Le passeggiate anacapresi del professore gentiluomo

– di Roberto Gianani

Ricordo di Alfonso Cianniello, l’economista che sapeva leggere i bilanci e le cifre
del cuore.
La casa di calce bianca su un giardino di margherite e carrubi, il gozzo di nome “Maria”, i sentieri della Migliera percorsi mano nella mano con la moglie Rosanna, l’amore di una vita, i giochi con i sei nipoti.
E l’isola di lavoro a Napoli col percorso quotidiano a Santa Lucia tra le persone
che lo adoravano: la fioraia per l’immancabile omaggio di un “mazzolino” alla moglie, i due posteggiatori, il barbiere Luigino.
A sera la sosta al Circolo Savoia con Pippo Dalla Vecchia e Carlo Rolandi.

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200505-14-3mL’ultima carezza ad Alfonso Cianniello, il professore gentiluomo, è quella di una pioggerellina discreta e rispettosa che bagna il sagrato della chiesa di Santa Lucia a Mare, nel cuore della Napoli di Giuseppe Marotta. A due passi da una scogliera colorata di grigio in una domenica di primavera, quando i napoletani celebrano la cerimonia dello stare insieme e riunire la famiglia. E’ l’ultimo abbraccio al maestro, al professore elegante e appassionato, testimone ed erede della nobile tradizione degli economisti napoletani, con in testa Domenico Amodeo di cui Alfonso Cianniello è stato allievo fiero e valoroso. Preparazione e pareri lucidi come cristalli. Una vita mai a voce alta. Il garbo, la conoscenza, l’educazione, la trasparenza degli interventi e la densità del pensiero. Fare e pensare, costruire e dare l’esempio. Prestare ascolto anche ai più umili e regalare un consiglio. Generosità e dedizione all’animo umano, senza mai ripudiare quella voce interiore capace di leggere nei labirinti della esistenza e dei rituali quotidiani.
Gli erano estranee le furbizie di molti commercialisti, le astuzie e i facili compromessi. Una sola bussola interiore: la correttezza.
Nella sua geografia spirituale il rispetto degli altri, il pensiero indipendente e un forte desiderio di verità. Una vela di vento pulito, seducente e fascinoso, educato e signore. La napoletanità perbene, quella che si è persa ma che i nati tra gli anni ’30 e ’40 ricordano come patrimonio unico di molti napoletani “protetti” dagli umori mutevoli del Vesuvio.
Con Alfonso Cianniello se ne va un pezzo della città. Piovono lacrime dignitose e fiori bianchi sotto l’affannoso respiro del cielo. Affetto e tristezza, pianto e quiete. La lettera piena di poesia di un discepolo dice: “Non puoi non dire della grandezza di quest’uomo, del suo amore per la famiglia, delle cure che dedicava alle persone amate, della disponibilità e del rispetto che aveva verso tutti coloro che hanno bussato alla sua porta. Chi ha poggiato le mani su quel legno ha guadagnato sempre un “avanti” pronunziato con un filo d’argento nella gola e un gomitolo d’oro intorno al cuore. Noi busseremo altre dieci, cento e mille volte. Perché questo non è un addio, ma l’arrivederci di ogni sera”.
Difficile bloccare il pianto, non avvertire un senso di privazione, di improvvisa mancanza sottolineata dal ricordo appassionato di un giovane collega: “Ora ci hai lasciato soli, ma dentro di noi è rimasta una parte di te che affiorerà di volta in volta, quando con grande malinconia ci domanderemo ah se ci fosse ancora Alfonso, se ci fosse ancora Fofò, se ci fosse ancora il nostro amato professore”. Parole accorate, l’ultimo saluto sotto la pioggia.
Un corteo ordinato, composto, silenzioso. Tanta gente per lasciargli un saluto, una carezza, un segno. Tanta gente della sua Santa Lucia, il quartiere che ha abitato per quarant’anni. Quarant’anni vissuti in questa isola della vecchia Napoli. La bottega di Menichiello, il gioielliere della frutta, le chiacchierate affettuose con Pasquale e Armandino, posteggiatori di animo gentile. Il primo caffè al Bar Garofano, la cerimonia di pennello e rasoio da Luigino il barbiere, un uomo piccolo, tondo e appassionato di calcio. Poi, petali rossi, petali gialli, petali blu per quel mazzolino di anemoni comprato tutte le mattine da Maria la fioraia per la sua Rosanna. Un rito, un amore, un gesto antico. I giornali all’edicola di don Antonio. L’università, le giornate di lavoro nello studio di Largo Torraca, le consulenze impegnative e prestigiose. Le serate in amicizia con Pippo Dalla Vecchia e Carlo Rolandi al Circolo Savoia. Racconti di barche e di vele, leggende di pescatori e soffi di tramontana. Chiacchiere lente nel dondolìo del tempo, fermi a parlare come marinai sulla riva. Pagine intense scritte per il grande libro della vita. Pagine uscite da una favola vera.
C’era una volta il professore gentiluomo che sapeva leggere i bilanci e le cifre del cuore. Un faro, un esempio, una luce. Mancherà agli allievi della Facoltà di Economia, ai collegi sindacali, ai consigli di amministrazione. Riunioni di lavoro intenso, pillole di saggezza, accordi chiusi con una stretta di mano.
Ai figli Antonio e Maria mancherà il suo disegnare la rotta, la sua voce, il suo stile di vita. Antonio, la professione di commercialista e la vela, le regate e il senso dell’amicizia, il controllo di gestione e lo sguardo di mare. Insieme a lui, Marco Reginelli, Maurizio e Paolo Salvatori. Quattro moschettieri che porteranno avanti con onore la memoria del professore. Quella stessa memoria che sarà la bandiera di Maria. La passione per i libri e l’impegno nel sociale, la fratellanza e il desiderio concreto di dare una mano. Tre bambini in fiore e il profumo della dedizione.
Alfonso Cianniello mancherà so-prattutto a Rosanna, la moglie, l’amica, la compagna di una vita. Un amore lungo cinquantacinque anni. Era il primo dicembre del 1950. Via Partenope, Facoltà di Economia e Commercio. La lezione di economia politica tenuta dal professore Giuseppe Palomba, padre di Rosanna. Un incontro, un colpo di fulmine, un colpo al cuore forte come la botta di un remo.
“Ci sono incontri nella vita che lasciano un segno, una traccia, un colore, un profumo particolare. Quel giorno Alfonso era, come al solito, elegantissimo. L’odore fresco dell’eau de cologne, la faccia bella e pulita del signore napoletano. Mi fissò con occhio attento, un po’ timido e un po’ birichino. Si avvicinò e mi invitò al San Carlo. C’era un concerto di Arturo Benedetti Michelangelo. Da allora tanta musica, tanta strada, tanti ricordi. Una vita insieme piena di tenerezze perché con gli anni si attenuano le forze non i sentimenti”.
Conoscersi e innamorarsi fu un tutt’uno. La storia che ne segue è tutta mano nella mano. Sorriso dopo sorriso, mattone dopo mattone. Come la casa di Anacapri, una tana, un’isola, un rifugio. La casa di calce bianca che si affaccia su un giardino di margheritine gialle, carrubi, ulivi e viti. L’emozione della prima vendemmia, quella del ’64. Le bottiglie di un vino rosso slavato che non era un granché, ma aveva la forza invadente delle cose fatte con le proprie mani. Profumo di terra e di sole, un legame traboccante di richiami, tradizioni, brindisi con gli amici in quella Anacapri in cui Alfonso Cianniello si sentiva un marinaio e poteva conversare con il cielo.
Pescatori, contadini, muratori, campagnole, muri a secco, vecchi sentieri, case di archi e pergolati, respiro forte di glicini e gelsomini. Una Capri diversa, antica, lontana. Il professore e Rosanna mano nella mano nella chiesa di Santa Sofia, nella passeggiata di via Orlandi, nelle giornate di sole ai Bagni di Tiberio. Bagliori caldi, scintillìo di acque chiare, varchi di luce. Il piccolo arco della spiaggia, una pagliarella sopra un fazzoletto di porticciolo. Lo spaghettino alle vongole appena macchiate di pomodoro. Le alici fritte di Peppino, bicchieri di vetro comune, la bottiglia di vino bianco. Il giro dell’isola su un vecchio gozzo di legno di nome “Maria”. Le murate blu, la poppa tonda come una gobba del Solaro, il tendalino ingiallito dai corpo a corpo con il sole e una prua di cuscini rosicchiati dalla salsedine. La Grotta Bianca, Punta Carena, Cala del Rio. Un universo di mare e di rocce, di intrecci di pini e di scogli, di gabbiani e di schiuma.
Anacapri è il teatro dei ricordi più intensi. Le passeggiate sui sentieri della Migliera che si arrampicano placidi verso la montagna. I muri a secco che corrono irregolari tra nastri di verde e mandorli rosa. Le cenette alla Curtiglia, il pane casereccio, la pasta alla chiummenzana di Tonino Mironi e la frittura all’italiana. Un friggi-friggi di croquet, zucchine, arancini di riso, pasta cresciuta, alghe di scoglio e storie di vita. Il mondo dei ricordi che ritorna e scava sorrisi, malinconie e un romanticismo mai perduto.
Come quella volta al Lido del Faro. Il professore che compare all’improvviso, Rosanna e i figli sulla scogliera. Quel sole biondo che entrava di petto e riscaldava il mare. Di fronte, Napoli, Procida, Ischia, Ventotene erano il mondo e lei Rosanna la regina. Ci voleva una corona e fu quella collanina di Pomellato, uscita a sorpresa da un sacchettino di velluto blu, che da allora la Signora porta ancora al collo. Un segno di fedeltà, un giuramento eterno, un inchino. Un inchino a quell’andare, come sempre, core a core fino alla casa di calce bianca sulla strada per la Grotta Azzurra.
Qui tutto parla del professore. La collezione di dischi di musica napoletana, le canzoni di Gabriella Ferri, i libri, i carillons, il vasetto con le fresie, le tesi di laurea dei suoi allievi. Le fotografie scattate con una vecchia Nikon per guardare e non dimenticare nemmeno una virgola di quello che il Padre Eterno inventava. Una Nikon con gli occhi al cielo. Tramonti incendiati di sole, viaggi di nuvole, porti, barche, paesini bianchi, facce di pescatori, lo sguardo amico di Cira, la bastardina compagna di tante parole silenziose, i bambini. Sei nipotini, i giochi, le passeggiate, le filastrocche della notte, la gioia delle carezze e dei racconti. Tenerezza, emozione, preoccupazione, ansia, dialogo, progetti per il futuro. Un rapporto consapevole e responsabile, amorevole e sereno. Pagine delicate nella straordinaria avventura di un nonno capace di dipingere paesaggi incantati. C’era una volta nonno Alfonso, il capitano gentiluomo che amava le spiagge dei sentimenti e le rotte di acqua pulita. Ora la sua vela di vento pulito naviga nei mari del paradiso.

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