Le torri luminose del mare

– di Marko Nota

La prima, considerata una delle sette meraviglie del mondo, fu costruita a Pharos da cui presero nome i fari. Il sistema di lenti inventato dal fisico francese Fresnel.
1500 segnalamenti nautici lungo gli ottomila chilometri delle coste italiane.
La Lanterna di Genova alta 76 metri e visibile sino a 57 chilometri.

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200612-10-3mSi ergono orgogliosi sul mare, lo dominano. Con lame di luce tagliano il buio della notte. Indicano la strada ai naviganti.
Resistono ai flutti, alle intemperie. E soprattutto a chi sentenzia senza appello che il progresso li porterà a un rapido declino. Ma loro, i fari, continuano ad essere i signori della notte. Queste “querce marine” tirano avanti, incuranti del tempo. Resistono.
E a dispetto dei detrattori, chi va per mare ne esalta il fascino, prima ancora che l’utilità. La storia dei fari si fa strada nel tempo. La prima torre – costruita tre secoli prima di Cristo sull’isola di Pharos, da cui i fari presero il nome – era considerata una delle sette meraviglie del mondo. Fin dal tempo dei Romani, grandi fuochi venivano accesi sulle sommità delle colline prospicienti i porti per indicare la via ai naviganti. Un utilizzo che ebbe talvolta risvolti drammatici: corsari senza scrupoli usavano, infatti, spostare i fuochi in punti dove la costa era più insidiosa, facendo così naufragare le navi per poterle depredare.
E siamo all’800, il secolo della farologia.
È questo il periodo in cui la maggior parte dei fari, in Italia e nel mondo, viene costruita e moltiplica la propria luminosità, grazie a un’importante invenzione del fisico francese Augustin Fresnel (1788-1827).
Tutto suo, infatti, il merito di aver messo a punto un sistema di lenti, ancora oggi in uso, che potenzia al massimo la fonte di luce, in origine una fiamma alimentata ad olio, successivamente a gas di acetilene, fino ad arrivare alle moderne lampade alogene da mille watt.
In Italia, sparsi lungo ottomila chilometri di costa, sono attualmente 1500 i segnalamenti nautici in funzione, molti dei quali automatizzati.
Il più rappresentativo è senza dubbio quello di Genova. La Lanterna è una delle torri luminose più antiche al mondo, seconda solo a quella di La Coruña in Spagna. Fu costruita nel 1100 e dal ‘500 ad oggi non ha praticamente subito cambiamenti. È alta 76 metri, 356 sono i gradini per giungere in cima. È un faro d’altura, maestoso, visibile fino a 57 chilometri dalla costa.
Quelli sui fari sono racconti di furiose tempeste, di naufragi, di salvataggi. L’alone di mistero che da sempre ha avvolto queste torri dalla luce intermittente, ha favorito tutto un fiorire di leggende sul loro conto, stimolando anche l’immaginazione di tanti scrittori, tra cui Victor Hugo.
Narrazioni che si nutrono della solitudine dei loro guardiani, delle aree spesso isolate e selvagge che li ospitano, dello sciabordio delle onde che si infrangono ai loro piedi. Una torre di segnalazione che deve la sua fama a racconti di strane “presenze”, troneggia al largo della costa del Maine negli Stati Uniti. Costruito nel 1795, il faro in questione è quello di Seguin Island, un isolotto perso nell’ Oceano Atlantico, perennemente avvolto da una fitta cortina di nebbia. Si racconta che a metà del 1800 il farista dell’isola americana si sia reso protagonista di un truce omicidio- suicidio: esasperato, rivolse un’ascia prima contro la moglie, poi contro di sé. Il motivo? Forse l’eccessiva routine del lavoro da farista, il resto pare l’abbia fatto la monotona melodia che la moglie suonava al piano. Ogni giorno, ininterrottamente, per ore e ore. Fatto sta che da quel momento il fantasma del farista divenne una presenza tanto abituale quanto inquietante per coloro che ebbero la ventura di avvicendarsi alla torre di segnalazione. Strani fruscii, gemiti, la ridondante melodia di un piano – quando nel faro non c’era traccia di strumento musicale – gettavano nel panico i guardiani, facendoli il più delle volte desistere dal proprio incarico. Finchè nel 1985 il faro fu automatizzato: chi vi lavorava, tirò finalmente un sospiro di sollievo. Ma i marinai raccontano che, di tanto in tanto, la quiete dell’isola è rotta da quella monotona melodia proveniente da chissà dove.
Altro faro, altra storia. Quella del faro di capo Vaticano, costruito nel 1870 e attivato quindici anni dopo, si lega a filo doppio al mito. Secondo una celebre leggenda del luogo, su uno degli scogli dove poi sarebbe sorta la torre di segnalazione, l’indovina Manto prevedeva o scongiurava ai naviganti l’ira dei mostri Scilla e Cariddi, le insidiose correnti marine dello stretto, autentica spada di Damocle per i marinai di ogni tempo.
Oggi, nell’epoca della tecnologia applicata alla navigazione, questo faro, più di altri, rappresenta per i naviganti una sorta di esorcizzazione delle insidie del mare.
E se le vicende del faro di capo Vaticano affondano le proprie radici nel mito, anche lo scoglio del Vervece ha tanto da raccontare. Di quel faraglione poco distante dal porticciolo di Marina della Lobra (Massa Lubrense) i padri francescani intuirono l’affinità con i temi religiosi, consacrandolo ben presto a simbolo di culto. Insomma, il Vervece come emblema della fede che respinge sdegnosa gli insulti dell’esistenza. Correva l’anno 1903: tre monaci e due ragazzini assistevano padre Daniele nella benedizione della Croce eretta sullo scoglio. Ognuno a suo modo partecipava al rito di consacrazione del più straordinario dei santuari: per altare una roccia, per chiesa il mare, per tetto la volta celeste. La croce in legno era visibile solo di giorno, sicchè qualche imbarcazione fece naufragio.
Ecco allora che il simbolo religioso fu sostituito da un fanale per la navigazione. La lanterna è sostenuta da un traliccio in ferro, che ereditò la forma di croce, eretta a simbolo del legame col passato.
Primo fanalista del Vervece fu nominato Salvatore Catuogno, sul finire della prima guerra mondiale. Salvatore “Voccabbella” – così la gente lo additava – assunse anche l’incarico di portare i rifornimenti ad un altro faro, quello di punta della Campanella.
Qui ai tempi dell’impero romano sorgeva un avamposto militare, in stretto contatto con la torre del faro della caprese villa Jovis, la residenza preferita di Tiberio. L’imperatore si serviva della “turris phari” per comunicare, attraverso segnalazioni luminose, con la postazione militare di punta Campanella, a sua volta in contatto con quella di capo Miseno, sede della flotta e dei cantieri navali romani, snodo fondamentale della macchina militare e centro delle forze fedeli all’imperatore.
Grazie a questo efficiente tamtam di luci, Tiberio governò per quasi dieci anni l’impero senza allontanarsi dall’isola: fu così in grado di organizzare la sua difesa ed il successivo riscatto durante la congiura con cui i suoi avversari – primo tra tutti Seiano, suo luogotenente a Roma – cercarono di rovesciarlo durante la sua assenza. Nel 37 d.C., poco prima della morte dell’imperatore, la torre crollò a causa di un terremoto, ma fu subito ricostruita e poi più modestamente adibita a torre di segnalazione per i naviganti.
Un faro attivo in Sardegna, invece, contiene già nel nome un esplicito rimando ai pericoli del navigare. Il braccio di mare tra le isole di San Pietro e San Antioco è particolarmente insidioso per la presenza di secche e scogli affioranti. Uno di questi, in particolare, gettò i naviganti nello scompiglio: le imbarcazioni vi cozzavano immancabilmente, senza possibilità di scampo. Lo scoglio fu così soprannominato “Mangiabarche”. Per fortuna, dal 1935 il faro di Mangiabarche è lì, a rendere meno pericoloso quello specchio d’acqua.
Le storie dei fari portano con sé anche le vicende dei loro guardiani. Gente che – spesso in completa solitudine – ha speso tutta una vita al servizio delle “querce del mare”. Moderni eremiti, lontani da tutto e da tutti, assicurano di non avvertire la solitudine, anzi. Vivere in simbiosi con il faro, prendersene cura, rappresenta per loro nient’altro che una preziosa occasione di riflessione sulla propria esistenza. Senza fretta, senza caos. La pensano così anche gli aspiranti faristi.
A questo proposito, la Marina Militare – che gestisce il sistema di segnalazioni marittime lungo tutto lo Stivale – assicura che c’è un autentico esercito di persone pronte a ricoprire questo ruolo. Loro i fari li amano, quasi fossero il simbolo di una nuova fede. Dalle tantissime richieste pervenute alla Marina Militare emerge che, per “adottare” una torre di segnalazione, una coppia di pensionati sarebbe disposta ad andare in qualsiasi “luogo sperduto”.
Invece il giovane Luca, professione pianista, esprime quella che appare un’autentica vocazione. “Vorrei diventare farista perché sono sempre stato assolutamente incantato dalla natura, per la quale provo un amore assoluto, tanto da considerarla una vera e propria religione. Il faro è la vedetta dell’infinito”.

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