L’Editoriale – Come è bella la città

– di Roberto Gianani

È arrivato. Agosto, l’arrogante, il modaiolo, quello che ti cuoce il cervello e ti spella anche il cuore. Il mese dei ricchi, dei nuovi ricchi, dei finti ricchi e di quelli che vogliono sembrare ricchi. Quello che ti costringe a partire per le ferie perché se non lo fai sei out, sei un misantropo che non partecipa alla festa, ai cerimoniali del divertimento obbligatorio, ai fuochi d’artificio, della pazzia sfrenata e collettiva. Se non parti, per qualcuno sei un morto di fame, uno sconfitto, un disperso, un malato di ipocondria. È arrivato in bermuta Ralph Loren e canottiera nera firmata Dolce&Gabbana, il corpo seminudo e i tatuaggi esposti come ad una mostra di quadri d’autore. A noi il caos e le canottiere non piacciono, siamo rimasti in città. In agosto Napoli è un altro paese con via Caracciolo deserta e silenziosa. Un nastro di seta lucente sotto il palpitante riverbero del sole. Percorriamo a piedi piazza Vittoria, passa un autobus cabriolet. Un gruppo di passeggeri americani succhia gocce di cielo e pioggia di sole. In villa Comunale ci sono foglie che germogliano e sorrisi di bambini e di fiori. Arriva una leggera brezza e odora di mare, arruffa la cima degli alberi e ci accompagna fino al n. 56 di via Piedigrotta. Vini e Cucina dal 1920, è la trattoria di Salvatore Liguori e mamma Luisa. Tovaglie bianche profumate di bucato e il gusto di una cucina napoletana che quasi non c’è più. Piatti da inchinarsi al Signore e dirgli grazie di essere quaggiù. Arriva na’ fravaglia ‘e treglie e rotunn. Addore e mare, l’olio del Cilento e il limone spremuto goccia a goccia. Pesciolini dorati portati alla bocca con le mani, dita “inzaccherrate”, tovaglioli unti, espressioni goduriose. Salvatore è un oste premuroso e amorevole. Vino bianco al bicchiere, una caraffa dietro l’altra. Sorsi beati, parole in allegria. L’Italia è in vacanza, noi fermiamo il tempo in osteria. Frigge l’olio dei miracoli e non è quello della Bilboa. Scoppiettano croquettes di patate e sembrano goccioloni di sole. In cucina i fuochi continuano a sospirare lenti, mamma Luisa è un donnone dal sorriso dolce e lo sguardo sempre sereno. I capelli raccolti e il “mantesino” fresco di sapone, rifugio per mani stanche e accaldate e spruzzi di sugo ‘e pummarola. Dentro un pentolone nero di fumo e ricordi, borbottano spollichini e pasta mischiata accompagnati dal giro abile di un vecchio mestolo di legno. Sulle costiere navigano aragoste e argenterie, in via Piedigrotta l’orchestra dei cucchiai è la musica di un pranzo di gala. Le pale di un anziano ventilatore fanno girare un po’ l’aria, parole e confessioni, racconti e nostalgie.
Fuori il rosa dei gerani sembra l’alba di una città nuova, diversa, finalmente ritrovata. In via Partenope c’è una piccola mansarda che si affaccia su Borgo Marinari. Nel porticciolo il mare sembra andarsi a riposare ancora stanco di tante eliche, di troppi motori finalmente lontani. Sul terrazzino il fresco di un ombrellone e pensieri stanchi di qualunque programma. L’ozio e il riposo. Un vecchio bermuda, la t-shirt bianca e zoccoli di legno, quelli che sbattono e fanno rumore. Il rumore della solitudine, la compagnia del silenzio. Un soffio di vento porta i ricordi di un amore perduto. Quella canzone ballata ai Damiani, la fotografia di una donna ancora giovane. È un soffio, solo un soffio di malinconia. C’è un’aria incantata che spegne le nostalgie e invita a frequentare la città.
La scia di un aereoplano riga di bianco un cielo di azzurro totale. Piazza del Plebiscito è un volo di colombi. Un caffè al Gambrinus in compagnia di Antonino Pane e Marco Pellegrini. Il sole non è più una lama di fuoco, scintillano di blu gli occhi di una viaggiatrice tedesca. Poco distanti, i vicoli di via Roma, sono lucidi di quel poco sole che entra. I bambini sono puliti di quel poco cielo che vedono. Un cielo che asciuga l’umido dell’inverno, l’unto dello smog e spinge verso il mare di Santa Lucia. Tuffi in un’acqua non sempre limpida. All’imbrunire un ritorno di canottiere che sono bandiere bianche su corpi abbrustoliti.
Lasciamo via Toledo e saliamo per Trinità Maggiore. In cima Piazza del Gesù è una geometria perfetta. Palazzo San Severino e la Chiesa del Gesù Nuovo, quella di Aurelio Fierro e Lazzarella. Qui si sposò Gloria Christian e tutta Napoli portò fiori bianchi. La facciata di pietre bugnate e la musica di un organo di 2523 canne. Una musica che ti inginocchi anche se non hai un Dio e se il destino ti ha girato la schiena. Usciamo dalla chiesa in un pomeriggio che accende di rosa una piazza affollata di giovani. La luce si arrampica sull’obelisco, un’anziana signora fa volare un bacio lassù, verso la statua dell’Immacolata. Accanto alla piazza le botteghe di una Spaccanapoli sempre accesa e la musica di un organetto. Manuel, lo zingaro, con il pappagallo sulla spalla, per pochi centesimi ti offre il foglietto colorato di rosso di un oroscopo e i tre numeri di un terno scacciapensieri.
Gigi l’acquaiuolo ha i capelli neri, occhi di carbone e la faccia intensa di un capo Navaco. Il suo chiosco si regge in piedi per lo Spirito Santo. Vende stecche di ghiaccio, acqua di mummero e granite di limone. Poco distante una bancarella di frutta e verdura. Cocomeri spaccati a metà, rossi come un sole al tramonto. Grappoli d’uva, acini turgidi e zuccherosi. Due stranieri abbracciano un enorme “coppo” di zibibbo e vanno via felici a cercare una panchina. Fuori da un portone, donna Maria cucina, su un fornellino a carbone, pannocchie gialle di grano. La seggiolina di paglia e una scollatura di seni grandi, autentici e ospitali come porti per naufraghi all’ultima speranza.
Intorno ancora botteghe di mani artigiane e un lungo tracciato di case un po’ scorticate, raccolte in vicinato. Il richiamo dei venditori ambulanti, gambe abbronzate di femmine belle e la carrozzella di “Totonno o frustino”, vecchio cocchiere in cassetta che divide la vita con la fedele Nerina. Una cavalla paziente, stordita dal sole e dai chilometri. Turisti trasportati da piazza del Gesù a Posillipo. Per loro un lusso, per Nerina un percorso di mare e sudore. La nostra giornata finisce al Vomero in una notte di luna piena che illumina una Napoli, finamlmente, romantica e silenziosa. Siamo a casa di Maurizio Carosone il nipote di Renato. Il fresco di un giardino il profumo di un pergolato di gelsomini. L’accordo di una chitarra, la voce di Mirna Doris che accenna “La città ‘e Pullecenella”. Arriva una frittata di maccheroni, la faccia bruciacchiata e le rughe abbrustolite. Scorre il vino, rallentano le parole. Ci appisoliamo all’aperto, su divani e cuscini bianchi. Dal Vomero Napoli sembra ancora più scintillante. Le luci del Golfo sono candele inginocchiate sul mare.

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