Le più belle spiagge del mondo scoperte da un veneto a Camocin

– di Anna Folli

Il felice viaggio di Roberto Feroli nel Nord-Est del Brasile: sessantadue chilometri di litorale da ultimo paradiso. Le dune rosse davanti all’Oceano Atlantico, la sabbia bianca di Barrinha, il paesaggio tropicale di Tatajuba, le grotte sulla praia Das Fontes, le palme di Barreiras e l’incantesimo di Jericoacoara.

Sull’Isla do Amor il regno della pace e del silenzio con una piccola baracca di legno per il ristoro con il succo di cocco.
L’intrico di isole sul delta del Rio Parnaiba.
Il territorio lunare delle Lençois Maranhenses con le lagune di acqua trasparente verde e blu fra le dune di silicio.

200806-10-1mL’hanno chiamata la Costa delle Emozioni: chilometri e chilometri di spiagge bianche e lagune trasparenti, di piccole cascate d’acqua dolce e di laghi costieri. Il “Washington Post” ha inserito questi sessantadue chilometri di litorale nell’elenco delle dieci spiagge più belle del mondo. Eppure, quando si nomina questo Paese grande come un continente, tutti pensano a Rio e al suo celebre carnevale, alla selvaggia bellezza dell’Amazzonia o all’atmosfera magica di Salvador de Bahia. E pochi sanno che è nel territorio del Nord Est, e soprattutto nei tre stati del Cearà, del Piauì e del Maranhao, che si sono concentrate le nuove prospettive di sviluppo turistico brasiliano.
La scommessa, ora, è di riuscire a mantenere integro questo ambiente fino ad ora incontaminato, pur non rinunciando a creare strutture che aprano questa regione al resto del mondo. Ed è proprio un abitante del Nord Est, anche se viene dal ricco nord est italiano, che ha deciso di vincere questa difficile scommessa. Si chiama Roberto Feroli e vanta una decennale esperienza nell’importante azienda di famiglia. L’incontro di Feroli con il Brasile è avvenuto nel novembre del 1998. Lui, più che un incontro, lo definisce un vero colpo di fulmine.

“La prima volta sono arrivato con un gruppo di industriali veronesi che aveva intenzione di investire in Brasile – racconta – siamo atterrati a Fortaleza, la capitale del Cearà e l’unica città della regione ad essere già turisticamente sviluppata. Ma mi sono bastate poche ore per capire che non era questa metropoli di grattacieli, di grandi alberghi allineati, l’Avenida Beira Mar e di più nascoste ma non meno evidenti povertà, la meta che
cercavo. Già allora sapevo che a portarmi fino là non erano motivi di pura speculazione. Volevo qualche cosa di più. E questa sensazione si acuiva man mano che passavano i giorni. Avevamo affittato un piccolo aereo, con cui sorvolavamo la zona litoranea: quella distesa infinita di dune rosse che si buttavano nell’acqua chiara dell’oceano mi attiravano come una calamita. Con una dunebuggy abbiamo cominciato a percorrere il litorale. Quando siamo arrivati al villaggio di pescatori di Camocin, trecentosettanta chilometri a nord di Fortaleza, mi sono fermato. Sentivo che in questo territorio quasi selvaggio, dove convivono tre ecosistemi diversi, laghi, fiumi e le acque tiepide dell’Oceano Atlantico, avevo trovato esattamente quello che cercavo. Una specie di “ultimo paradiso” che ancora oggi mi trasmette un impagabile senso di libertà e di infinito. Da quel momento è
cominciata la mia seconda vita, sempre in bilico tra i miei due nord est: il Veneto e lo stato del Cearà”.

Roberto Feroli è un uomo dall’entusiasmo trascinante e il suo amore per questa regione ha contagiato anche i suoi collaboratori. E’ nato così il Boa Vista Resort, la prima struttura alberghiera di livello dell’intera area di Camocin. La posizione è splendida:
da un lato sorge Camocin, nata attorno a un forte che nel diciassettesimo secolo doveva servire come avamposto nella terra abitata dagli indios Tabajara. Il suo fascino consiste nell’estrema semplicità: poche strade fiancheggiate dalle tipiche case coloniali dipinte in vivaci colori, qualche bottega e il mercato del pesce e della frutta, vero punto di incontro degli abitanti del villaggio. Per anni, è stata la pesca la loro principale fonte di reddito. E continua ad esserlo, insieme ad un turismo appena agli albori. Lo si indovina osservando il numero delle caratteristiche barche dei pescatori allineate lungo tutto il litorale: si chiamano jancada e sono così comuni, con la loro unica vela colorata, da essere diventate il simbolo dello Stato del Cearà.
Dall’altro lato, rispetto al Resort, si snodano le lunghe spiagge deserte di Carajbas e di Barreiras, lambite dall’ombra delle palme. Proprio di fronte al Boa Vista, separata da uno stretto braccio di mare, c’è l’Isla do Amor, una distesa di dune di sabbia bianca e di piccole insenature, raggiungibile con la jancada, Non esistono costruzioni sull’isola, eccetto una piccola baracca di legno, allestita per offrire ai visitatori il succo di una noce di cocco appena colta dall’albero. L’Isla do Amor è il regno della pace e del silenzio, interrotto soltanto dal rumore delle onde e del vento che soffia costante, facendo di Camocin un luogo ideale per il kitesurf e il windsurf.

“Camocin – spiega ancora Roberto Feroli – regala la sensazione di trovarsi in un luogo al di fuori dal tempo. Da qui, con itinerari più o meno lunghi, c’è tutta una regione che invita al viaggio. In genere, chi attraversa mezzo mondo per arrivare fino a qui non si accontenta di sole, mare e relax. E nella breve distanza di qualche decina di chilometri ci sono mille paesaggi da scoprire”. Le escursioni partono dalle spiagge attorno a Camocin, dove il Rio Coreaà che si getta nell’oceano tra una distesa di dune, costituisce un ecosistema particolarissimo: sulla spiaggia di Barrinha, le formazioni argillose in contrasto con la sabbia bianca, regalano panorami dai contrasti spettacolari. Più a sud, si scopre il paradiso tropicale di Tatajuba, con la sua distesa di mangrovie, e il Morro Branco, dove le falesie formano un vero labirinto con le alte pareti di sabbia di dodici colori diversi, mentre l’enorme duna candida giganteggia alle loro spalle. Ancora più a sud, sulla Praia das Fontes, la bassa marea rivela una serie di grotte, dalle cui pareti di arenaria sgorgano sorgenti di acqua dolce.
Dei flussi e riflussi delle maree bisogna tener conto anche per visitare una delle località più suggestive della zona. Jericoacoara, infatti, può essere raggiunto solo nella prima parte della giornata. Nel pomeriggio, quando si alza la marea, si rimane prigionieri di questo luogo magico, dove le strade sono ancora di sabbia e senza illuminazione. Il piccolo agglomerato di case si raccoglie sulla punta di un aspro promontorio roccioso proteso verso il mare: stretto tra la collina rocciosa di Serrate da una parte e le alte dune di sabbia bianca dall’altra. All’ora del tramonto nel villaggio esiste un rito che si ripete ogni sera, regalando ogni volta nuove emozioni. Gli abitanti, insieme ai pochi turisti, si radunano su una duna alta una quarantina di metri, alla periferia ovest di Jericoacoara, e qui praticano il sundboard (il surf sulle dune), mentre attendono il momento in cui il disco arancio del sole sprofonda nel mare in uno scenografico por do sol. Poi, la vita si sposta sulla spiaggia, con i ragazzi che gareggiano nelle spettacolari competizioni di capoeira.

La minuscola realtà di Jericoacoara rappresenta un perfetto esempio di integrazione tra uomo e natura. Per proteggere il suo prezioso ecosistema costituito da centinaia di dune mobili che cambiano forma e posizione sotto l’azione del vento, nel 2002 è stato istituito un Parco Nazionale, dove anche il turismo è stato regolamentato. Ad accogliere i visitatori non ci sono grandi strutture ma soltanto gradevoli pousadas affacciate sul mare, perfette per godere della suggestione di questo angolo di Brasile isolato dal mondo. Dal fascino delle dune sull’oceano alle distese verdi del delta del Parnaiba. Il Rio Parnaiba nasce nella Serra da Tabatinga e, dopo aver attraversato quattro stati, sbocca nell’Oceano Atlantico aprendosi in una miriade di bracci che formano il terzo delta del mondo per estensione e il primo delle Americhe. In questo arcipelago di un’ottantina di isole di varie dimensioni, coperte da una distesa di foreste vergini, di mangrovie e boschi di igarapè, trovano rifugio scimmie, alligatori e centinaia di specie di uccelli, come i garça e i pica pau, i tucani e gli ibis scarlatti che tingono di rosso le cime degli alberi.
Ci si imbarca su lance veloci, oppure sulla gaiola, la tipica barca degli abitatori del delta, e si penetra in un intrico verde ancora inesplorato. E’ proprio la natura vergine e incontaminata, l’invisibile filo rosso che congiunge le tappe di questo immaginario itinerario brasiliano. A qualche decina di chilometri dal delta del Parnaiba, nello Stato del Maranhao, si trova un’altra delle incomparabili bellezze del Nord Est: sono le Lençois Maranhenses (il termine Lençois significa lenzuola ed è nato con la scoperta della zona), avvistate per caso dai piloti di aerei che volavano sulla rotta Belèm-Fortaleza. Furono loro i primi a scoprire un paesaggio che improvvisamente mutava andando dal verde della foresta al bianco luminoso di un territorio che sembrava lunare. Guardando dall’alto, raccontavano, sembrava di sorvolare un’infinita distesa lunare. Dal 1981, quest’area di 155mila ettari di dune di soffice sabbia di silicio che, dal mare, penetrano verso l’interno, è diventata Parco Nazionale. L’infinita distesa di sabbia è disseminata da lagune di acqua trasparente che, secondo le variazioni della luce, vanno dal blu zaffiro al verde profondo. Hanno nomi evocativi: Lagoa Azul, Lagoa Bonita, Lagoa de Esperança. E sono tutte là, a portata di sguardo. Le si raggiunge facilmente in jeep, ma poi non si resiste al piacere di salire fino in cima, aiutati da un sistema di corde, per poi lasciarsi cadere direttamente nell’acqua.

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