Le indimenticabili serate al “Tinello” di Peppino

– di Marco Milano

Un ristorante unico della “Capri che non c’è più” nel centro antico dell’isola. La buona cucina, l’amicizia, l’allegria fra i clienti che simpatizzavano immediatamente col burbero padrone di casa. La giornata a fare la spesa e il sodalizio d’amore con la moglie Franca.
Un menù molto speciale di cibi genuini lavorati con arte sopraffina. La sua predilezione per Firenze e la Fiorentina.
Peppino ci ha lasciato alla vigilia di Natale.
Il ricordo imperituro dei suoi numerosi amici.

200904-15-1m

200904-15-2mQuando con Roberto, amico-editore di questa splendida rivista, abbiamo parlato di cosa potessi scrivere si è convenuto che forse era il caso di porre l’accento sulla “Capri che non c’è più”. Un attimo dopo ci siamo guardati e abbiamo esclamato praticamente all’unisono: “Peppino del Tinello!”.
Già, perché “Peppino del Tinello”, come pochi, rappresentava quella “Capri che non c’è più” e solo chi lo ha conosciuto probabilmente potrà dare conferma dei miei pensieri.
Peppino, della Capri scomparsa, aveva quel senso di veracità, genuinità, di amore per le cose buone.
Peppino era il piacere di stare a tavola dinanzi a un piatto gustoso e un bicchiere di vino. Nella Capri delle tre “sedute” al ristorante in una sola serata, nella Capri che “mentre mangi il primo ti servono il secondo”, andare al “Tinello” da Peppino e dalla moglie Franca era ritrovare il vero motivo di una serata al ristorante.
Nel suo giocare a fare il finto burbero, ti diceva “il Tinello è chiuso, anzi, vabbè, ti faccio mangiare, però solo quello che ho cucinato e non ti devi lamentare”.
In realtà, quando ti accomodavi in quel piccolo grande tempio della gastronomia isolana che era il suo delizioso ristorantino, ti sentivi un vero re, e il gusto dei suoi piatti uniti a quell’ambiente “vero” dove si respirava ancora una parola in disuso come “amicizia” erano un’emozione unica, una sorta di “terapia” necessaria per scaricare le tossine dalla mondanità, dall’ipocrisia e da una eccessiva sofisticatezza.
Già salendo “le scale dalla Chiesa”, quando andavo da Peppino e dalla moglie Franca, come per magia, mi sembrava che lasciassi alle spalle quella patina a volte stucchevole di finta eleganza della piazzetta-salotto.

Di lì pochi passi nel centro antico di Capri, quell’imbocco sempre fascinoso che conduce al monastero di Santa Teresa e prima la svolta, in quel “vicariello” di via L’Abate che era tutt’uno con il “Tinello”. Sarà perché Peppino e Franca hanno sempre rappresentato le mie serate “vere”, sincere e spontanee come loro, ma quando andavo a mangiare al “Tinello” sembrava sempre tutto perfetto: quel lasciarsi la piazzetta alle spalle, quel silenzio dell’itinerario che ho descritto, la compagnia a tavola che, come il sottoscritto, era esclusivamente fatta di persone che amavano mangiare bene, ma anche “stare bene” a tavola, senza guardare l’orologio, pronti solo a godersi ogni minuto, ogni attimo di quella serata.
Quando in altre occasioni mi è capitato di parlare del “Tinello”, il paragone più naturale che mi è venuto in mente è con le osterie magistralmente descritte da un indimenticabile maestro del giornalismo come Gianni Brera.
L’osteria, come luogo di ritrovo, di una chiacchierata davanti al classico bicchiere di vino, emozioni semplici ma rare il cui ricordo è sempre un’emozione. E, credetemi, nella Capri che passa dal letargo invernale alla supermondanità estiva, che passa da mesi nei quali o si è all’estero o si è apatici al periodo nel quale “non si ha nemmeno il tempo di salutarci”, Peppino era una chimera, una cattedrale nel deserto, la rappresentazione in carne ed ossa di come si potesse vivere in modo piacevolmente diverso, straordinariamente semplice e nella genuinità delle cose di tutti i giorni.
Caffè al “Bar Funicolare”, “Corriere dello Sport” da Michele il giornalaio della piazzetta, la prima “Muratti” della giornata e poi via iniziava “la spesa” per il ristorante che era il suo primo divertimento della giornata. Per Peppino la sua attività era divertimento, era piacere allo stato puro. Faceva il giro dei fruttivendoli, dei macellai, dei pescivendoli e cambiava di volta in volta il suo “fornitore”. “Oggi i friarielli li ho presi da Tizio – ti raccontava mentre cucinava, – l’altra volta da Caio perché li aveva più buoni, Sempronio oggi teneva delle bistecche insuperabili, ma ieri no”.
Una volta “fatta la spesa”, si chiudeva nel suo regno, la cucina del “Tinello” e preparava i manicaretti per la serata. “Preparo le basi – ti spiegava – poi quando arriva Franca prendo le comande e lei cucina”. E dopo un colpo di telefono nel quale gli preannunciavi “stasera ti vengo a trovare”, a tavola ti accomodavi con gli amici.

“Franca chiudi che sono arrivati i rompiscatole” era la sua voce che ti accoglieva. E ogni volta un trionfo di bontà: il “rotolone” di verdure, i ravioli ripieni di salsiccia e friarielli, le polpette alla vodka, la salsiccia al forno con le patate. E, poi, caraffa di vino e si sedeva con te. E via con racconti che, a me “scribacchino”, mi veniva sempre la voglia di racchiudere in un libro.
La Capri di un tempo, quella di “Casina delle Rose”, quando venivano i signori, (“quelli veri” sottolineava sempre Peppino), la cucina italiana che non è buona come quella di tanti anni fa, ma anche le sue trasferte nell’amata Firenze. Tifoso della Fiorentina e grande amante della cittadina toscana, Peppino ogni tanto “prendeva Franca” e se ne andava qualche giorno in trasferta. “La prossima volta vieni anche tu” ti diceva. Già perché “la camminata” a Firenze per Peppino era come la serata al suo ristorante, si organizzava e tutti gli amici erano invitati.
Ricordo in una delle tante cene da lui con gli amici quando di punto in bianco ha unito il nostro tavolo a quello di una giovane coppia di Milano. E non sto a raccontarvi l’amicizia nata tra noi e quelle persone, tanto da andare, poi, all'”Anema e Core” come chi è amico da una vita.
Peppino, quando siamo andati via tutti insieme, sorrideva sornione sotto i suoi caratteristici baffi e pensava “così li voglio vedere i clienti del mio ristorante, allegri e tutti amici”. E come non ridere quando un cliente chiedeva una bottiglia d’acqua e lui che prendeva quella dal tuo tavolo e gliela consegnava. Per chi conosceva il gioco era una sorta di “candid camera”: assistere alla reazione di chi non sapeva che quando chiedevi l’acqua Peppino agiva in quel modo.
Andare a mangiare da Peppino significava anche organizzare un appuntamento per stare insieme.
“Aperto solo la sera”, era scritto sulla porta d’ingresso, ma in realtà sapete quante volte ho mangiato anche a pranzo? “Domani a mezzogiorno preparo la pizza, porta chi vuoi” mi avvertiva ed arrivavi lì e trovavi i tavoli schierati a “ferro di cavallo” e una nutrita schiera di amici pronti a mangiare come in pochi posti al mondo.

Non so perché e credo che ormai, ahinoi, non lo sapremo più, a meno che Franca non ci racconti qualcuno dei suoi segreti, ma quello che cucinava Peppino era sempre buono. Sia se si trattava di pasta e patate che di polpette, sia se stavamo parlando di spaghetti con le vongole che di patate al forno o i tanti dolci che preparava (rigorosamente uno solo al giorno), il gusto era sempre inimitabile, il sapore era insuperabile.
Però, se ci ripenso, c’è una spiegazione alla bontà dei piatti di Peppino. Quello che mangiavi era l’insieme di prodotti genuini, cucinati in modo magistrale, con amore e fantasia, e serviti in un ambiente unico dove il piacere di stare insieme era ancora un valore. Peppino ci ha lasciato la scorsa vigilia di Natale e spero che da lassù mi perdonerà se ho avuto l’ardire di “metterlo a nudo”, di far conoscere a tutti che persona straordinaria fosse.
Spero che non mi venga in sogno a dirmi “non scrivere niente altrimenti non ti faccio mangiare più da me”.
Un affettuoso monito che mi faceva sempre perché era più timido e riservato di quanto si mostrasse.
“L’amore della famiglia, la gioia del lavoro, il culto dell’onestà furono realtà luminose della sua vita” queste le commoventi parole che Franca ha scelto per ricordarlo.
“La terribile notizia della scomparsa di Peppino è stata una violenta stilettata al cuore di noi tutti che nel ‘Tinello’ avevamo una seconda casa. Perché Peppino è stato uno degli ultimi eroi di una Capri che non c’è più, impagabile istrione che con il sudore e la fatica ha sublimato, orgoglioso e fiero, la sua meravigliosa arte culinaria per la delizia di chi ha avuto il piacere di accomodarsi alla sua gioiosa mensa. E soprattutto perché Peppino, dietro la sua rude scorza di uomo duro e scontroso, celava un cuore infinito, una generosità e un attaccamento incomparabili alla sua famiglia, cui siamo vicini in questo momento, e al suo lavoro, dietro ai fornelli e attorno ai tavoli, che egli amava più della sua stessa vita. Già sappiamo che, se potesse ora leggere queste righe, Peppe non esiterebbe a mandarci sdegnato a quel paese, ed è per questo che, senza sciorinare ulteriore retorica o scomodare paroloni di circostanza, lo salutiamo in modo semplice, semplice come è sempre stato lui, encomiabile artista della cucina, e lo vogliamo immaginare adesso mentre esporta i suoi capolavori al di fuori di questo effimero mondo terreno, riscuotendo tra gli angeli, come è naturale, i più sinceri consensi.”
Queste le parole che mi hanno affidato “Gli Amici del Tinello” all’indomani della sua scomparsa e che custodirò sempre gelosamente tra le mie cose. Peppino del Tinello era una persona perbene, era semplicemente quella “Capri che non c’è più”.

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