Le volte a botte di Anacapri

– di Gino Verbena

Da quelle mirabili opere dei mastri costruttori ha preso il nome la contrada Le Boffe.
Una architettura rurale spontanea perpetuatasi nei secoli. L’originale agglomerato urbano comprendeva la maglieria di quattro sorelle, un frantoio e un laboratorio di ceramica.

I caratteristici personaggi di un tempo, da Nannina che metteva i fichi ad essiccare al sole a Ciro ‘e Zimonaco che investiva i passanti con secchiate d’acqua.
Le “corriere” che, lungo la strada provinciale, portavano a Capri cesti di frutta, barili di vino e giare di olio. Le donne della Settembrata.

L’agglomerato urbano Le Boffe, ad Anacapri, meglio degli altri, rappresenta la deliziosa architettura rurale “spontanea” perpetuatasi per secoli grazie all’estro istintivo dei “mastri” costruttori che seppero coniugare semplicità, grazia e funzionalità senza l’aiuto delle progettazioni professionali.
Grazie alla influenza delle remote fabbriche romane, sorsero, e si propagarono per tutto il territorio, quelle case con le volte a botte che hanno fatto la gioia di tanti artisti che salivano, a piedi o con le romantiche carrozzelle trainate da cavalli, dal Comune maggiore a quello di mezza montagna abitato prevalentemente da contadini.
Forse proprio le coperture dei poveri ambienti, formati da poche stanze con annesse stalle e servizi esterni, hanno dato il nome al luogo: volte “abbuffate” (come si dice dalle nostre parti) tanto più che lì ne esisteva la maggiore concentrazione.
Tanti altri particolari hanno completato quella scenografia che rende tutto il quartiere un’opera d’arte a cielo aperto, specialmente i vicoletti un po’ misteriosi che girano intorno alle case attirando il forestiero, tentato di curiosarvi armato di macchina fotografica e di spirito di avventura al fine di carpirne i segreti. E poi le finestrelle e i cortili adorni di gerani e di ortensie, i pergolati sorretti da colonnati, i comignoli dalle diverse forme che, spesso, per la ricchezza dei particolari, o viceversa, per la sobrietà delle forme, svelavano il censo dei relativi proprietari.
Di tutto ciò si innamorò Edwin Cerio quando, nelle sue ville, fece suo quello stile che gli aveva conquistato l’anima proclamando, nel noto Convegno del Paesaggio, che l’architettura deve sposare la bellezza dell’ambiente con una intrinseca complementarità.
Pari entusiasmo provò l’architetto Roberto Pane quando scrisse le sue significative opere.
Il quartiere anacaprese in questione, come pure le altre zone dell’attuale centro storico formate originariamente da case sparse, assunse maggiore densità abitativa quando la popolazione, raccolta alle pendici del Solaro, sentì l’esigenza di spostarsi più a valle per tenersi più vicina agli ubertosi campi dislocati a ponente e a mezzogiorno. Per giunta, la chiesa di Santa Sofia assumeva il ruolo di principale luogo di culto del paese e, quindi, raccoglieva intorno, sotto le proprie ali protettrici, i fedeli e le case.
Questa metamorfosi si sviluppò nell’arco di alcuni secoli fino ad arrivare a quello da poco trascorso. Prima che il corso principale di Anacapri attirasse la quasi totalità delle attività economiche e produttive, la piazzetta della contrada Le Boffe, con le stradine limitrofe, pullulava di negozietti di commercio al dettaglio (specie alimentari) e di artigiani (falegnami, sarti, ceramisti etc.). C’era anche un laboratorio di maglieria denominato Clam dalle iniziali delle quattro sorelle Ruggiero che lo gestivano: Carmelina, Lucia, Anna e Maria.
A partire dagli inizi del secolo, e per molti anni, aveva funzionato, proprio nella piazzetta, un frantoio oleario di uso pubblico gestito dal poliedrico Pasqualino Ariviello. Sopra questo seminterrato, un altro locale aveva ospitato diverse attività, tra le quali la ceramica del maestro Sergio Rubino, e persino un ristorante.
Il simpatico campionario umano lì residente mi impone, a questo punto e al fine di offrire una visione a tutto tondo delle caratteristiche di questa contrada (è una delle quattro della Settembrata anacaprese). E darò qualche breve notizia di alcuni personaggi popolari di tanti anni fa: Luigi Celentano, denominato “tavola di abete” perché magro e lungo come una tavola di ponte, era abile nel lavoro di costruzione delle volte a botte. La “battitura” degli astrici era, in genere, accompagnata da canti o da filastrocche come questa: “Fiasco fiasco/ tu si’ chjno e io so’ lasco/ e nce dammo ‘na botta chiena/ tu si’ lasco e io so’ chjno” (Fiasco di vino, tu sei pieno e io son vuoto. Ma se faccio una bella bevuta, tu rimani vuoto e io pieno).
Nannina “‘a moscia” spandeva al sole grosse quantità di fichi da essiccare. Salvatore “baffone” equivaleva, in Anacapri, al celebre Spadaro del borgo di sotto. Luigella Strina, denominata “‘a molla” e nonna della bionda Pamela una delle principali animatrici (in costume da pacchiana) della Settembrata, già nella prima metà del secolo, era una di quelle donne che, in assenza o quasi di mezzi di collegamento tra i due comuni, fungevano da “corriere” (così erano dette). In equilibrio sulle loro teste, cesti di frutta, barili di vino, giare di olio prendevano la via per Capri (e si scendeva a piedi ogni mattina per i circa quattro chilometri della strada provinciale): prodotti agricoli che furono addirittura vitali durante l’ultima guerra quando sull’isola non arrivava quasi più niente dalla terraferma e, nel Comune di Capri, a vocazione turistica, c’era letteralmente la fame.
Suo marito, Ciro ‘e Zimonaco era un tipo particolare: piccoletto, curvo e spesso scalzo durante la vecchiaia, apostrofava i conoscenti con un “Bellu be'” (bello bello), somigliante ad un prolungato belato. Se, poi, si trattava di una prosperosa donna, aggiungeva una toccatina al posto giusto.
Ancora oggi lo si sente in giro; ma non più in senso affettuoso, piuttosto per introdurre, durante un discorso, la frase: “Bellu be’; ma tu vulisse fà fesso proprio a me?” (Bello mio, vorresti truffare proprio me?). Usava, dal terrazzino del primo piano di casa sua, buttare sulla strada sottostante, l’acqua di una bagnarola occorsa per lavarsi. Una di queste secchiate colpì in pieno, come l’onda anomala di uno tsunami, il povero Luigi ‘o vigilante che passava di sotto e che si recava, col vestito nuovo, da buon invitato, ad un matrimonio. Con lui si scusò dicendo che si era distratto avendo contratto quella abitudine quando era “imbarcato” prestando servizio su una nave: gettava in mare l’acqua dai secchi dopo le pulizie.
La saggezza contadina si concretizzava nella filosofia spicciola di pensatori ambulanti le cui brevi sentenze lasciavano l’interlocutore inchiodato a riflettere: “Verrà il tempo che per portare un uovo ci vorranno tre persone” diceva Andrea ‘e Fesseria osservando la gioventù sempre più sfaticata.
Delle Boffe e di questo suo strano ambiente tra cultura, tradizioni popolari e culto per i santi si innamorarono illustri forestieri che non si limitarono solo a visitare gli angusti vicoli, ma scelsero il luogo come dimora fissa. Citiamo, ad esempio, il musicista Francesco Santoliquido, il regista Alberto Cavalcanti, il pittore Edouard Sain, il geniale Gennaro Napoli. E mi fermo qui perché la lista è lunga.

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *