Le navi della mia vita

– di Maria Gisella Catuogno

Il racconto appassionato di un’elbana nel ricordo del padre che navigò gli oceani del mondo.
Petroliere, mercantili e porti lontani.
La circumnavigazione dell’africa.
Lasciate le grandi rotte, un dolce tramonto a pesca di totani nel mare dell’elba.
Mariano, il nonno venuto da capri.
Le suggestioni di una bambina alla vista dell’ammiraglia della navigazione toscana, l'”aethalia”, bella e imponente.

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200705-8-2mAppartengo a gente di mare e di miniera perché abito all’Isola d’Elba e il sale e il ferro l’ho respirato fin da bambina, giocando sulla battigia luccicante di certe sue spiagge. Nascendo in un piccolo paese della costa orientale, Cavo, dove la strada principale è il lungomare che unisce il cuore dell’abitato a Capo Castello, promontorio che si allunga sul Canale di Piombino, il mare è sempre stato, fin dalla più tenera infanzia, il mio referente assoluto, nel male e nel bene, oggetto al tempo stesso d’amore e di timore, d’affetto e di paura.
Dalla mia casa, a cinquanta metri dalla riva, nelle belle giornate di sole, scendevo a passeggiare sulla spiaggia, a disegnare con un bastoncino ghirigori sulla rena umida, a tirare sassi nell’acqua, a guardare sul moletto i pescatori seduti a rammendare le reti. Per arrivare a scuola, dovevo percorrere il lungomare: quando era calma di vento, mi divertivo a seguire, poco più al largo, l’arrivo della nave da Portoferraio, la sua sosta mentre aspettava il barcone con i passeggeri che poi, lentamente, salendo una ripida scaletta, passavano da un natante all’altro, finché la “Laura”, come si chiamava, non ritornava semivuota in porto e il traghetto puntava la prua verso Piombino, che appariva fumante all’orizzonte.
Guardando quella scena, rammentavo sempre l’emozione del mio primo viaggio, l’avvicinarsi progressivo della barca alla nave in attesa, che mi appariva grandissima e fastosa incombente e inquietante. La più bella era l'”Aethalia”, l’ammiraglia della Navigazione Toscana, meno attraenti il “Portoferraio” e il “Portazzurro”, che erano state navi militari e ne conservavano, sebbene riadattate all’uso civile, il carattere spartano e la severità.
Mio padre navigava: non c’era quando nacqui e la notizia della venuta al mondo della sua primogenita lo raggiunse mentre si trovava in Sardegna, sul “Valsale”. Era una nave mercantile che portava un po’ di tutto, dai prodotti alimentari agli animali da circo. Babbo me ne ha sempre parlato con fierezza, come se quella nave fosse un pezzetto della sua vita, della sua identità.
Insieme al latte materno, ho succhiato però anche una sorta di nostalgia preventiva verso un padre che mi sarebbe molto mancato, nonché la costante apprensione per la sua sicurezza. Ancora piccola, se il maestrale spazzava le nuvole rendendo il cielo terso come cristallo o le raffiche di libeccio facevano mulinare le foglie accantonate dall’autunno e i panni stesi sui cespugli di lavanda, il mio pensiero era per lui, per il babbo lontano ed esposto a chissà quali pericoli.
Inutilmente mia madre mi rassicurava, dicendomi che la nave era appoggiata, cioè all’ancora, in un tratto di mare a ridosso del vento: io ero in ansia e la sera nel mio letto le preghiere più accorate erano per la sua salute, per il suo ritorno a casa.
Oggi ritengo che la mia sensibilità, forse eccessiva, la mia permeabilità al dolore personale ed altrui siano state fortemente nutrite da quelle esperienze.
Quando avevo quattro anni la nave di mio padre andò ai lavori a Civitavecchia: così per un mese circa mamma e io ci trasferimmo in quella città, prendendo un appartamento in affitto. Ho un vago ma persistente ricordo della contentezza di quella normalità: la sera tutti e tre insieme, fino alla mattina dopo. Spesso io e lei andavamo al cantiere, dove la nave veniva rimessa a nuovo: mi appariva immensa, straordinaria e gli uomini che vi lavoravano intorno, arrampicati sulle sue fiancate, a scrostarne la vecchia vernice e a pitturarla di nuovo, sembravano formiche sopra un elefante. “Babbo, babbo!” gridavo, quando mi sembrava di scorgerlo, e se lui mi sentiva e si voltava sorridendomi e facendomi segno, era per me il più bel regalo del mondo.
Le navi mercantili che navigavano nel Mediterraneo lo ospitarono ancora per alcuni anni. I viaggi non erano lunghissimi e i rientri a casa frequenti, anche se spesso soltanto di qualche giorno.
A metà degli anni Sessanta, il grande cambiamento. A babbo venne offerta la possibilità di imbarcarsi sulle petroliere della “Esso” che facevano viaggi a lungo corso: la paga era buona, ma si trattava di stare lontani da casa molti mesi, da sei a nove, e questo ci spaventava molto.
“Provo…” disse mio padre e partì con due grandi valigie e il cuore stretto. Non so chi stesse peggio: se mia madre, vedova bianca, con la responsabilità dei figli da crescere, noi bambini, privati così tanto tempo di un genitore o lui che partiva per la grande avventura. Oggi propendo a credere che soffrisse di più chi restava. Cominciammo a scriverci lettere, per via aerea: carta finissima e azzurrina, bandierine sul contorno della busta.
Ci raccontava dei viaggi in aereo, per raggiungere la nave, in uno dei tanti porti europei, da Rotterdam a Lisbona; ci descriveva quelle enormi petroliere, dove, per andare da poppa a prua, si usava anche la bicicletta; ci rendeva partecipi delle lunghe navigazioni oceaniche e degli arrivi in Golfo Persico, in Arabia Saudita o in Venezuela, per rifornirsi di quell’oro nero di cui i paesi occidentali avevano bisogno; si lamentava del clima impossibile di quei luoghi, del caldo che faceva, di quanto sudasse a lavorare e di come, per non disidratarsi, fosse costretto a inghiottire pastiglie di sale. Leggevo quelle lettere e fantasticavo su quei luoghi e sulla vita di bordo: le cuccette, la cambusa, gli immensi rifornimenti di cibo, il pane caldo o le schiacciate della colazione. “Ma nulla è buono come a casa!” trovavo scritto.
Mia madre pensava a tutto ed era sempre affaccendata, cercando di farci anche da padre; ma, in certi momenti, un’ombra le offuscava lo sguardo e, quando si sedeva a ricamare, mi pareva che al filo mescolasse anche la tristezza e il fardello della sua solitudine. Allora non desideravo altro che il tempo passasse veloce, per vederla di nuovo serena e sorridente.
La permanenza di mio padre sulle grandi petroliere durò fino ai primi anni Ottanta, con intervalli piuttosto lunghi di tempo, in media tre mesi, fra un imbarco e l’altro: in vent’anni di navigazione aveva vissuto le grandi traversate oceaniche, dall’Atlantico al Pacifico, all’Oceano Indiano; aveva toccato decine di porti, da Calais a Dubai, da Singapore a Città del Capo; aveva attraversato il Canale di Panama e doppiato più volte il Capo di Buona Speranza, quando, per la guerra arabo-israeliana, il Canale di Suez era stato chiuso e, per raggiungere il Golfo Persico, occorreva circumnavigare l’Africa. I suoi racconti erano ancora vivaci e coloriti, ma la voglia di mollare tutto e ritirarsi nella sua isola a fare solo il pescatore e il contadino era sempre più forte: del resto io e mio fratello eravamo ormai adulti e mamma sempre più stanca di stare sola.
Così si congedò da quel mondo, ma non dal mare: dato l’addio agli oceani, comprato un bel gozzo, il suo orizzonte quotidiano diventò lo specchio d’acqua di fronte a casa. Lì, la mattina, insieme al cognato, gettava le reti, mentre l’aurora tingeva di rosso il cielo e il paese ancora dormiva, ritirandole qualche ora dopo, appesantite da triglie, scorfani, capponcelli, verdoni, se la giornata era fortunata; lì, perlustrava in lungo e in largo i fondali alla ricerca di qualche polpo, che acciuffava con mezzi di fortuna, dall’ortodossa polpaia, all’inedita zampa di gallina.
Era un autentico marinaio, mio padre, con un’eleganza innata, anche quando compiva i gesti più semplici o prosaici : il berretto di lana calcato sulla fronte, il bel viso perennemente abbronzato, la precisione e la riservatezza di chi è stato molto in compagnia dei propri pensieri.
Era il mio bollettino del mare, la mia rosa dei venti. Se dovevo partire, era a lui che mi rivolgevo per sapere che aria tirava, se c’erano problemi per il traghetto o per l’aliscafo; nel rimpianto immenso per la sua scomparsa, c’è anche questo: non distinguere mai con certezza il grecale dal levante, il ponente dal maestrale o dalla tramontana. Riconosco bene solo il libeccio, perché soffia a raffiche, o lo scirocco, perché è irritante e uggioso.
Si convertì bene mio padre dal mestiere di marittimo, come lo chiamava, a quello di pescatore, specialmente se era tempo di totani, nome con cui noi elbani chiamiamo i calamari. Allora partiva col suo secchio e la totanaia d’ordinanza, nelle calme sere di fine estate, e non ritornava se non qualche ora dopo. Talvolta si spingeva fino a Palmaiola o sulla secca di Capo Vite. Era una gara scherzosa, con gli amici, a chi resisteva di più, a chi riempiva prima il secchio. Del resto, familiarità con le barche, babbo ce l’aveva sempre avuta: i suoi nonni erano emigrati all’Elba da Capri ai primi del Novecento, venendo con la loro grossa barca napoletana a cercare nell’Arcipelago toscano quelle occasioni di lavoro che da loro si stavano sempre più assottigliando. Mariano, il nonno caprese, fece fortuna, divenne padrone ed ebbe in paga vari dipendenti; così anche suo figlio Umberto, mio nonno, fu pescatore, e mio padre, divenuto ragazzo, li aiutava.
Si spingevano a remi dall’Elba fino a Pianosa, che era ricchissima di pesce. In quella maniera allora ci si facevano i muscoli.
Babbo, dunque, si è fatto uomo respirando il salino e il mare l’ha sempre avuto negli occhi. Da vecchio amava la sua guzzetta, come chiamava affettuosamente il suo gozzo, al pari di un familiare, e a lei dedicava grandi cure, per tenerla sempre in forma.
Ora che lui naviga in un altro azzurro, ancora più profondo, il mio rapporto con i natanti si è molto allentato: solo un figlio di mio fratello, Matteo, ha ereditato la passione del nonno. Io mi limito ad attraversare il canale con i traghetti o con l’aliscafo e a fare qualche gita per mare d’estate, niente di più. Però, ogni volta che mi affaccio al parapetto e vedo la costa allontanarsi, e sotto di me dilaga quell’immensa distesa d’acqua, più o meno irrequieta, più o meno blu cobalto; e su di me s’apre, senza nessun limite, la volta celeste, sempre diversa nelle sue forme e nei suoi colori; allora capisco la scelta di mio padre, allora intuisco la magia del mare, il senso di illimitata libertà che regala e penso davvero che, malgrado la fatica, la lontananza, la nostalgia, il sacrificio, il mestiere di marinaio sia uno tra i più belli al mondo.

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