Le gallerie dei conventi nella Sorrento sotterranea

– di Vittorio Paliotti

Leggende cupe e boccaccesche, ma si trattava di luoghi di rifugio in caso di invasioni dei pirati.
Un patrimonio conventuale noto in tutta Europa come centro di raccoglimento e di studi. La soppressione dei monasteri tra il 1726 e il 1923. Gli edifici superstiti. Il giardino a picco sul mare del convento di San Francesco divenuto Villa comunale. Le monache scacciate da Santa Maria delle Grazie. Il Cocumella trasformato da antico collegio dei gesuiti in albergo.

Tutti i conventi di Sorrento, quelli tuttora funzionanti e quelli ormai soppressi, erano fra di loro collegati, nel Medioevo, tramite gallerie sotterranee. E siccome a quei tempi almeno i due terzi della città erano di proprietà dei religiosi, si può dire che esistevano due Sorrento: una in superficie e una sotterranea. Intorno a quelle gallerie, attualmente impraticabili, sorsero una infinità di leggende. Leggende ora cupe ora boccaccesche. Si sosteneva, peraltro, che di quegli oscuri cunicoli approfittassero frati e monache per incontrarsi piacevolmente.
La verità è ben diversa: nel Medioevo i monasteri di Sorrento erano essenzialmente luoghi di rifugio in cui la cittadinanza si asserragliava in caso di invasione dei pirati, e dunque le gallerie sotterranee avevano il compito di offrire vie di sbocco ai profughi. Inoltre la Sorrento conventuale fino alla metà dell’Ottocento era nota in tutt’Europa come centro non solo di raccoglimento ma anche di studi. Dal 1726 al 1923 furono soppressi, a Sorrento, ben undici monasteri e con essi dodici cappelle e una chiesa. Rimangono in vita, sebbene ridotti ai minimi termini, il convento di San Francesco e quello di Santa Maria delle Grazie; il convento di San Paolo sta per essere trasformato in scuola pubblica mentre la Cocumella, in origine collegio gesuitico, si è da tempo mutato in albergo. E se non fosse per le Memorie storiche della chiesa di Sorrento, compilate nel 1854 da Bartolommeo Capasso, nonché per uno studio su Sorrento sacra ed illustre condotto nel 1877 da padre Bonaventura, per una monografia su Chiesa e monasteri di Sorrento composta nel 1974 da Pasquale Ferraiuolo e per una ricerca sulla Cocumella compiuta nel 1978 dal gesuita Errichetti, sarebbe difficile, oggi, raccapezzarsi sulla antica tramatura conventuale della città.
E’ in pratica attraverso questi studi, e altri analoghi, che il turista supercurioso può venire a conoscenza del particolare, nient’affatto trascurabile, che quella che oggi è una delle più celebri stazioni climatiche del mondo era, un tempo, quasi un unico sterminato luogo di preghiera.

Era consacrato alla sacralità anche quella che è, oggi, la villa comunale. In origine, infatti, la villa, da cui si può ammirare un panorama di eccezionale bellezza, costituiva il giardino, a picco sul mare, del convento di San Francesco. Certo uno dei più luminosi del mondo, questo convento sorse poco dopo il 715, accanto a un oratorio dedicato a San Martino e, utilizzato in un primo momento dalle monache benedettine, passò poi ai frati minori. Intorno al 1300 si arricchì di uno splendido chiostro: quello stesso che, attualmente di proprietà comunale, è sede, per la sua eccezionale acustica, di importanti concerti. Molto amati dai vari sovrani di Napoli, i francescani di Sorrento divennero popolarissimi nel Cinquecento: era infatti convinzione generale, in quel secolo, che in caso di tempesta sul mare fosse sufficiente che essi suonassero le campane a distesa perché tornasse il bel tempo e si annullasse ogni pericolo di naufragio. Nel 1902 il convento fu soppresso. I monaci vi poterono tornare soli nel 1937, ma usufruendo non altro che di pochi locali e della chiesa: il grosso dell’edificio era infatti diventato sede dell’istituto statale d’arte. Se il giardino dei francescani si è trasformato in villa comunale, sorte non dissimile ha subito il giardino del convento delle domenicane di Santa Maria delle Grazie che, infatti, è addirittura diventato una piazza: la bellissima piazza Sant’Antonino. Questo convento fu fondato il 29 dicembre 1566 da Bernardina Donnorso, vedova di Gian Marino Anfora, per accogliervi “le figlie del popolo di Sorrento e del suo Piano”. La fondatrice fece mettere esplicitamente a verbale che dal monastero dovessero essere escluse le nobili e che ad amministrarlo dovessero provvedere popolani democraticamente eletti. In base a questa clausola, nel 1745 il notaio Giustiniano De Canto promosse una causa contro la priora che, venendo meno alle condizioni poste due secoli prima da Bernardina Donnorso, aveva accolto fra le novizie alcune aristocratiche. In seguito alle leggi sulla soppressione dei monasteri promulgate all’indomani dell’unità d’Italia, nel 1861 il convento di Santa Maria delle Grazie fu privato di tutti i suoi beni e le monache furono scacciate, con la forza, dalle autorità pubbliche.

Ebbe inizio, a questo punto, una intricata vicenda giudiziaria. Il municipio di Sorrento, infatti, avanzò un ricorso contro la soppressione di questo monastero, e il tribunale di Napoli, con una sentenza del 7 ottobre 1874, gli diede ragione; si pronunciò in suo favore anche la Cassazione, ma nel frattempo i beni del convento erano stati venduti ad alcuni privati per cui il demanio non poté fare altro che risarcire le monache con una modestissima somma in titoli di Stato. Nel 1875, comunque una ventina di monache riuscirono a tornare in una parte del convento. Attualmente esso, tranne un’ala, è sede di uffici pubblici e di scuole. Destino analogo ha avuto il monastero delle benedettine di San Paolo: la piazza Vittorio Veneto, non lontana dal celebre albergo Tramontano, era infatti il giardino di questo convento la cui parte più preziosa è rappresentata dalla cupola, esternamente ricoperta di maioliche policrome. Diventato troppo rumoroso e troppo esposto alle “insidie del mondo”, dopo che una serie di costruzioni l’avevano pressoché attanagliato, il convento è stato acquistato da un ente pubblico e ospita attualmente un plesso scolastico. Le poche monache che lo abitavano si sono trasferite in una più appartata località del comune di Sant’Agata. Non fu certo senza dispiacere che le benedettine abbandonarono le antiche mura. Tra esse, infatti, aleggiavano secoli e secoli di storia. Inizialmente annesso a quello di San Giovanni Crisostomo, il monastero di San Paolo fu fondato prima dell’872, ma visse il suo momento più tragico il 13 giugno 1558. Quel giorno, anzi quella notte, la flotta turca di Pyaly Mustafà gettò le ancore nelle acque di Sorrento e i pirati, con l’aiuto di uno schiavo ottomano della famiglia Correale, riuscirono a procurarsi le chiavi della porta della città. Il convento di San Paolo fu il primo ad essere assalito. Le suore furono fatte prigioniere e, legate a due a due, vennero portate sulle navi turche. Per riscattarle, i sorrentini dovettero fare una pubblica colletta.

Diverse da quelle di tutti gli altri istituti religiosi, le traversie della Cocumella. L’antico collegio dei gesuiti da oltre un secolo è stato trasformato in albergo; tuttavia l’attigua chiesa non solo è intatta, ma è stata restituita, con un accorto restauro, a tutta la sua primitiva bellezza.
Anche le origini della Cocumella (parola che deriva dal nome della ninfa Colomelide) sono lontanissime.
Il 14 agosto 1597 un possidente sorrentino, certo Gianvincenzo De Angelis, per fare cosa gradita a suo nipote Francesco Antonio, un sacerdote che era stato a lungo missionario in Etiopia, decise di donare ai gesuiti un giardino a picco sul mare, in una località al confine tra Sorrento e Sant’Agnello; s’impegnò anche di innalzarvi un edificio e di dotarlo di 300 ducati annui. La costruzione fu completata nel 1637 e venne subito destinata a collegio e a convalescenziario.
Priva però di strada carrozzabile e raggiungibile dunque solo via mare e poi tramite un’erta gradinata, rimase poco frequentata. Il collegio della Cocumella acquistò importanza solo nel 1705, quando il gesuita Nicola Partenio Giannattasio, resolo accessibile e ristrutturatolo, ne fece un importante centro di studi. Nella quiete della Cocumella, il Giannattasio compose quattro poemi nonché “egloghe pescatorie” per un totale di 43 mila esametri; divenne, con queste opere, uno dei poeti più ammirati del suo tempo e fu considerato emulo di Jacopo Sannazaro. In spregio delle glorie terrene, il gesuita-poeta vendette poi l’intera biblioteca e con la somma che ne ricavò, cinquemila ducati, fece edificare accanto al collegio una splendida chiesa. Nella sua opera su Sorrento sacra, padre Bonaventura riconosce, in questa chiesa, la più bella dell’intera penisola sorrentina. Quando, nel 1767, i gesuiti furono espulsi dal regno di Napoli, la Cocumella diventò proprietà dello Stato. Nel 1770 fu proposto al re Ferdinando IV di acquistarla e trasformarla in “real sito”, ma il sovrano non fu di questo parere e nel 1771 essa divenne sede di un convitto per orfani dei marinai di Sorrento e di Amalfi.

Di lì a poco, però, gli orfani furono trasferiti a Napoli e nel 1777 il complesso venne venduto per 18mila ducati a Pietro Antonio Gargiulo i cui eredi lo trasformarono in albergo. Da allora, la Cocumella non ha più mutato destinazione. Rammodernata e attrezzata anche a centro congressuale da un nuovo proprietario, l’architetto Nino Del Papa, la Cocumella sta vivendo ora una vera e propria seconda giovinezza. Merito della famiglia Del Papa che ne ha fatto anche un centro culturale.
E la chiesa? Nel 1791 era ancora proprietà dello Stato. Proprio quell’anno, alle autorità civili di Sorrento pervenne una petizione in cui era scritto: “I particolari cittadini espongono che la chiesa gesuitica è interamente abbandonata con gran detrimento del pubblico e del culto divino, e chiedono darsi le opportune provvidenze per togliersi tali abusi”.
Ma dovranno trascorrere circa due secoli prima che la chiesa possa essere restaurata.
Adesso è famosa per il gran numero di matrimoni che vi si celebrano.

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