Le due navi di Garibaldi

– di Maura Nessi

Il “Piemonte” e il “Lombardo”, vascelli in legno e a vapore che, nel maggio 1860, trasportarono in cinque giorni i Mille da Quarto a Marsala, meritano di essere ricordati fra le più famose imbarcazioni della storia: dalla Pinta, la Nina e la Santa Maria di Colombo, al Bounty, alle corazzate tedesche e giapponesi, al Mayflower dei Padri pellegrini, alla nave dell’olandese Vanderdecker spezzatasi in due al largo del Capo di Buona Speranza e condannata a navigare per l’eternità, una leggenda dei mari, al Titanic che fece un solo viaggio, quello inaugurale, e affondò nel Nord Atlantico cozzando contro un iceberg.

201105-14-1mVa bene. La Pinta, la Nina e la Santa Maria non si discutono.
Sono le navi più famose. Senza di esse non avremmo avuto Marilyn Monroe e Obama, Frank Sinatra e la bomba atomica. Le più famose, è giusto.
Poi, chi ci mettiamo? Mettiamoci il Victory, vascello a vela inglese, tre ponti e 104 cannoni, che condusse vittoriosamente la battaglia di Trafalgar e Nelson vi morì in coperta colpito da un cecchino francese il 21 ottobre 1805, un lunedì.
E come non citare il Titanic? Tragica nave passeggeri inglese varata il 31 marzo 1912 e colata a picco quindici giorni dopo investendo un iceberg nel Nord Atlantico sulla rotta da Southampton a New York. Era il suo viaggio inaugurale. Il primo e l’ultimo. L’unico.

Citiamo anche il leggendario Mayflower, galeone a tre alberi, sul quale partirono da Plymouth i 102 Padri Pellegrini che in due mesi raggiunsero le coste del Massachusetts e furono i primi coloni del Nuovo Mondo, antenati di tutti gli emigranti successivi.
Il Bounty, come non parlare del Bounty, fregata inglese con 28 cannoni che da Spithead raggiunse Tahiti doppiando Capo Horn e, il 28 aprile 1789, facendo ritorno in Inghilterra, l’ammutinamento dell’equipaggio lasciò alla loro sorte il comandante Bligh e diciotto marinai, imbarcandoli su una lancia in mezzo all’Oceano Atlantico, e riportò la fregata a Tahiti dove la vita e le ragazze polinesiane erano il meglio che si potesse desiderare.

Vogliamo ricordare l’Admiral Graf Spee, la corazzata tascabile del Terzo Reich, vera nave corsara contro ogni imbarcazione che battesse bandiera inglese? Avvistamenti e affondamenti, la Graf Spee, varata nel 1934, terrorizzò i mari per cinque anni prima di autoaffondarsi al largo di Montevideo bloccata alla fine da tre incrociatori di Sua Maestà britannica.
Citiamo anche la Bismarck, lunga 251 metri e con 52 cannoni a bordo, altra famosa corazzata tedesca, che ebbe vita breve, intrappolata il 27 maggio 1941 dalla flotta inglese che la centrò con 14 siluri e 300 bombe al largo di Brest.
E la Yamato? Ai suoi tempi fu la più grande corazzata mai costruita, 65mila tonnellate di stazza, impiegata dai giapponesi nella “missione suicida” al largo di Okinawa dove affondò l’8 aprile 1945 bersagliata da 400 aerei americani, devastata da 13 siluri e affondata col concorso di dieci bombe.

Di quale altra nave famosa vogliamo parlare? Parliamo del veliero del capitano olandese Hendrik Vanderdecker, il Flying Duchtman (Olandese Volante), spezzatosi in due tronconi nella tempesta al largo di Capo Buona Speranza mentre, partito nel 1680 da Amsterdam, era diretto a Batavia, nelle Indie olandesi. Dopo il disastro, molti naviganti, doppiando il Capo di Buona Speranza, dissero di avere visto il fantasma della nave perché Vanderdecker, impuntatosi ad affrontare la tempesta anziché sfuggirla tornando indietro, fu condannato a governare il veliero sino al giorno del Giudizio. Una leggenda dei mari, la più affascinante.
Navi famose, e ce ne sarebbero altre, che hanno ispirato pittori, romanzieri, registi cinematografici. Bene. Ma nel 150° anniversario dell’unità d’Italia, vogliamo parlare delle navi di Garibaldi, le due navi che salparono da Quarto e giunsero a Marsala?
Se ne parla poco e pochi ne ricordano i nomi. Poco sappiamo della traversata da Quarto a Marsala in quei cinque giorni di maggio, giù, giù, lungo il Tirreno. Qualcuno soffrì il mal di mare? Il cielo era sereno? Le notti erano stellate?

Garibaldi non aveva problemi. Da ragazzo, il mare fu il suo sogno e poi la sua vita. A 17 anni si imbarcò sul “Costanza” dopo avere chiesto al padre il permesso di intraprendere la vita marittima.
Sul “Costanza” arrivò sino a Odessa e al Mare D’Azov. Viaggiò sulla tartana del padre, la “Santa Reparata”, da mozzo. Arrivò fino al Mar Nero a bordo della “Cortese”. A ventisei anni, il marinaio Garibaldi aveva navigato per 72 mesi. Andava e veniva da Costantinopoli. Sul “Coromandel” raggiunse le Canarie. Si guadagnò la patente di capitano di seconda classe.

Poi se ne andò in America imbarcandosi a Marsiglia sul brigantino “Nautonnier” e giunse a Rio de Janeiro. Aveva 28 anni. Entrò nella marina uruguayana col grado di colonnello.
Detto in poche parole, si batté per mare nella guerra d’indipendenza dell’Uruguay contro spagnoli, argentini e brasiliani. Bombardò e conquistò Laguna, una città del sud del Brasile vicina al confine con l’Uruguay. Proprio a Laguna, intravide Anita, l’abbordò come faceva con le navi, le disse chiaro e tondo “tu devi essere mia” e la sposò.
Quando rientrò in Italia, Garibaldi aveva 41 anni. Era già un eroe in Sudamerica. Divenne un eroe, anzi l’eroe, in Italia. Combattente sempre. In armi nella prima e nella seconda guerra d’indipendenza contro gli austriaci. Fra l’uno e l’altro conflitto, ancora in mare, raggiungendo Gibilterra, Liverpool, New York, i Caraibi. Aveva 44 anni quando rientrò in Europa e ne aveva 52 quando condusse l’impresa dei Mille che l’avrebbe eletto a Eroe dei Due Mondi. Bisognava puntare alla Sicilia e dalla Sicilia risalire a Napoli per disfare il regno borbonico. In Sicilia bisognava andarci per mare. Ed ecco che siamo alle navi di Garibaldi.

L’acquisto di due navi dalla società di Raffaele Rubattino, primo armatore italiano di vascelli a vapore, fu una faccenda complicata, portata a termine con un furto simulato delle due imbarcazioni nel porto di Genova. In realtà, c’era un accordo segreto fra le autorità sabaude e la compagnia navale genovese per la cessione delle navi. La solita manfrina all’italiana. In ogni caso le due navi erano il “Piemonte” e il “Lombardo”, due piroscafi in legno con propulsione a vapore. Sui fianchi avevano le ruote a pala. Il “Lombardo” era munito anche di vele quadre. Furono portati da Genova a Quarto. Vi si imbarcarono i Mille, ma non si è mai saputo se fossero esattamente mille. Si sa che, tra di loro, c’erano 250 avvocati, 100 medici, 50 ingegneri e una donna, la moglie di Crispi, Rosalia Montmasson, nativa della Savoia, che si impegnò a fare l’infermiera. I due piroscafi partirono da Quarto nella note fra il 5 e il 6 maggio 1860.
Garibaldi al comando del “Piemonte”, Nino Bixio sul “Lombardo”. Come navi non erano granché. Il “Lombardo” aveva accusato un guasto alle macchine nel porto di Genova e il “Piemonte” aveva dovuto rimorchiarlo sino a Quarto.

La prima tappa fu a Talamone, una frazione di Orbetello sulla costa toscana, per rifornirsi d’acqua e di armi. Ripartendo, i due piroscafi rischiarono di entrare in collisione. Nel mare toscano l’Italia rischiò di non essere fatta. Il “Piemonte” era più veloce e si portò avanti nella rotta verso la Sicilia. Garibaldi voleva puntare sulla costa sudoccidentale dell’isola per sbarcare a Sciacca, di fronte a Pantelleria. Ci ripensò e ritenne più conveniente puntare all’estremità meridionale della Sicilia raggiungendo Porto Palo. Poi escluse le due eventualità e scelse Marsala.
Intanto, il “Piemonte” più veloce e il “Lombardo” più lento si persero di vista. Il ricongiungimento avvenne in maniera rocambolesca prima dell’alba dell’11 maggio davanti a Marsala. Il viaggio da Quarto era durato cinque giorni. Durante lo sbarco, il “Lombardo” si arenò: non si sa se per un’errata manovra o per favorire la discesa a terra degli uomini. Raggiunto dai colpi di cannone delle navi borboniche si adagiò definitivamente, semi affondato, nel porto di Marsala. Ci rimase fino al mese di luglio quando venne rimorchiato nel porto di Palermo per essere rimesso in sesto. Quattro anni dopo, nel mezzo di una tempesta, naufragò alle Isole Tremiti. Il “Piemonte” durò un anno in più. Abbandonato dai Mille, fu catturato dalla flotta borbonica. Sconfitti i Borbone, passò al Regno d’Italia. Venne demolito nel 1865.

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