Le isole dei bambini

– di Benedetta Palmieri

Giocavano lambendo le onde dell’oceano, si muovevano su spiagge da copertina che erano la loro casa naturale. Le terre del sud est asiatico privilegiate dalla natura sono diventate l’inferno e la tomba per un numero mostruoso di bambini. Un milione e mezzo di loro, scampati al disastro, guardano uno scenario d’orrore, segnati per sempre. Il dovere di restituirli, pacificati, a una esistenza serena e forse di nuovo felice. Occhi scuri e profondi, occhi azzurri, marroni, verdi, blu, su volti ambrati, continuano a guardarci dai giornali, dagli schermi televisivi, dai siti Internet. Chiedono senza chiedere, aspettano senza aspettare. Non li dovremo dimenticare mai.

Occhi neri, rotondi e caldi. Occhi azzurri, marroni, verdi, blu. Capelli biondi, castani, neri, corti, ricci. E il colore della pelle leggermente ambrata.
Occhi innocenti di bambini, sorpresi e smarriti, hanno guardato nelle telecamere di tutto il mondo tre mesi fa, appena tre mesi fa, dopo che la mostruosa onda dell’oceano Indiano si è abbattuta sulle coste, sulle isole, sui paesi del sud est asiatico e ha invaso, divelto, spezzato, trascinato, distrutto e mutato le opere dell’uomo, gli uomini stessi e i profili secolari della natura.
Occhi di bambini guardano ancora a un mondo lontano, il nostro, attraverso le telecamere. Chiedono senza chiedere, aspettano senza aspettare. E’ l’immagine persistente, la più toccante dell’immane sciagura di dicembre che dà il senso straziante di quello che è successo e che succederà negli animi, prima ancora che nelle vite, dei bambini del sud est asiatico.
Le immagini dei bambini del mondo stravolto si rincorrono, si accavallano e si susseguono, viaggiano ancora sui giornali, sugli schermi televisivi, sui siti Internet. Bastano questi occhi di bambini perché un brivido che mette a disagio percorra l’anima, perché venga voglia di cambiare il mondo, di farlo diventare migliore, anche se i morti per una volta non sono stati fatti dalla mano dell’uomo. Si mobilita la solidarietà, partono i soccorsi. Non è ancora abbastanza.
Le isole dei bambini si sono trasformate nel loro inferno e, in numero impressionante, nella loro tomba. Bambini oltraggiati e trascinati dal mare, i loro corpi fluttueranno senza più tornare. Sommersi dal fango e dalle macerie, rimarranno sotterrati senza sepoltura. I superstiti, smarriti, abiteranno terre a lungo irriconoscibili. Stravolte dall’immane assalto del mare, le loro anime soffriranno forse per sempre.
Perché chiamarle le isole dei bambini? Certo, non per sfruttare un’immagine che faccia colpo, per forzare un orrore che è già autonomamente immane. Semplicemente perché i dati sono inesorabili e terrificanti.
Le popolazioni di alcune delle zone colpite dal terremoto prima e dallo tsunami poi, in particolare le isole dell’Indonesia e dello Sri Lanka, maggiormente segnate dal disastro, sono costituite per circa la metà da ragazzi al di sotto dei 19 anni.
Già nei primi momenti dopo la sciagura, i minori deceduti venivano tristemente calcolati un terzo di tutti i morti. Oggi, le valutazioni dell’Unicef fanno aggirare la percentuale dei bambini uccisi dallo tsunami tra il 40 e il 45 per cento dei circa 280mila morti del disastro nell’oceano Indiano.
In quelle isole paradisiache i bambini, anche se sempre in lotta con la contraddittoria povertà di quei luoghi, giocavano lambendo le onde dell’oceano, si muovevano su quelle spiagge da copertina considerandole semplicemente la loro casa naturale. Proprio loro hanno avuto le maggiori difficoltà a mettersi in salvo, a capire e a fuggire, a resistere al mare violento e poi fangoso e confuso che improvvisamente ha investito ogni cosa.
L’orrore non deve annichilire. Bisogna agire per i bambini salvatisi, colpiti in vario modo dalla tragedia, che si aggirano attorno al milione e mezzo. E’ un grande imperativo morale dare loro la possibilità di tornare a esistere ed essere felici.
L’Unicef e il mondo intero si sono attivati immediatamente per riportare quei luoghi lontani, privilegiati dalla natura e, improvvisamente, tranciati dalla forza impazzita della natura stessa, a livelli di vivibilità almeno accettabili per consentire soprattutto ai bambini di rimanere dove sono nati e di andare avanti.
Le donazioni e l’adozione a distanza, e non l’egoistico tentativo di sradicarli dalle loro terre, sembrano essere le modalità migliori per contribuire a questo progetto. Nella speranza che quegli occhi neri e caldi, scuri e profondi, e gli occhi azzurri, marroni, verdi, blu sui volti leggermente ambrati, i bambini dai capelli biondi, castani neri, corti, ricci, smarriti e impauriti, costretti ora a guardare uno scenario apocalittico, gli orrori, le macerie, i morti, possano a poco a poco tornare a posarsi pacificati sui segni della vita che deve essere restituita a quelle terre.

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *