Le mie trenta barche

– di Valeria Serra

Quei legni levigati dalle onde somiglianti a uno scafo, un boma, un albero e scatta la fantasia.
I pezzi raccolti sulle rive delle mareggiate contengono già una barca immaginifica. E invento, costruisco. Dopo avere viaggiato in lungo e in largo per i mari del mondo, nelle mie stanze bianche e azzurre ecco la più incredibile delle flotte alla quale ho dato il nome di un navigatore genovese, Usodimare, che servì la marineria portoghese nel 1400.

Quando ero piccola sognavo di avere una barca tutta mia e fantasticavo sul nome che le avrei dato e più ancora sui mari che avrei potuto navigare ed esplorare. E con la stessa fantasia facevo navigare legni che il mare aveva riversato sulla spiaggia: con un brandello trovato li armavo di una sorta di vela e dal bagnasciuga li abbandonavo alla corrente.
Erano le estati indimenticabili trascorse nell’arcipelago di La Maddalena ed era naturale che, in un luogo marino così intenso e prodigo, una bambina preferisse abbandonarsi a quell’immaginario piuttosto che al mondo delle bambole.

Sono passati quarant’anni e una vera barca ora la possiedo con il mio compagno capitano negli oceani veri. Ma possiedo anche un’altra flotta, la quale mi dispensa altrettanta eccitazione: sono le mie barche costruite con i legni levigati dalle onde e gettati sulle rive dalle mareggiate, scelti – uno tra mille – per la loro forma di carena che già la natura ha sapientemente e misteriosamente preparato.
Sì, c’è un mistero in quelle forme sbiancate dal sale che è impossibile indagare: da dove arrivano?
Quanto tempo sono state in mare? Quali coste hanno sfiorato prima che io potessi ritrovarle sui miei passi?
“Il mare – scriveva l’artista Bruno Munari – lavora come un vero artigiano. Non puoi chiedergli di fare una produzione in serie di un certo sasso levigato in quel modo: non puoi chiedergli di farne cinquemila pezzi tutti uguali da consegnare franco di porto alla spiaggia di Rimini. No questo non lo farà mai. Lui fa solo pezzi unici e irripetibili, come le opere d’arte. Mai nessuno ha trovato due, dico due, pezzi uguali prodotti da questo capriccioso artigiano”.

Ecco, da quella casualità, da quell’una possibilità tra le tante nasce ciascuna delle mie barche. Sulle sponde esposte al vento dominante di queste dolci e aspre isole tra Corsica e Sardegna, tra legni “spiaggiati” o “bois flotté” come li chiamano i francesi, sembra esserci l’imbarazzo della scelta. Ma non è proprio così. Tra i cumuli stratificati nel tempo indugio delle ore, per innanzitutto guardare e riconoscere.
Certe volte non ne trovo neppure uno vicino a somigliare ad uno scafo, un boma, un albero. La vista è dunque il primo senso che interviene sull’intento creativo e il ritrovamento é il momento più importante, quello che già ha in serbo una creazione da “varare”. Il pezzo raccolto che già contiene una barca immaginifica si sposerà più tardi a un altro che ne costituirà l’albero; trovato magari l’anno prima: dove esattamente non lo ricordo quasi mai.
Ho vecchie vele che hanno veleggiato così tanto da esser lise, con gli occhielli ossidati, le cuciture ripassate: non mi resta altro che tagliarle di forma e di misura e armare quello che pareva solo un legno sbiadito e abbandonato tra le alghe marcescenti al sole.
Forse c’è una parte di me che non è mai cresciuta o che ha recuperato una giovanile libertà; che accanto alla vita vera ha bisogno di crearne un’altra parallela.

In fondo, le bambine mie coetanee che giocavano alle bambole mimavano e inscenavano scenari verosimili. Era una piccola arte anche la loro. E senza invocare le differenze vere o presunte tra artigianato e arte, per il mio sentire è solo la creatività che conta, la scintilla che la genera, le mani che la governano. Nell’inventare bisogna appassionarsi, giocare con le briciole rimaste della propria infanzia. Picasso diceva: “Ci si mette del tempo a diventare giovani”. In questa mia nuova giovinezza, dunque, voglio far navigare essenzialmente sogni. Dopo aver viaggiato in lungo e in largo per i mari del mondo, queste mie stanze bianche e azzurre, dove le mie barche abitano provvisoriamente, sono altrettanto piene di promesse. Ho bisogno del mare vero accanto a me: ed è lì oltre la finestra; e ho bisogno al pari dei suoi simboli e delle sue metafore.
Cercare, immaginare, inventare, costruire: spesso lo sento necessario e inevitabile. Un filosofo affermava che “scriviamo perché la vita non ci basta” e condivido il suo pensiero. E a proposito della scrittura, che è il mio mestiere “vero”, direi persino che il mio libro recentemente pubblicato, “Le parole del mare”, è costruito proprio come le mie barche. Anzi, è un po’ la stessa cosa. In esso ho cucito i pensieri scovati in duecentocinquanta romanzi, cercati tra le pagine come se avessi frugato tra i relitti di una spiaggia. E ho scoperto che un’emozione di Robert Musil aveva lo stesso sentimento di quella della Yourcenar; o che un commiato di Goethe l’identica frequenza di quello di Cesare Pavese. Tutti con il mare dentro.

Cosa mi piace delle barche (una trentina) fin ora costruite che, se non navigheranno davvero, mi pare lo stesso vivano di loro luce propria? Mi piace l’averle inventate con la complicità del mare. Mi piace veder nobilitato qualcosa che un nome o una ragione non l’avevano più.
Alla mia flotta ho dato il nome “Usodimare”, nome che viene dal navigatore genovese Antoniotto Usodimare che servì la flotta portoghese del Principe di Sagres nel 1400. Di lui si persero le tracce nell’Atlantico e la sua sorte è un mistero irrisolto come quello dei legni che la corrente trasporta su rotte sconosciute. Anche le mie barche hanno un nome proprio, dato che la differenza tra reale e immaginario a volte non la distinguo più, tanto mi paiono pronte a salpare verso il largo.
“Blanca” è la capostipite ed è una delle più belle perché lo scafo che il mare ha eroso e limato ha una chiglia perfetta e un ponte piatto. Anche “Rangiroa” è stata scolpita proprio perché qualcuno la trovasse e ne riconoscesse subito la piccola tuga e la carena incredibilmente simile a quelle vere.

“Tetiaroa”, invece, è nata da due residui di barca affondata: un tientibene e un pezzo di carabottino.
È bastato armarla di una vela bianca e una rosso granata per immaginarla attraversare l’orizzonte. È così per tutte e, quando le guardo, mi dicono che ciascuna ha il proprio orgoglio. Quando, molto presto, le metterò in mostra, sentirò una perdita. Ma è giusto che vadano verso un loro destino, quale che sia. È marzo, e oggi sulla mia isola del vento soffia una fredda tramontana: il mare è rabbioso di schiuma, le onde hanno chine molto ripide. Quando verrà la prima bonaccia salirò a bordo della mia barca “vera” per raggiungere le insenature in faccia al nord, e vedere cosa il mare ha potuto regalarmi.

(Le opere di Valeria Serra saranno in mostra, da giugno a settembre, a Porto Cervo negli spazi della Promenade du Port.)

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