, Venezia dall’avvelenamento delle sue acque, e poi accostando strade dell’isola lontane l’una dall’altra, rappresentando la realtà ma modificandola secondo il suo cuore di vera innamorata della sua terra.
Nel suo universo artistico, dove sembra che il tempo si sia fermato e lo spazio abbia perduto la sua rigida connotazione, Carmelina esprime il suo mondo interiore fatto di sogni, di speranze, di desideri che hanno un comune denominatore: l’amore per la sua isola e per la sua gente che vorrebbe vedere in perfetta sintonia. Ed ecco venire fuori dalle sue mani quadri in cui l’isola ora è rappresentata come racchiusa in una particolare arca che, come quella di Noè, dovendo mettere in salvo tutti, superba e sicura sovrasta la distesa dell’azzurro mare, ora assume l’aspetto di un’enorme nassa che naviga in un mare calmo e trasparente, ora di un grande scoglio con ville, piscine, strade alberate in un tripudio di fiori colorati che spuntano ovunque, persino sui binari della rossa Funicolare stracarica di passeggeri.
Scoperta per caso, Carmelina passa di trionfo in trionfo, raccoglie premi nei concorsi dei pittori naifs di tutto il mondo, i suoi quadri sono ammirati da intenditori fieri di acquistarli. Gli elogi, tra i quali quelli di Giancarlo Vigorelli e del grande De Chirico, e il successo non insuperbiscono Carmelina che continua a vivere semplicemente.
Si fa costruire una villetta (“La Naive”), ma preferisce vivere ancora nel suo piccolo studio in fondo a via Fuorlovado dove comincia a dipingere all’alba, particolarmente sollecita anche nella educazione dei figli che segue con attenta partecipazione fino alla loro laurea in medicina.
Dopo gli anni dei successi, Carmelina si rifugia nella sua villetta alla Cercola, circondata dall’affetto dei figli. Non abbandona i pennelli e i colori che, spesso, costituiscono un salutare antidoto ai malanni dell’età avanzata e talvolta si rammarica di essere stata quasi dimenticata specie da chi, nei tempi d’oro della sua attività ha beneficato con ogni sorte d’aiuto.
Di lei il grande critico Anatole Jakovsky disse: “Cara Carmelina, cara Italia, questi pochi naifs che amo e che sono miei amici testimoniano che non tutto è perduto e che oggi, nel momento in cui l’uomo, venduta la propria ombra alla macchina, si accoppia sempre più con essa aspettando che l’ultimissima, sospesa al di sopra delle nostre teste, lo annienti per sempre in un tilt finale, essi sono lì a provare che esistono delle anime pure e delle mani senza macchia, le uniche capaci di reinventare il mondo presentandogli il loro piccolo specchio come si spiano le tracce di un estremo respiro sulle labbra di un moribondo…”
“Carmelina di Capri” è morta due anni fa, a 84 anni.

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