L’Editoriale – Donne di mare

– di Roberto Gianani

Via La Fabbrica è una stradina che dal centro di Anacapri scende verso il mare. Incontriamo cancelli in ferro battuto, ricami grigi, archi di case bianche, finestre affacciate su campi di rosmarino, colonne di pergolati assopiti nell’ultima scintilla del sole, una vampata scarlatta nelle acque di Sant’Angelo d’Ischia. Al Miramare, Alessandra Calise sta cenando a lume di candela, mano nella mano con l’uomo della sua vita. Sotto di loro piccole onde portano canzoni che sono voci di schiuma. Camminiamo con le luci del tramonto negli occhi, un’antica abitudine alla quale non sappiamo resistere. È l’ora che avvolge i pensieri, l’ingoiamo a piccoli sorsi come lo zucchero di un liquore speciale. Per un pezzo di strada ci fa compagnia la faccia di sole di Pamela Viva, femmina di mare ed emozioni. La bracciata forte a tagliare le onde tra Punta Carena e la Grotta Azzurra. La pelle di sale, un’anacaprese vera.
Intorno a noi i rampicanti si stringono ai muri a secco e disegnano l’ambiguità dei sentimenti umani: l’abbraccio e il desiderio di liberarsi. Un vecchio carrubo riposa nel suo corpo di rughe, le ginestre lanciano sguardi ruffiani, un prato luccica di fiorellini azzurri. Ci viene in mente Felice Casorati, il pittore del silenzio, la sua poetica malinconica e raffinata. Colori come parole senza suono, senza rumore. Solo la forza della natura che impone la sollenità di una riflessione: non si può tradire il mondo quando i suoi respiri sono solenni e dolci come in questo momento. Ci prendiamo per mano come se una voce lontana ci sussurrasse: insieme, stringetevi insieme con il sorriso e con il pianto. La stradina ha curve improvvise, il ballo dei merli, gli occhi verdi di un gatto, l’urlo di un gabbiano a Damecuta. Ogni tanto si sveglia un lampione e accende il sentiero.
Piedi cauti, ciottoli di mille passi, mille discese verso l’eternità del mare. Arriviamo a casa “zia Lulù” abbracciati a fasci di ortensie un po’ rosa e un po’ azzurre con le t-shirt blu e i pantaloni bianchi da veri marinai.
In segno di rispetto, il capitano è in divisa di gala. Portiamo il nostro omaggio a una donna di mare, a una fiamma dai capelli ramati, a quel vestito giallo nella luce dei giorni che lei sola sapeva illuminare. L’invito arriva da lontano, una vecchia promessa di partecipare, di raccontare, forse di portare un ricordo.
Ognuno ha scritto una parola; come d’incanto, mettendole insieme, si formano due righe “Se potessimo cambiare il nome alla luna la chiameremmo Luciana”.
Il vialetto degli ulivi è quello di tanti anni fa. Un nastro di pietre bianche sotto il verde che porta ad un pergolato nascosto da un tetto di gelsomini e dallo strisciare delle lantane che nascondono tutto tranne il soffio di un rimpianto. Il vento ci riporta a quella sua canzone: “la musica è finita…”.
Un presaggio di dieci anni fa, parole prima cantate, poi sussurrate, alla fine sospirate. Un addio con una canzone di Umberto Bindi, la storia di un destino senza ritorno. Ballava Lulù e intorno a lei la vita era un lungo applauso, un inchino. Una danza in abito da sera che quasi volava incontro all’amore.
Le abat-jour di un piano bar, luci basse tagliate all’improvviso dal bagliore di un sorriso che ti prendeva e ti portava in cielo. Un sorriso di stelle interrotto, ogni tanto, da lacrime come cristallo. Era così Lulù, amava la musica e il mare, gli spaghetti con le telline, lo scorrere del vino bianco, la compagnia di un cane e la risacca accarezzare la scogliera. Forse anche lei, come Colette, voleva “perdere felicemente la vita tra l’alga e la stella”.
La sua memoria è come la vita, un mosaico di ricordi ancora vivi, la fitta di un dolore, lo spillo continuo della nostalgia. Sotto il pergolato il grande letto di cuscini bianchi è un riposo adagiato con la testata che guarda l’orizzonte. Colori e colori, la tavolozza di un pittore che usa il pennello per dipingere il suo mondo. Un mondo lontano dalla realtà, troppo acceso per essere vero. La tavola è piena di rose, le candele luccicano come fiaccole ad illuminare una sera troppo piena di ombre e ricordi. Di fronte il profilo di Napoli è un disegno di lucciole che da Capo Posillipo arrivano fino a Borgo Marinaro. Una catenina luminosa che si srotola e asseconda le linee del mare. Il Vesuvio spadroneggia nero e incombente, una montagna di lava che un po’ spaventa, un po’ protegge. Uno spettacolo, forse un tormento. L’aria è un sussurro che appena si ascolta, ci piove dentro una inguaribile malinconia. i ricordi ci portano a Marisa Piccininno, donna di mare anche d’inverno.
Bella come la canzone di Loredana Bertè, i bagni nell’acqua del Lido Maria anche nella pioggia di dicembre, lo sguardo a catturare uno spicchio di sole tra le nuvole più avare a Marina Piccola. Un raggio di sole per riscaldare l’anima e la voglia di continuare a vivere. Se ne andata anche lei lasciando il profumo di sale di una donna libera oltre qualunque deriva. Una donna con dentro gli occhi la luce fragile e appassionata dell’onda sulla scogliera. Pensieri come ombre nel giardino, l’aria si muove e li porta lontano. Il caffè arriva caldo e bollente e brucia il filo della malinconia. Sulla strada del ritorno il capitano ci racconta la storia di Beatrice Jam. La testa bionda, una camicia scolorita dal sole, i jeans arrotolati e una vela.
La sua barca “Saudade” ha le murate bianche. Da quindici anni, a Capo Verde, la donna bionda saluta solitaria il passaggio delle balene, un microfono poggiato sulla prua registra il canto delle megattere. L’anno dopo Beatrice le aspetta e ritrova la loro melodia. Un racconto che sembra una favola e ci accompagna fino al molo. Il porto è un chiaroscuro di poche luci, lo scintillio di una stella, l’ombra pallida di un lampione. Il sonno delle barche, lo stirarsi del cordame, il suono nel vento di drizze e sartiame. Il resto è silenzio. Wendy Alberino dorme nella sua casa affacciata sulla Marina. Domani, all’alba, il suo gommone volerà come un gabbiano sulle onde che, lente, si muovono verso il largo. Come Ellida di Ibsen, Wendy “appartiene alla gente del mare, c’è in lei il moto delle onde e anche l’alba e la bassa marea”. Stesi sul fasciame, restiamo lì attraccati alla banchina con gli occhi a guardare i respiri del cielo. Arriva una musica che porta echi lontani. È la chitarra di Tuan, il marinaio che si inchina a tutte le donne di mare.

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