Le pietre di Stromboli

– di Maria Rosaria Cafiero

Tano Russo, il muratore che costruiva case sull’isola, è diventato scultore spinto da una forza interiore, misteriosa. Un sublime autodidatta. Le sue creazioni sono statue arcaiche, primordiali, monumentali. Scolpisce con l’energia di chi vive a contatto col vulcano. Le molte peripezie di una mostra a Napoli.

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200506-13-2mTano Russo, direi quasi uno scultore naif, è nato a Lipari e risiede a Stromboli da trentuno anni. Alla sua attività di muratore e costruttore ha sovrapposto, a un certo punto, quella di scultore. Una passione nata, forse, dall’uso della pietra, dal contatto con l’isola che, per molti mesi, parla un linguaggio arcaico, dando alla vita ritmi medioevali.
D’estate, Tano va a pesca e compare guizzando sulla Vespa ogni tanto. Sembra un arabo, piccolo e muscoloso, con gli occhi vivaci, una “lucertola” attaccata alla sua tana che trasmette sensazioni sopite, curiosità che vengono risvegliate dalla sensazione che qualcosa hai perso della vita, fin ad ora.
Incontrare a Stromboli la scultura di Tano Russo pare naturale, come continuare il discorso iniziato da quando hai imparato ad amare quest’isola.
Stromboli. Un mare trasparente, dal fondo nero. Rocce scolpite, levigate dal vento, dalle onde alte delle tempeste, da inverni ed estati: eterne, grandiose. Il vulcano, “iddu”, “lui”, è presente, visibile dal mare, cono nero di giorno con una piccola spruzzata di case bianche, ombra nera di notte che getta al cielo spruzzi rossi di fuoco che lo illuminano ogni tanto. “Lui” riscalda questa terra che puoi solo amare o odiare, che ti può respingere subito o attrarti sino a farti contare i giorni che ti separano da lei.
C’è un’energia nell’aria e una sottile malia, una spinta a ritrovare ogni sasso, ogni viottolo, il tuo angolo di mare, i volti “conosciuti”, a riprendere discorsi appena “interrotti” con le cose, i luoghi, la gente.
Le pietre di Tano Russo sono scolpite con l’energia di chi vive a contatto con “lui”, il cono nero, sono le rocce eterne del mare, il tramonto rosso di fuoco e la “Sciara” che viene giù minacciosa e pur affascinante.
Queste pietre sono scolpite da un uomo che ha dentro di sé l’urgenza violenta di comunicare le sue sensazioni, il suo mondo, la sua verità che noi (abituati a ritmi cittadini) all’inizio stentiamo a cogliere.
Scure come il fondo del mare, come la terra sabbiosa del viottolo che ti porta, lentamente, al vulcano: porose, rispettate. Tano Russo non leviga le sue rocce, le lascia parlare un linguaggio naturale, si limita a tirare fuori ciò che esse vogliono mostrare.
E’ un intervento rispettoso di chi sa che la natura è vita.
Incomincia così il dialogo fra te e l’artista, scopri l’uomo che porta dentro di sé il mistero di una vita che è fatica quotidiana, scambio di continue sensazioni con questa terra che a momenti ti è ostile con il mare grosso e il vento che batte freddo, a tagliarti da ogni possibile collegamento e poi, improvvisamente, serena, limpidamente rosata, piena di umori e di colori.
Tano Russo è questo, la sua scultura è l’espressione dei sentimenti più veri dell’uomo, è la ricerca di una verità intima che appare arcaica e che pure è più che mai attuale. Riesce con la forza delle sue mani, semplici, con cui ha lavorato per anni alle bianche case strombolane con la stessa cura rispettosa, a trasmetterci la purezza di un mondo cui oggi ognuno di noi vorrebbe tornare per attingervi quella forza che abbiamo forse perso per strada.
Dopo avere conosciuto Tano Russo a Stromboli gli ho proposto una mostra delle sue sculture a Napoli. Accettò senza fissare una data precisa.
Improvvisamente, un giorno, mi arrivò una sua telefonata. “Le sculture stanno arrivando” disse. “Come stanno arrivando?” dissi. “Stanno arrivando a Napoli” disse lui. “Quando?” chiesi. “Oggi, oggi stesso” rispose. “Ma come è possibile” protestai “me lo dici così, all’ultimo momento”. “Sono venti casse, pesanti” disse Tano come se volesse aumentare la mia sorpresa e il mio disagio. “Venti casse?” dissi. “Con le mie pietre” lui disse semplicemente. “Ma, Tano, potevi avvertirmi a tempo per organizzare lo sbarco delle casse, trasportarle dove faremo la mostra, insomma hai fatto tutto di punto in bianco” dissi.
Non si scompose, al telefono. Disse: “Senti, non c’era tempo da perdere. Stava per alzarsi il libeccio, la nave doveva partire immediatamente, ho dovuto imbarcare le casse di fretta e furia, non ho avuto il tempo di avvisarti. La nave sta arrivando”.
E la nave arrivò da Stromboli con le venti casse di Tano Russo. Organizzai alla meglio un furgoncino e, con l’aiuto di alcuni ragazzi, portai le casse pesantissime dalla nave al veicolo. Facemmo tutto con molta fatica. Come Dio volle, arrivammo col furgoncino nei locali dove si sarebbe tenuta la mostra. Tano arrivò qualche giorno dopo.
Fu un grande successo. Le sculture, le pietre di Tano Russo piacquero molto. Gigantesche e arcaiche. Giovanna Da Por Sulligi scrisse sul catalogo: “Brune pietre laviche spruzzate di bagliori ferrosi, così friabili, pietre grigie e dure a grana compatta che mettono a dura prova le punte del trapano, ma che donano, talvolta, deliziose, piccole inclusioni grigioazzurre.
Un popolo di statue che, anche nel piccolo formato, mantengono intatto il loro senso monumentale. Un’aura primordiale scivola su queste sculture invitandoti a indagarle ancora con gli occhi della mente”.
Naif, Tano Russo, autodidatta, senza orpelli culturali, semplice, naturale, forte, genuino. Ha detto: “Mi sono guardato dentro, ho capito che dovevo andare avanti, continuare a cercare. C’era una forza che mi spingeva, l’ho assecondata. Mi sono lasciato trasportare, lavorando con rabbia, con amore, con tutto me stesso”.
Il muratore che costruiva case con delicatezza ha trovato così la via dell’arte, per uno slancio intimo, senza scuola. Un artista nato dalla terra nera di Stromboli. Un sessantenne dalla grande forza nelle mani e nel cuore.

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