Le magie dell’andaluso che dimorò a Venezia

– di Maria Rispoli

La strepitosa vita di Mariano Fortuny, nato a Granada, che fondò una fabbrica di stoffe alla Giudecca e visse nell’antico Palazzo degli Orfei, autentico scrigno della sua arte e delle sue idee innovatrici. Le sublimi scenografie e l’invenzione dei tessuti fatti di velluti toscani e broccati veneziani, seta stampata e perline di pasta di vetro, descritti da Proust come un connubio fra arte ed eros. Le donne più affascinanti del suo tempo, da Isadora Duncan e Peggy Guggenheim, da Natasha Rambova ad Eleonora Duse, vestirono i suoi abiti originali.

Sulla pelle la pioggerellina cade leggera e inaspettata. Venezia è già sveglia da tempo. Il tran tran quotidiano mangia la laguna come i pneumatici l’asfalto. Efficienza padana e distacco veneto. Magnifici palazzi baciati dall’acqua e vaporetti che corrono su e giù. I gondolieri sono al loro posto. Uomini, più o meno prestanti, pronti a recitare il ruolo del macho italiano che tanto fa sognare le donne d’oltreoceano. Maglietta a righe e cappello, foulardino e abbronzatura d’ordinanza. In giro giapponesi e macchine fotografiche, texani e dollaroni. Scarpe da ginnastica e naso all’insù.
Il mondo dei turisti va veloce. È un fiume impetuoso e impietoso. Attraversa calli e vicoli, ponti e quartieri. Macina ricordi e sensazioni, informazioni e suggestioni.
Segue una bandierina. Corre. Ingurgita. Ingoia tutto, spesso senza assaporare. Agguanta la città. Cerca l’immagine, lo stereotipo. Il cliché fa bella mostra di sé in negozi e vetrine. “Antiche” maschere made in China e pezzi di vetro colorato a scimmiottare un’antichissima arte. “Preziosi” ventagli coreani e camerieri che braccano i passanti incitandoli a pranzare con improbabili piatti tipici veneti fatti di gnocchi e cappuccino.

Oltre il souvenir, l’anima di Venezia è sempre la stessa. Linee raffinate e poesia, romanticismo e ricercato gusto estetico. Cupole, miniture, logge, portali cesellati, guglie e mosaici. Venezia è una tela sulla quale ogni guizzo artistico ha lasciato il proprio segno e il proprio colore in modo sublime. Venezia è una colorata piantina di gerani in un secchio di latta appeso al davanzale. È il miagolio dei gatti. È la magia di sentirsi come una dama pur indossando un paio di jeans.
Venezia è passeggiare e immaginare di vivere in un’altra epoca, in un tempo in cui tutto era diverso, più bello, più intrigante o, forse, più semplice. Il tuffo di un remo per portarti a casa. Le corse libere e c hiassose d ei b ambini lungo campielli inzuppati di storia. La cappa di velluto di un domino dal colore della notte a vestire una sagoma di mistero. Languide nobildonne e rapaci gentiluomini. Nuvole di merletto e nastri di raso. Stringhe e stecche per decolté generosi e capelli incipriati. Incedere lezioso e sguardi licenziosi. Preziose redingote e luccicanti bottoni d’argento, gilet damascati e calze di seta. Nelle vene filosofia e rivoluzione, gusto libertino e frivolezza. Il silenzioso scivolare di una gondola lungo i canali, il volto coperto da una maschera e la possibilità di essere ciò che non si è, anche solo per un paio d’ore.
Nel ‘700 veneziano l’anonimato aveva il profilo di un tabarro nero e di una bauta. Tutti uguali. Tutti irriconoscibili. Tutti nella condizione di poter vivere situazioni normalmente non consentite dalla propria condizione sociale. Il nobile poteva fingersi popolano e viceversa. Dietro quella maschera, totalmente inespressiva, si vivevano avventure amorose, si ordivano complotti, si entrava liberamente nei “ridotti”, le famose case da gioco dell’epoca.

Venezia è un favoloso gioco di luci e di ombre, di occasioni e di colpi di cuore. Smette di piovere. Il sole si specchia in una balaustra levigata dal tempo. Persone, mani, secoli, storie. Vite che si sono sfiorate, intrecciate, separate. Vite che continuano a sfiorarsi, intrecciarsi, separarsi. Ci si accorge che quel modo di vivere settecentesco fatto di amori e futilità, di mollezze e rumore, oggi sembra esserci più vicino di quanto si possa immaginare. Si continuano a cercare ponti. Per unire o per andare lontano. Si cercano maschere. Per nascondersi o per trovare coraggio. Per camuffarsi o sentirsi come chiunque altro. Si cerca la gente e il caos. Per confondersi o sentirsi meno soli. Si cercano viuzze e la complicità della notte per amare o per scappare, per riflettere o agire all’insaputa degli altri.
Venezia è una splendida luce. Una luce che ti sfiora il viso dando a ciò che si guarda un allure tutto speciale. È la luce soffusa di una candela e quella abbacinante di un raggio agostano. È la luce calda che nasce dal crepitio di un fuoco e quella infreddolita della luna che si specchia nell’acqua. È la luce che ti conduce lungo stradine che sembrano assomigliarsi ma che, ben presto, disvelano luoghi e sensazioni sempre nuovi. Venezia è un’elegante clessidra che fa scorrere il tempo al contrario, catapultandoti in mondi passati e meravigliosi dove gli scalini di m armo d ei sontuosi palazzi non sono altro che l’ingresso verso racconti di uomini e vite speciali.

Quella clessidra e quella luce indirizzano il nostro passo nel piccolo campo di San Beneto a Palazzo Pesaro degli Orfei. La dimora cinquecentesca, dalle linee gotico-veneziane e gli ornamenti rinascimentali, fu sede nel 1786 della Società Filarmonica L’Apollinea, di qui il precedente nome di Palazzo degli Orfei. L’antica abitazione della famiglia Pesaro venne acquistata da Maria Fortuny y Madrazo, meglio noto con l’italianizzato Mariano Fortuny, per farne lo scrigno della sua arte e delle sue idee innovatrici.
L’eclettico personaggio andaluso nasce nel 1871 a Granada. Alla morte del padre, si trasferisce in Francia con la famiglia. In pieno decadentismo afferra con entusiasmo gli stimoli del bel mondo parigino. Arte e lusso, mondanità e cultura. Nel 1889, dopo gli studi pittorici d’oltralpe, giunge a Venezia.
La sua adolescenza trascorre tra circoli accademici ed amici illustri, il principe Fritz Hohenlohe Waldenburg e Gabriele D’Annunzio, la marchesa Casati e il poeta austriaco Hugo von Hofmannsthal, il conte Primoli ed il barone Franchetti. Un viaggio a Bayreuth gli accende nel cuore l’amore per la musica wagneriana. Si avvicina all’arte della scenografia e alla illuminotecnica. Spe rimenta le prime diapositive colorate e deposita innumerevoli brevetti. È subito innovazione. Mariano rivoluziona le scenografie dei maggiori teatri italiani e tedeschi. Realizza i bozzetti per la prima del “Tristano e Isotta” alla Scala nel 1900. Allestisce l’intero ciclo wagneriano dell’Anello del Nibelungo in un unico spettacolo. Gli studi sulla luce lo portano alla ideazione della “cupola”, un ingegnoso sistema di illuminazione indiretta e diffusa, in grado di mostrare il passaggio dalla notte al giorno.

Negli anni successivi perfeziona il meccanismo per il teatro privato della contessa di Béarn aggiungendo alla scene la proiezione di cieli colorati e nuvole.
Mariano è un vulcano. Viaggia. Cattura stili e tradizioni, colori e pensieri. Rielabora. Unisce. Innova. Sperimenta. Inizia a lavorare sui tessuti. Nelle sue stoffe si mescolano linee e colori di culture totalmente diverse. Mette insieme gli abiti dell’antica Grecia e gli arazzi medievali, i dipinti del Rinascimento ed i bournous arabi.
Velluti toscani del XV e XVI secolo e broccati veneziani. Seta stampata e perline di pasta di vetro. Abbina decorazioni di tessuti copti, persiani e turchi a segni scultorei paleocristiani. Le stampe di Morris ai motivi decorativi catalani. Tinge le stoffe con un procedimento che trae origine dalla tecnica dei Katagami giapponesi e adorna le sue creazioni con murrine di Murano. Veste le donne più fascinose e famose di quegli anni. Isadora Duncan e Peggy Guggenheim, Natasha Rambova ed Eleonora Duse. Per la tournee americana della Divina, Fortuny disegna un peplo così leggero da poter essere piegato in una borsetta senza sgualcirsi. Con la moglie e musa Henriette Nigrin crea il Delphos, un abito in seta plissè che lo rende famoso in tutto il mondo.

La penna di Proust descrive gli abiti di Fortuny come connubio di eros ed arte. Nel volume “La Prigioniera”, infatti, la protagonista Albertine indossa le originali stoffe dell’artista andaluso. Mai pago, Mariano inizia a produrre meravigliose lampade in seta decorata, ancora oggi, ammirate e ricercate dagli esteti. Alla Giudecca fonda la fabbrica per la produzione industriale delle sue stoffe.
Illumina e riveste i musei e i palazzi europei. La sua stessa dimora, ribattezzata Palazzo Fortuny, si trasforma in una grande wunderkammer fatta di sculture e libri, costumi e opere d’arte. Ogni centimetro del palazzo trasuda della sua inventiva e sensibilità. Una mistica luce filtrata dona agli spazi un’atmosfera surreale profumata di antico e di lusso, di spirito berbero e voglia di avventura, anima intimista e magie d’Oriente. Foto sparse qua e là a raccontare la vita.
Alambicchi e cavalletti, pennelli e negativi. Passato, presente e futuro sorprendentemente mescolati da un’artista la cui vita sembra sospesa nello spazio e nel tempo.

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