Le isole semisommerse della costa Dalmata

– di Nicola Dal Falco

Hanno un profilo allungato che spesso non supera l’altezza di una collina.
Il blu del mare, il verde scuro dei pini e l’azzurro del cielo: tre bande di colore parallele.
Il piccolo borgo di Brac, coltivata a vigna, apparteneva a una schiatta di capitani.
Il Fortino del Poeta a Hvar disseminato di sentenze latine.
Korcula costruita in funzione dei venti dove, dieci contro dieci, si battono i re neri e i re bianchi, in palio la favorita col velo: è la “mareska” che prevede sette assalti.

Guardando la costa di Spalato allontanarsi, si indovina che dietro il primo sipario di monti, allungati come potenti costole, ce n’è un altro e un altro ancora. Un paesaggio di vertiginosi saliscendi che trasforma ogni valle in un corpo a sé. A poco a poco, inevitabilmente, abbandoniamo la prospettiva terrestre per entrare in quella insulare. Le Isole dalmate hanno un profilo allungato che spesso non supera l’altezza di una collina. Per disegnarle a una certa distanza basta intingere il pennello tre volte: una nel blu per fare il mare, l’altra nel verde scuro quasi viola per i boschi di pini e querce e ancora nell’azzurro per il cielo. Tre bande di colore parallele. Forse guardandole, si fissa una nascita ancora in corso. Più che di terre emerse si dovrebbe parlare di isole semisommerse. Poggiano sull’acqua come labbra, nutrendo con l’oblio il mistero del ritorno e della rinascita. Ogni fazzoletto di terra rossa ha le sue aree preistoriche: mucchi compatti di sassi, connessi fra loro fino a formare un muretto ovale. A volte, l’infernale abbondanza di pietre è servita per fabbricare degli stazzi, ricoveri di greggi e pastori, che ricordano i trulli pugliesi.

Lungo le strade interne, il paesaggio collinare, riconquistato dalla macchia, apre al sole una mano callosa.
È il mare a levigarle, a svolgere con il vento e il sole un lavoro d’orafo. La limatura che rimane a mezz’aria, colora l’attimo che precede l’alba e il tramonto. Sarà la vicinanza con la costa, il bianco del calcare, sarà la stessa complessità della storia mediterranea ma le Isole dalmate non si arroccano, si aprono, chiedendo in cambio una prova di pudore, un gesto che venga dal cuore.
L’Adriatico, come scrive in Breviario Mediterraneo Predrag Matvejevic «è il mare dell’immediatezza».
Isola di Brac. Lungo la costa orientale, c’è una caletta sabbiosa (Lowrecina) perfetta come un’asola, con un prato di cipressi e alti pioppi. Appartata in un angolo, la piccola abbazia paleocristiana, scoperchiata dai secoli, insegna ancora la via dell’esilio monastico. Sempre a Brac, Dol, la “Valle”, risale per un tratto perpendicolarmente alla costa, poi si volge quasi a novanta gradi e prosegue sotto il castello di Skrip, che la primavera imbianca di mandorli in fiore. Dol è coltivata a vigna e produce un buon vino. Prima di abbandonare la vista del mare, dà respiro a un piccolo borgo. La casa più grande ha due piani e la facciata rosa.
Un rosa antico, leccato da muffe e licheni che sembra mettere a nudo la trama di un velluto frusto.
Apparteneva ad una schiatta di capitani, rappresentava l’approdo di una vita, l’ultimo scalo scelto con cura, allietato dal verde tenero della vigna e scandito dalla meridiana di un vecchio albero. Questo golfo di terra, podere di scaltri naviganti, è la prova che le isole sanno anche offrire un asilo.

Isola di Hvar. A Stari Grad, nel fiordo ingessato dai moli austriaci, una piazzetta fa da anticamera al Fortino del Poeta. Cercate a godetevi le chiacchiere omeriche di Jelsa e l’eleganza veneziana di Hvar ma non dimenticate di visitare il solido palazzo di Petar Hektorovic (1487-1572) nell’antica Faros, fondata dai greci di Paro.
Traduttore di Ovidio, uomo temperato, curioso e al tempo stesso giusto, caritatevole e longevo, Hektorovic scrisse in antico croato un poema intitolato “La Pesca e i Discorsi con i Pescatori”. Quasi un dialogo neoplatonico scambiato insieme a Nicola e Pasquale durante una traversata di tre giorni da Hvar a Solta e ritorno. Le ciacole in barca danno spazio a notizie pratiche sulla pesca, consigli di vita e sono rallegrate da poesie e canti popolari.
Apostoli ad ogni latitudine, i pesca tori di Hektorovic sembrano i compagni ideali di chi ha eletto il senso della misura a stile di vita, trasformando la propria abitazione, aperta agli amici, in un breviario laico. Come nel castello di Montaigne o sulle architravi dei portoni ad Ascoli Piceno anche il Fortino del Poeta è disseminato di sentenze latine.
“Non c’è niente di occulto”, “ricordati delle ultime cose”, “al creatore dell’universo” e sopra l’ingresso della latrina “se conosci te stesso perché insuperbisci”.

Il palazzo così munito nasconde un angolo di delizie: il colombaio, la pescheria dove nuotano i cefali e l’orto dei semplici. Il poeta pescatore di cuori, isolano e uomo di mondo scelse per vivere un cantuccio che era un belvedere, spiegando la decisione con un’altra frase scolpita: “nel mio fortino che s’impossessò di me”. Isola di Korcula. La città di Korcula è stata costruita in funzione dei venti, per accogliere e distribuire i venti secchi che asciugano e purificano l’aria e per deviare quelli umidi, carichi di pioggia e portatori di miasmi. La via principale taglia in due l’abitato, unendo la porta di mare, a nord, e quella di terra, a sud. Tutte le strade ad occidente guardano il mare, aperte ai soffi di bora e maestrale mentre quelle ad est girano, bloccando il passo allo scirocco e al levante. Nessun artifizio salva, invece, Korcula dai giorni di “fiaka” quando un’aria immota e appiccicosa scolora il cielo e toglie le forze. Vista dall’alto, la pianta ricorda con la spina del corso e le strade parallele il fondo di una nave. E, in effetti, spesso protesse con le sue mura i cittadini meglio di una rapida galea. Su quest’isola, ho conosciuto il Re Nero che per quarant’anni ha battuto la “mareska”. Si chiama Frane De Polo, forse un discendente di quel Marco viaggiatore fatto prigioniero dai genovesi durante uno scontro al largo di Korcula. Frane o Francesco, figlio e nipote di altri Re Neri come lui che nella danza fusero il proprio destino di uomini e di isolani, saldando, ogni volta, il cerchio delle generazioni, ieri, oggi e per sempre. Il combattimento dieci contro dieci tra bianchi e neri mette in palio una “bula”, la favorita che dietro il velo cela, in realtà, il sorriso della giustizia e della libertà. Il bene è costretto ad affrontare il male nell’ultima, perenne sfida, liberando la vergine incatenata sulla spiaggia che il drago brama come carne e amante.

Nella mareska, danzata ogni estate, sono previsti sette colpi, sette assalti. I figuranti, vestiti con costumi rossi e neri di foggia turchesca, si battono impugnando due spade. Il nonno di Frane conosceva anche un ottavo colpo di scherma, detto la spagnoletta. Era forse un colpo basso, vibrato passando il braccio sotto la gamba, troppo cattivo, che non volle più divulgare.
Frane, pittore di paesaggi, deve averlo visto e magari provato. Per me resterà un mistero perfetto grazie ai pochi indizi disponibili esattamente come la sfinge di marmo nero sotto il portico a Spalato, la traversata a nuoto dei cinghiali, che, scappando davanti al fuoco, avrebbero ripopolato l’isola di Hvar o le apparizioni di mufloni a Brac.
Per rafforzare il ricordo, gli ho comprato un quadretto dove terra e mare riemergono dal buio dopo un violentissimo temporale. Rappresenta la fine della “skontradura”, un caos di grandiosa, barocca potenza che per due volte, grazie all’intercessione di Maria, salvò Korcula dalla flotta turca e da quella Federale.

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