Le feste di Anna Carafa nel palazzo di Posillipo

– di Sandro Castronuovo

L’imponente costruzione di tufo sul mare di Napoli, progettata dall’architetto Cosimo Fanzago, costò alla nobildonna 150mila scudi e fu eretta in due anni da quattrocento operai. Una donna ricca con molti pretendenti che diventò viceregina sposando il duca di Medina. Il bacio peccaminoso di Mercedes a Gaetano di Casapesenna, giovane avvenente caro al cuore di Anna. La leggenda dei fantasmi e il gossip inventato sulle notti di lussuria di Giovanna II. Palazzo Donn’Anna nelle pagine di “Ferito a morte” di Raffaele La Capria.

Tra gli antichi palazzi napoletani, Palazzo Donn’Anna è uno dei più famosi e non solo perché, lambito dal mare di Posillipo, ha di fronte il Vesuvio, Sorrento e Capri. E’ anche famoso perché una tradizione popolare lo vuole a tutti i costi teatro di vicende piccanti e misteriose, legate al sangue caldo di Giovanna II, l’ultima sovrana della dinastia angioina.
Documenti inoppugnabili dimostrano che il palazzo fu costruito in un tempo in cui della lussuria di Giovanna si erano perdute le tracce da due secoli. Risulta infondata, inoltre, l’ipotesi secondo cui la regina si sarebbe data alla pazza gioia nella villa sui cui ruderi era sorto il nuovo fabbricato: anche la villa, detta delle Sirene “per la sua vaghezza”, era stata costruita dopo la sua morte. Ma la leggenda resiste. Evidentemente è difficile, se non impossibile, distruggere ciò che si è sedimentato attraverso i secoli.
Chiusa la parentesi leggendaria, la storia comincia nel 1642 quando donn’Anna Carafa, moglie del vicerè spagnolo Ramiro de Guzman, duca di Medina de las Torres, convoca l’architetto Cosimo Fanzago. Vuole un palazzo lì dove sorgeva la Villa delle Sirene, costruita per un Bonifacio e passata a un Ravaschieri prima di confluire nel patrimonio della sua famiglia. Effettuata la demolizione, circa quattrocento operai lavorano per due anni senza completare l’opera, che così è rimasta: un fabbricato maestoso su un banco tufaceo battuto dalle onde che, nelle notti di tempesta, penetrano con un suono sinistro nelle sue caverne. Tanto basta per eccitare la fantasia popolare. Prima si parla dei fantasmi che svolazzano tra le mura mentre il vento attraversa sibilando le arcate del cortile. Poi si trasferisce qui l’alcova bollente di Giovanna II.

Ma chi era la proprietaria di un palazzo tanto suggestivo da generare leggende? Cominciamo col dire che i 150mila scudi che sborsò per insediarsi sul mare di Posillipo erano briciole. Rappresentavano una bella somma, ma di palazzi simili avrebbe potuto costruirne molti, senza perdere il sonno. Titoli e beni le erano piovuti addosso alla morte del nonno, Luigi, principe di Stigliano, duca di Mondragone, conte d’Aliano e marito di Isabella Gonzaga, che deteneva il ducato di Sabbioneta. Era l’unica erede, essendo scomparsi sia il padre sia i due fratelli.
Che fosse avvenente non si può affermare: le notizie concordano solo su una cascata di capelli biondi. Che fosse una delle donne più ricche dei suoi tempi, lo dimostra l’elenco degli aspiranti alla sua mano. Prima che la scelta cadesse sul duca di Medina, non ancora viceré ma sicuro candidato alla carica, avevano tentato il colpo Giancarlo de’ Medici, fratello del granduca di Toscana, Taddeo Barberini, nipote di Urbano VIII, il principe ereditario di Polonia Giovanni Casimiro e Francesco d’Este, primogenito del duca di Modena. La lista d’attesa comprendeva altri nomi altisonanti quando, rompendo gli indugi, donn’Anna andò sposa, quasi trentenne, al nobile spagnolo. Evidentemente preferiva rimanere nella sua città e il titolo di viceregina bastava a soddisfare la sua ambizione. Le nozze furono celebrate, col fasto che si può immaginare, nel palazzo che possedeva a Chiaia (indicato dal Settecento come Cellamare, dal titolo del principe che lo acquistò e lo fece ristrutturare). Era il 1636. L’anno dopo, come previsto, il marito divenne viceré.

Con tanta ricchezza alle spalle, la principessa avrebbe potuto accontentarsi degli onori che le venivano tributati e aiutare il prossimo. Invece il suo costante obiettivo sarebbe stato quello di consolidare il patrimonio familiare con tutti i mezzi di cui poteva disporre. E’ lunga la lista dei soprusi ai quali avrebbe sottoposto i suoi vassalli, con l’appoggio del marito. Si racconta anche di una sua angheria nel comune di Fondi: ottenuti due quinti di una vasta zona pianeggiante “sotto pretesto di bonificarla”, sottrasse subito dopo la rimanente parte ai legittimi proprietari senza disporre gli interventi che aveva promesso.
Qualche biografo, per la verità, ha abbozzato anche il ritratto di una donna caritatevole. Per un cronista del suo tempo fu “esemplarissima essendo ella solita… recarsi a visitare con la duchessa di Mondragone sua madre le povere donne inferme nell’ospedale degli Incurabili, somministrando loro con le proprie mani delicati cibi fatti preparare preventivamente con somma magnificenza”. Ma prevale la figura di una donna avida, come il marito. Caritatevole era certamente la madre, Elena Aldobrandini, nipote di Clemente VIII, fondatrice di un “ritiro” per donne in difficoltà ora trasformato in Museo della moda.
Donn’Anna preferiva le feste e ne organizzò ben presto anche nel palazzo di Posillipo, arredato come una reggia. L’ultimo piano era rimasto sulla carta (si era innalzata solo una parte delle mura esterne), ma la fabbrica si presentava già imponente e confortevole, come si rileva dalla descrizione del Celano.
C’erano due cortili, quello inferiore completamente nell’acqua, “acciocché dalla scala si fosse potuto al coverto passare in barca”; il superiore “disegnato in modo che la carrozza poteva fermarsi avanti della porta del salone” ed anche entrarvi. Dal salone si accedeva agli appartamenti principali “in modo che ospitar si potevano sei signori senza che l’uno avesse dato soggezione all’altro”, ed altrettanto confortevoli erano gli appartamenti inferiori. Completava la struttura una sala teatrale, ricordata pure per una vicenda che dimostrerebbe quanto fosse pericoloso suscitare l’ira della principessa.
Premesso che il condizionale è d’obbligo, Anna Carafa avrebbe preteso e ottenuto l’allontanamento da Napoli di una nipote del marito, Mercedes, dopo la rappresentazione di una commedia da parte di esponenti della nobiltà.

La colpa della giovane spagnola sarebbe stata quella di avere interpretato con eccessivo realismo una scena d’amore baciando voluttuosamente Gaetano di Casapesenna, caro alla principessa. Ma, com’è facile intuire, l’accusa sarebbe stata diversa, chissà quale.
Certamente Anna Carafa era poco virtuosa, ma forse non così cattiva come alcuni l’hanno descritta. Comunque non ebbe fortuna subito dopo i fasti da viceregina. La sua vita si avviò alla fine mentre, abbandonata dal marito, tornato a Madrid per altri incarichi, affrontava una gravidanza difficile nella villa di Portici, alla Pietrabianca, dove era nata. Dopo qualche settimana abortì e si spense squallidamente. Come scriverà il Parrino, senza pietà, “fu inondata di pidocchi servendo di esempio all’umana superbia. Tutte le grandezze che per dovizie, per nascita, per bellezza e dignità di titoli si erano unite nella persona di questa dama si videro poi ridotte in un mucchio di schifosissimi animali”. Aveva trentotto anni.
Saccheggiato durante la rivolta di Masaniello e danneggiato dal terremoto del 1688, palazzo Donn’Anna ebbe un’altra fase di splendore nel Settecento, quando fu acquistato da Carlo Mirelli, marchese di Calitri. Poi si avviò al declino, segnalato addirittura, nel primo Ottocento, dai fumi di una fabbrica di cristalli. Restauri successivi l’hanno trasformato in condominio, ceduto man mano dalla nobiltà alla borghesia.
C’erano ancora conti e marchesi tra gli inquilini quando, in una notte d’agosto del 1905, il palazzo tornò clamorosamente alla ribalta con una tragedia della gelosia. In una camera della pensione “Mascotte”, nell’ala più panoramica, lo scultore Filippo Cifariello uccise, con cinque colpi di pistola, la moglie Maria De Browne, una canzonettista nota come Blanche De Mercy. Del delitto i giornali si occuparono a lungo, seguendo con ampi resoconti anche il processo, conclusosi con l’assoluzione dell’imputato per vizio totale di mente.
Ora il palazzo è nelle pagine di Raffaele La Capria che qui visse da ragazzo, nell’appartamento del soprano Gemma Bellincioni, ceduto per metà in affitto alla sua famiglia. C’era sì, col buio, la paura dei fantasmi, ma al mattino, quando una luce folgorante invadeva le stanze, ecco le meraviglie della natura, col respiro del mare. Nascono qui le “belle giornate” dell’autore di “Ferito a morte”. (Tratto da “Napoli millenaria”, Stamperia del Valentino, Napoli).

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Un commento su “Le feste di Anna Carafa nel palazzo di Posillipo

  1. un pallazzo da non dimenticare si dovrebbero fare mostre, spettacoli e porttare bambini delle scuole x far conoscere una nastoria bellissima ..

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