L’Editoriale – Cuori di musica

– di Roberto Gianani

“Che il vento baci le nostre vele e le porti lontano dai mari del quotidiano”. E’ la preghiera dei marinai di luglio, gente che cerca acque chiare e rotte di poesia. Cuori di musica e avventura. Stracciamo gli ormeggi di una società che si distrugge “in un eterno adesso e nella vergogna di arrivare secondi” e navighiamo. Sull’albero maestro sventola la bandiera bianca della pace. Le vele avvertono il fremito della partenza, la prua morde la prima onda. Abbiamo t-shirt color di lavanda e un rum biondo come spiga di grano. Una barca di vecchi pirati e l’amicizia di Tango, un cagnolino color del tabacco che fugge via dietro l’odore di qualunque gonnella. Ci fanno compagnia le canzoni di Charles Aznavour. “Facciamo finta che il mondo siamo noi almeno fino a che la notte finirà…”. Il vizio di sognare e restare un po’ bambini.
Mino Jouakim ha un borsone di inchiostri colorati e cartelle di pagine pulite da riempire con la penna di chi ama il mare. Al timone, Mimmo Carratelli ha lo sguardo felice dentro un viso di lentiggini, spruzzate qua e la, che imprigiona gli amori vissuti, gli affanni del vivere, le gioie della riuscita, le scie di vecchie tentazioni. Il fumo dell’antico sigaro disegna fili azzurri che si inseguono fino a legare ricordi e pensieri, sospiri e profili di costiere. Cetara, Praiano, Positano, Punta Campanella. Poi Capri e quella spiaggetta di Marina Piccola nascosta dietro la scogliera. Infine Ischia, lo spillo di una nostalgia. Un segnalibro d’argento nell’album dei ricordi. Storie e illusioni di ieri che nemmeno il viaggio di una vela può far dimenticare. Il racconto di un mondo di luci soffuse e sentimenti forti come prue di barche d’altura. Il nostro concerto era quello di Umberto Bindi. Un pianoforte, una melodia e la crudeltà di parole senza un destino. Cuori di musica, onde di nostalgia. La chitarra di Carlo Missaglia navigava come un delfino dentro il cuore delle donne. Mille approdi, mille storie raccontate da una voce di velluto nella penombra di taverne di boccali di birra e passioni di una sera. Le giornate finivano in notti di stelle sopra spiagge di conchiglie. Sotto il cielo la musica dei lenti al Rancio Fellone, il locale in riva al mare di Sandro Petti, l’architetto che disegnava le case di Ischia con la matita di un gabbiano. Suonava l’orchestra di Roby Mattano, Ornella Vanoni esaltava i sentimenti e le canzoni. L’abito di chiffon verde smeraldo, lo sguardo come un contaggio, i capelli sciolti, note come colpi d’ala. Senza fine, corpi cuciti prima di volare. Suonava il mondo e aveva un buon rumore. La musica si muoveva morbida e arrivava fin sotto il Castello Aragonese, ballavano le stelle sopra gli scogli di S. Anna.
Suonava il mondo e aveva la voce e il cuore di Ugo Calise. Con lui, al pianoforte, Romano Mussolini. Una vita di jazz lontano dal potere.
Al Moresco, sulla via bianca che porta al mare, tra pareti di gelsomini e ricami di aghi di pino suonava Marino Barreto junior e la vita ballava languida sotto la luce di un abatjour. Era il regno delle lampade basse. Le femmes profumavano di Chanel n. 5, gli abiti erano lunghi e scivolati, le linee del corpo si dovevano immaginare, intuire, sognare. Ciglia lunghe di sale e seduzione, volti di cipria e bugie. Le donne erano isole spesso irragiungubili, gli uomini marinai bagnati dalle onde delle tentazioni. Corteggiamenti affidati al gioco degli sguardi, al volo furtivo di un bigliettino d’intesa, al rosso di una rosa, alla “gentile richiesta” della complicità di una canzone. Appuntamenti conquistati ballando guancia a guancia, parole sussurate, carezze di musica e mare. Pisolo del Gaudio indossava camicie più bianche della luna, Roberto Jelasi portava in giro una faccia da corsaro e donne belle come sirene. Tonino Baiocco amava le straniere e parlava il tedesco come l’italiano. Il Barraccio era una taverna per pirati e play boy in cerca di sottane. Il mondo camminava sulla riva destra del porto. Appoggiata sotto le facciate di case dipinte a calce che custodivano famiglie di pescatori, notti di reti e lampare, segreti di secche rigogliose e ritorni di lenzuola, la lunga fila delle trattorie aveva il colore delle tovaglie a quadretti bianchi e blu. La nostra cantina preferita era quella di Emiddio, capelli ricci e cuore di schiuma. Piatti di alici fritte con l’olio dell’Epomeo, scafaree di totani e patate, vongole fresche e cornute tra le braccia di spaghetti di Gragnano, caraffe di bianco dei fratelli D’Ambra. Ore, vino e parole sorseggiate. Gocce di uva buona e di vita. Racconti di conquiste impossibili e delusioni, quando il no di una donna ci lacerava per una notte come l’urlo di un tuono e il giorno dopo, dentro lo specchio, spuntava la luce di una nuova risata. Tempo di chiacchiere lente e progetti mai realizzati. Emiddio si sedeva con noi ed ascoltava. Cene pagate con una poesia di Roberto Sabetti o con un disegno di Augusto Mastrolilli. A volte solo con il racconto di un’acchiappanza non sempre vera. Suonava il mondo ed aveva un buon rumore.
Passi lenti sulla riva destra del porto. Idee accarezzate dal vento, diari di speranze, carteggi di maree. L’alba spuntava ogni volta compiacente, sempre diversa, sempre protettiva e ci accompagnava, dentro la nuvola di una sigaretta, all’appuntamento con il profumo del primo caffè del mattino. Carratelli alziamo le vele, luglio è un mese di ricordi e nostalgie. Ma i sogni e le navigazioni possono continuare per sempre.

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