Le mie dodici Capri

– di Gianluigi Di Franco

L’Isola delle Capre, il salto di Tiberio, la casa di Malaparte, il mare, le farfalle, l’erica, le grotte, il pieno dell’estate e il vuoto dell’inverno, le sirene, i sapori mediterranei, il rosmarino selvatico e le pezzogne. Il gigante dei racconti di nonna Angela. Voci ed emozioni. Un’immagine di Debussy e i versi di Neruda.

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200507-14-3m“Cuerpo de mujer, blancas colinas, muslos blancos” è l’apertura di una nota poesia di Pablo Neruda che ha evidenziato sul piano simbolico il passaggio da un habitat formativo di vita, impregnato di stimolazioni sensoriali e provocazioni affettive, caratterizzate da un profondo contatto con la natura, identificato con l’isola di Capri dove sono nato, ad un contesto metropolitano, caotico e pulsante, che è la città di Napoli.
L’Isola delle Capre come contenitore autonomo dal resto, come milieu emotivo riferito a valori autoctoni e primari, come una brezza levantina al calar del sole, che riconcilia i tumulti del corpo per aprire alle evocazioni fantastiche della mente e, all’opposto, facilitativa di trasgressioni collegate ad una impazzita sensualità, come dissacrazione di un io troppo pensante.
L’Isola di Curill’, omone alto due metri, onesto marinaio e grande mangiatore di pasta, ma anche magico incantatore delle trombe tagliate in mille code dalla sua sapiente spada, fonte ispirativa di immagini e associazioni derivate dai caldi e accorati racconti di mia nonna Angela. Mille code di zefiro, che portano il messaggio di scampato pericolo alla comunità, dal mare verso la terra, dalla burrasca alla tranquillità.
L’Isola di Tiberio, dove il “salto” contiene il mito di quelle voci di giovani donne che, urlanti, ricordano la malattia del benessere crapulonico del tardo impero romano. Essa implica il potere proiettivo di chi, in quei luoghi, può esercitare un potere e trasformare la propria ansia di dominio in cruento carpire la verginità dell’incosciente, per soddisfare un vizioso desiderio collegato al possesso.
L’Isola di un’allucinata falce e martello, appoggiata su una roccia prominente sul mare; simulacro di una libertina ma umana ambivalenza di pensiero e di sentimenti, che ha custodito come in una cripta, trasparente, villa sul mare le angosce esistenziali di Curzio Malaparte.
L’Isola delle colline di Debussy, “(…) dei dolci declivi e degli anfratti marini (…).
L’Isola delle Sirene, delle melopee avvolgenti, restitutive di un incanto che fissa il malessere per concedersi ad un inquietante infinito benessere, che ha a che vedere in qualche modo da una parte con l’irrisolto, dall’altra con il senso di colpa che deriva dalla ripetizione di atti che garantiscono uno stato di piacere.
L’Isola delle farfalle, dell’Erica, dell’Issopo e della Celidonia, l’isola del giocoso nascondiglio di Axel Munte e delle immagini rievocate da mio padre degli incontri tra le diverse corti reali d’Europa e quella svedese: tante lingue, uno sfarzo contenuto ed adattato ad un contesto naturale che consente comunicazioni più aperte, sani e fluidi scambi intellettuali, sane e fluide relazioni umane.
L’Isola del mare azzurro e smeraldo, dove tuffarsi nell’acqua vuol dire, un po’, tuffarsi dentro se stessi: stabilire un impatto forte ed immediato con le sensazioni assolute e con le emozioni a queste collegate.
Il senso di dilatazione dello spazio con la paura di esserne annientato, ma con il desiderio di scoprirne i particolari, la sensazione cenestetica di schiacciamento del corpo legato alla pressione dell’acqua, trasformata in caldo e avvolgente contenitore dai raggi del sole rifratti e dalle sonorità ovattate, ma precise e distinte, del panorama marino.
L’Isola delle grotte e degli echi rievocativi, attraverso il riverbero delle sonorità, di immagini che ti collocano in una facile posizione di ascolto di ciò che da fuori viene al dentro e di ciò che dal dentro si collega col fuori.
Un magico estro di fluidità comunicazionale fra l’interno e l’esterno, che fa assumere significato al dentro e al fuori, non unicamente come spazio geografico ma come entità di significato, che restituisce credibilità affettiva all’unità biologica del corpo come anima. L’anima come qualità che facilita una comprensione profonda del chi si è, da dove si proviene, per dove probabilmente si vuole andare, chi si vuole incontrare e che cosa con questi si vuole raccontare, quindi condividere. Un magico estro che corrisponde a modalità diverse per persone diverse e che si collega alle caratteristiche di contesto diverso dove si va a definire. Esso dura attimi, ma lascia il tempo di intuire la profondità del senso armonico, che deriva dai vari elementi che si condensano e si inanellano, e lascia il segno del peso e della farraginosità di quanto questo non succede, conferendo una maggiore sensibilità a che cosa vuol dire tras-portare il peso di un corpo non sensibile che non aspiri a ciò. Il modo e il tempo, come aspetti, primo e secondo, che si fondono spontaneamente nella prospettiva di dare all’uomo una possibilità di ispirazione, proiettata alla definizione di un momento terzo come creazione.
L’Isola del pieno d’estate e del vuoto d’inverno. Pieno d’estate quando tutti i turisti del mondo vengono per ammirare le sue bellezze, momento che espone ad una eccitazione legata alla circolazione di interessi che investono e nutrono l’aspetto narcisistico di chi si identifica con l’isola.
Vuoto d’inverno quando questa attività insostituibile di conferma cessa e si definisce uno spazio vuoto, dove il significato dell’assenza viene avvertito come una mancanza di affetto, come un abbandono che a volte, vissuto come traumatico, determina nella cultura dell’isola una teatrale scelta suicidaria. Un’altalena di dichiarata e riconosciuta circuitazione di flussi libidici di segno opposto che espone, come una condizione clinica di tipo ciclico, da una parte ad una tonalità maniacale e dall’altra ad una tonalità depressiva.
Tale realtà propone, macroscopicamente ed inevitabilmente, non scelte, in termini di adattamento in basso a tale realtà depolarizzante, cioè seguire pedissequamente il flusso vitale nei suoi aspetti di superficie, dall’altra espone all’ipotesi di una imbizzarrita ispirazione che ne può derivare. Essa per un verso ha sedotto numerosi artisti di estrazione diversa che hanno individuato in Capri un luogo terapeutico, cioè contenitivo/trasformativo della loro capacità intuitiva, facilitativi e completativi della forma artistica, ma per l’altro ha facilitato spesso il delirio di molti che hanno in ciò individuato la scelta lucida di fermare la vita.
L’Isola dei sapori mediterranei, che si fondono in un crogiolo multisensoriale con i colori e gli odori del pomodoro e del basilico, delle ginestre, del rosmarino selvatico e delle pezzogne.
L’Isola dove sono nati mia madre e mio padre, mia madre Linda a Capri con calda funzione materna di contenimento e di avviamento, fautrice di un carpe diem nostrano e ispiratrice protosensoriale del canto come piacere di vita; mio padre Giovanni ad Anacapri con incisiva e rigorosa funzione del rispetto delle regole per la consapevolezza di che cosa vuol dire controllare il tempo della necessità, che ho appreso e che ho a lungo combattuto fino a restituirgli e a condividere con lui, prima che morisse, che questa cosa non ne escludeva un’altra.
Un artista sensibile
dal sorriso luminoso

E’ scomparso a Napoli Gianluigi Di Franco, cantante e interprete di uno stile identificabile nell’area pop-mediterranea. Partecipò come coautore e cantante ai successi di Tony Esposito (Kalimba de Luna). Nel 1989 compose e cantò l’Inno internazionale dell’Unicef europeo “Need to say”. Dal 1978 si occupò di musicoterapia. Fondò a Napoli nel 1986 il Crm e nel 1989 la Scuola di formazione in musicoterapica dell’Isfom. Fu promotore e presidente della Confederazione italiana associazione musicoterapia (1994-2000) e dell’ European Music Therapy Confederation (1998-2001).
Membro del consiglio della World Federation of Music Therapy in qualità di responsabile della Commissione per le pubblicazioni (1996-2002). Diresse il corso di musicoterapia promosso dall’Istituto nazionale per lo sviluppo musicale del Mezzogiorno presso il Conservatorio “U.Giordano” di Foggia. Tenne seminari e workshop in Italia, Brasile, Argentina, in Nord-America e in molti paesi europei. Ne riproduciamo in queste pagine uno scritto, “Capri come madre” tratto dal suo libro “Le voci dell’emozione. Verso una pragmatica della musica come terapia”. (Ismez/Onlus-Roma 2001).
Gianluigi Di Franco era nato a Capri il 5 gennaio 1953.

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