L’Editoriale – Compleanno all’acqua di mare

– di Roberto Gianani

Compleanno all’acqua di mare. Festeggiamo i primi quattro anni dell’Isola, un giornale per non pedere il vizio di sognare. La fiamma di un fornello soffia complice nel cucinino di una barca infilata dentro una rada di onde tranquille.
Antonio Cianniello ha preparato con orgoglio una scafarea di rigatoni con gli spunzilli, un’ombra di basilico e una pioggia di pecorino. Festa di forchette, bocche affamate e tovaglioli rossi di pomodoro. Mimmo Carratelli arriva con una padella di telline di sabbia e derive, aglio, prezzemolo e il condimento di racconti antichi di attori e ballerine.
Arriva la carne bianca di una spigola pescata da Alessandro Bergonzoni, bollita olio e limone. I limoni della costiera che ha portato Nellino Cilento per farci un regalo, per dirci che ci vuole bene, che il mare è musica e i marinai sono uomini dei quali non fidarsi mai. Dentro un piatto di Vietri malconcio e scheggiato arriva una tagliata di formaggio. La puzza adorabile del gorgonzola, l’intensità di un provolone del Monaco, due “fuscelle” di ricotta, la provoletta di Sorrento, il latte della mozzarella di Battipaglia.
Vino di Lettere. Vino e vino, bicchieri di vetro, vetraccio riempito di rosso, riempito di uva. Sapori buoni come la vita sul mare. Sapori che sarebbero piaciuti a Gaetano Afeltra. Nato ad Amalfi, giornalista a Milano. Uno che si nutriva di inchiostro e di mare, di pasta di Gragnano e peperoncini di costiera, parole di musica e dispacci di agenzia. Il cielo è un brindisi di stelle.
Ci guardiamo negli occhi, ci vogliamo bene. Siamo un po’ naufraghi e un po’ avventurieri. Siamo liberi a metà, tra un lavoro che vuole condannarci e l’illusione di poter fuggire. Siamo personaggi a metà tra le catene della televisione e il desiderio di spegnere le trasmissioni.
Arriva un tegame di torta alle mele con un velo di zucchero e cannella. Le forchette affondano l’anima dentro un corpo di pan di spagna.
Si accendono le candeline. Compleanno all’acqua di mare. Applausi e applausi, marinai e sognatori. Insicurezze, angosce, ansie, percorsi persi, altalene, timori. Timori di non riuscire, di non essere capaci di portare la barca nel porto, di buttare l’ancora nel fondale di troppe nostalgie, di lanciare una cima alla bitta sbagliata, di non trovare un approdo. È nata così questa storia di prue e navigazioni, questo viaggio lontano da casa con una vela per amico e l’illusione di perdersi lontano.
Questo è il racconto di un giornale nato quattro anni fa, quando la primavera era lontana e la brina dell’inverno ci portava a riunirci intorno alla fiamma di un camino.
Era un dicembre di quelli cattivi, quando il mare mette le unghie, graffia il volto di Capri e l’isola rimane sola.
A Punta Carena il faro era in compagnia solo delle onde. Nemmeno più la scogliera era capace di difenderlo dall’arrembaggio della schiuma. Il bianco
di un’ovatta, un muro. Una nebbia fitta ci avvolgeva anche a Veterino.
Il verde degli ulivi era un ricordo, i rampicanti scheletri rinsecchiti, i ciclamini nascosti sotto una cappa di freddo crudele.
Una tenda di sale copriva i vetri e le illusioni. Gridava il vento e quello strillo si infilava dovunque, anche dentro l’ultima emozione. I divani bianchi accoglievano il riposo del nostro essere stanchi, l’altalena delle nostre parole, le nostalgie dell’anagrafe, l’amarezza degli insuccessi. Il rosso di qualche
bottiglia di vino non spegneva le malinconie. Eravamo stanchi e depressi: sogni incompiuti, la noia di un mondo visto e rivisto, la presunzione di saperne di più, l’egoismo di non partecipare, il naufragio delle motivazioni.
Sorrisi spenti, parole e parole, intrecci di discorsi non compiuti, ricordi, nostalgie, masturbazioni intellettuali.
Un discorso di se e di ma, di giustificazioni, attenuanti, alibi, problemi mai presi di petto. Lacrime e proponimenti.
I rimpianti di ieri, i progetti velleitari di oggi. Fuori la nebbia cancellava
il mare. Buio e vino. Sigarette e sigarette.
Ci pioveva intorno una vita troppo normale. Paolo Signorini si era molto affezionato ad un gateau di patate e ad una bottiglia di Aglianico. Ci raccontava di vele il grande marinaio.
Chiacchiere e progetti. Ciuffo, il gatto di casa, si dimostrava molto interessato alle nostre pazzie. Forse anche lui non ne poteva più di questa vita sempre
uguale. Il divano, le pantofole, il giardino e la camomilla della televisione.
Occhi di malinconia e i rimpianti per un’esistenza libertina. E intanto quasi albeggiava, con l’indice Andrea Mingardi disegnò un varco di luce nel vetro di una finestra. Fuori un pettirosso saltellava in un cielo di piombo.
Quella notte, prima del disastro del Parkinson, la chitarra di Bruno Lauzi era una coperta, una ninna nanna, una carezza. Una testa di capelli bianchi, una grande faccia vagabonda su un piccolo corpo, la forza di un verso, il sentimento di una voce. Una voce di mare e derive, di spiagge bianche e risacche. Una canzone di sassi e abbracci. C’era la nebbia quel dicembre
e il mondo non aveva più colori.
Un’isola di chiaroscuri come le nostre anime, come i nostri cuori in bianco e nero. Franco Cerrotta faceva il sindaco e tutte le mattine all’alba andava ad
accendere il Comune. Pina Amarelli disegnava alberi di liquirizia. Alberi di profumi, di sapori, alberi come la canzone di Enzo Gragnaniello e Ornella
Vanoni. Rami allargati verso il cielo, un abbraccio, una preghiera. Musica e
musica, vino e vino. Parole, sogni, fughe. È così che siamo fuggiti. Su una
barca, sotto l’albero dei desideri.
L’hanno costruita i fratelli Salvatori nei Cantieri del Mediterraneo. Uno scafo di legno pronto ad affrontare qualunque mare. Murate muscolose e una coperta pronta per la pioggia e per il sole. Una barca d’avventura, la prua coraggiosa e la poppa preparata a qualunque vento traditore. Siamo partiti così, con l’idea di un giornale. A Borgo Marinari le vele si sono inchinate al saluto di Santa Lucia, ai libri di Giuseppe Marotta, ai vicoli del Pallonetto.
Panni stesi come fioretti, suppliche, litanie. Il vento le ha sfiorate, sono diventate vele. Pietro Gargano ci ha offerto un caffè, un gobbo ci ha gridato “buona fortuna”. Siamo partiti così, per conoscere il mare.

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