Le sirene non sono belle

– di Nicola Dal Falco

Mani assolutamente comuni, piedi arcuati, pessimiste e volgari.
Sono come micce: bruciano diligentemente provocando un’esplosione.
Una incursione nei piccoli musei di provincia.
Il tarlo del tempo e una fontana triste.
Il piatto di una gorgone.
I molti linguaggi del bosco.

200707-12-1m

200707-12-2mLe sirene non sono belle, almeno nel significato più comune del termine. Chi o cosa ispira la paura e la bellezza non può superare il risultato. Sono come micce, bruciano diligentemente, provocando un’esplosione. Acciarini, zolfanelli, pietre focaie, hanno la scintilla in seno.
Per riconoscerle bisogna cercare tra i particolari meno eclatanti. Alcuni potrebbero essere: uno sguardo che si concentra sull’oggetto senza bisogno di diventare insistente; la camminata larga, conseguenza del passaggio alla terra ferma; il modo perentorio di legarsi i capelli o di afferrare senza timore gli oggetti.
Anche certi difetti possono dire molto come la pianta dei piedi arcuata (tenendoli vicini con le punte in fuori ricordano in maniera impressionante una pinna caudale); delle mani assolutamente comuni; il pessimismo; il dono della volgarità; l’attaccamento alle cose.
Possiedono la tremenda virtù di fare alzare la testa controvoglia. Molte volte vi sarà successo di stare seduto o in piedi, leggendo, parlando o girando le spalle alla scena. A un certo punto arriva una donna e nel momento in cui sta per uscire dal vostro campo visivo siete costretti a guardarla senza capire il perché.
Non è l’età, né il portamento, né quelle quattro parole che ha scambiato con un altro estraneo. Forse la spiegazione sta nel fatto che ne avevate, in qualche modo, registrato l’arrivo. Ecco, allargando il discorso, si potrebbe affermare che gli arrivi e le partenze delle sirene si fanno sempre notare. Alcune, poi, hanno l’abilità di farsi vedere spesso, proprio quando il cuore é sottosopra.
Tutte, indistintamente, mostrano di avere un rapporto speciale con i bambini e i vecchi come se riconoscessero il filo che unisce i due punti estremi dell’esistenza.

Certi piccoli musei di provincia custodiscono i cocci del passato come una casa i suoi ricordi. Si tratta sempre di ritrovamenti locali, più o meno importanti, siglati con nomi che hanno un suono familiare: Poggio Civitate, Pratone, Fosso dell’acqua rossa, Castelrotto… luoghi che a cinquanta chilometri di distanza perdono ogni significato, scompaiono, capaci tuttavia di evocare, appena li pronunci, la prossimità di un borgo, di un mulino, di una strada, di un campo, delimitando, nel corso dei secoli, i contorni di un paesaggio umano.
In questi palazzi silenziosi, intitolati a benemeriti concittadini, spesso gli oggetti finiscono per convivere con i muri, attaccandosi ai rumori, ai cambiamenti di luce, alla polvere e all’odore del posto.
Basterebbe, comunque, osservare i frammenti di statua, le spille, i vasi per intuire se, dopo il trauma della scoperta, del restauro e i successivi sballottamenti tra casse e depositi, siano veramente contenti della nuova sistemazione. Quando ciò avviene e massimamente in un museo o in una raccolta di cose etrusche, la sensazione di comunanza è fortissima.
La grande casa degli oggetti smarriti e ritrovati sembra accogliere i nipoti dei nipoti, riaprendo stanze e cassapanche, rimaste chiuse dalle precedenti vacanze estive.
Il tarlo del tempo prosegue imperterrito la sua opera di disgregazione, ma assomiglia a una cicala che canti con infinito affetto, rivolta al presente.
E mi chiedo se la presenza di una fontana, davanti al museo o in mezzo al cortile, non sia essenziale per stregare i visitatori, per colpirli a fondo tra pensieri e sentimenti, in quell’interstizio dove alberga la malinconia ed ogni forma di bellezza.
Tanto più che la fontana anziché pavoneggiarsi in uno zampillo senza peso, sgocciola e lacrima inzuppando il muschio. Per un’antica negligenza ha mutato voce e il suo non rumore, limpido come un clarino, accompagna le scene di banchetti, i visi arcaici dei defunti, le corse dei cavalli, i profili chimerici dei guerrieri.
Negli scaffali, dietro ai vetri, è un rincorrersi di sguardi, tra chi creò quella forma, chi la acquistò o donò e chi, ora, ne interroga la linea patinata, lo spessore corrusco, la fresca morbidezza della ceramica.
Soavemente, lo sgocciolio continuo della fontana dà forza all’assenza, al passato sepolto e contemporaneamente alleggerisce il cuore dagli affanni. È un farmaco che calma, lasciando rifluire i ricordi e aprendo la porta all’oggi.
La fontana c’invita a leggere il suo movimento di labbra, muta o quasi, parla come farebbe la sorgente alle orecchie del poeta. Ma cosa succede a chi ascolta l’acqua che trabocca e scorre piegando i fili d’erba?

Al museo, in una delle teche di cristallo, si conservano dei kylix. Sono coppe piatte che poggiano su di un piede sottile e terminano con due manici.
Quella che sto ammirando ha il fondo rosso e al centro, dipinta, la testa selvaggia di una gorgone. Il suo ghigno serpentino e lo sguardo che impietrisce si intravedevano dopo un paio di sorsate. Alla terza, mentre il vino cominciava a fare effetto, diffondendo un annuncio di quiete e calore, spuntavano dietro la frangetta di serpi, la fronte e le sopracciglia nere. Alla quarta e quinta sorsata, gli occhi scavavano già in quelli del bevitore e l’orribile testa si sollevava dalla linea scura e liquida dell’orizzonte in un cielo di sangue.
Quando le ultime gocce di vino fluivano in gola, la coppa copriva quasi completamente la faccia, costringendo il commensale a baciare il mostro.
Solo degli uomini e delle donne salde nei propri istinti bevevano in simili coppe, gustandone appieno il vino.

Nel bosco si mischiano molti linguaggi, dando vita a volte a una sinfonia, altre a un urlo di disumana bellezza o ancora a un semplice pizzicato.
Spettacoli straordinari che riempiono d’emozione e di paragoni la testa.
Il troppo pieno che provocano, però, eccita senza risolvere l’ansia di sapere.
Solo accanto a una fonte, alla vena che scivola libera, si può capire il perenne rimorso che affligge chi scrive e ascoltare il messaggio della vita.
Avrei, forse, dovuto dire il rumore del mondo ma, allora, si tratterebbe di un suono diffuso al massimo del volume cui concorre tutta la terra con quello che c’è sopra e accanto.
In questo caso, invece, si arriva a percepire l’eco di quanto accade ad una certa ora, in un certo posto, rispetto al tempo che è stato e sarà.
La forma del messaggio è naturalmente oscura, spezzettata, fluente, con pause e rincorse, monocorde; un cerchio teso lungo la cui circonferenza sbattono e suonano sprazzi di vita e di morte, senza particolari distinzioni tra regno umano, vegetale e minerale.
Può capitare di risentire il tuffo d’ali della poiana, il giorno in cui si erano schiuse le uova dei germani e il cuore che batte in petto all’allodola ma anche l’apertura di una pigna, ricoperta dalle nevicate dell’anno scorso; la piccola frana che ha ostruito la tana del grillo; il dialogo energetico tra un fungo e il tronco marcescente o il passo cadenzato di Zar, un setter inglese, che passerà di qui seguendo le tracce della lepre. Ci sono, poi, le vite ostinate di milioni d’insetti e di miliardi di spore, la lenta nascita della resina, il tonfo dei caprioli colpiti sui ghiaioni, il corteggiamento, nei pleniluni, tra l’astro notturno e i prati spruzzati di rugiada.
Non mancano neanche frasi di uomini e di donne, di bambini e di adolescenti che s’incammineranno in altre estati lungo il sentiero della fonte; l’eco dei loro pensieri ferma il respiro e taglia l’aria come il volo del calabrone.

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