L’Editoriale – Festa di mare

– di Roberto Gianani

Arriva un vento azzurro che porta candele di luce e abbagli di sole.
Festa di mare, cinque anni di navigazione, racconti di isole tormentate dal libeccio e costiere adagiate sull’acqua a farsi corteggiare dalla schiuma. Amplessi candidi, fremiti universali. Storie di pescatori senza paura e passioni di belle donne perse nei tumulti del cuore. Leggende di uomini alla ricerca di un’anima perduta e naufragi senza ritorno.
Avventure di play-boy squattrinati e musiche di un pianoforte con le gambe affondate sulla riva, la coda lunga e i tasti a suonare melodie che arrivano fin dentro la pancia di un porto. Le note scivolano tra cime e pontili e si fermano di barca in barca, come artisti di strada, a raccogliere un’offerta, un consenso, un sorriso. Vento, musica e mare.
La nostra barca è attraccata alla banchina, nodi stretti, voci e dondolio di pensieri. La prua è alta e muscolosa, la coperta è un solfeggio di gelsomini e gigli di mare. Franca Coin ha voluto disegnare il bianco, l’assoluto, forse il ricordo di una vela lontana, le ali delle colombe in volo sopra il ponte di Rialto, i merletti di una Venezia nella luce di un’alba di ovatta. I pescatori sono scesi alla Marina con collane di conchiglie e “spaselle” di alici guizzanti di argento. Le vongole di Cocco Bello schizzano ancora respiri di vita, finiranno a condire uno spaghetto di aglio e prezzemolo. Se ne andranno così, benedette dal sale e dall’olio della Migliara. Il rosso del peperoncino riscalderà i sentimenti e chiederà il fresco del vino. Lino De Martino ha portato i limoni del suo ristorante e padelloni che hanno conosciuto la fiamma di mille fuochi, mille serate sotto un pergolato che ha incantato gli amanti, coperto storie di tradimenti, custodito incontri di attori celebri e scrittori senza bandiera. La frittura di alici palpita e ha il profumo del paradiso, il sapore di ricette cucinate come mamma Michelina sapeva.
La faccia fiera di rughe e lavoro, una vita tra l’orto e i fornelli, tutta vissuta lì tra Palazzo a Mare e i Bagni di Tiberio. Il mirto, le ginestre, il rosmarino, un sentiero e, all’improvviso, come sempre l’eternità del mare. Ora la brezza ha un colpo di sonno, l’equipaggio ha una fame impaziente, il desiderio di sedersi intorno ad una tavola imbandita, celebrare il rito della fratellanza e brindare. Un grande fiasco, a metà rivestito di paglia, versa un buon vino al bicchiere che ricorda il bel tempo perduto, trattiene l’amicizia e alimenta tracce di ricordo. Navighiamo con le dita nell’olio, le alici portate alla bocca con le mani, le labbra che succhiano limone e sale. Il palato ringrazia e benedice i pescatori. La festa delle alici è la festa del mare.
Sul ponte Tonino Cacace ha la faccia da capitano, lo sguardo palpitante di blu, una sottile ruga irrispettosa e un blazer di tasmanian che fa onore alla festa. Uomo di barche e alberghi, calle bianche e camere con vista. Un marinaio silenzioso che rispetta gli umori del vento, è attento alle maree e sa timonare consapevole che le navigazioni hanno bisogno di conoscenza, qualche volta di amare solitudini.
Per accendere i fuochi della festa, Carlo Chionna ha lasciato Bologna, la consolle delle discoteche riminesi e le cromature scintillanti della sua Kawasaki. Il ciuffo spettinato come fili di grano. Una t-shirt color di lavanda e quei jeans stropicciati che gli hanno regalato la gioia del successo e il tormento di notti insonni. Sabina è con lui, guardano il mare e si lasciano andare nello slow di una canzone di Bruno Lauzi. Una poesia dedicata a tutti i marinai del mondo con il sale che gli scortica il viso e una taverna che li aspetta tutte le notti senza spegnere il lampione. Marina Grande è un porto di silenzi, salpiamo.
Sventolano nei nostri cuori i fazzoletti di tutti gli arrivederci mancati, gli addii mai pronunciati, i saluti mai detti, le conclusioni evitate, i tagli omessi, le parole ingoiate. Siamo un rosario di nostalgie posato sulle onde. Viaggiamo dando la mano alla fantasia e a tutte le domande del mondo: chi siamo, cosa cerchiamo? Davanti alla prua la finestra del mare è troppo grande e misteriosa per farci entrare una sola risposta. Il viaggio, la fuga dal tempo, il segreto della vita. L’acqua è un’orchestra, gli strumenti ci suonano nella carne, le nostre anime sono fiammiferi nell’universo, inquieti, elettrici, lontani, vicini.
Tutta l’immensità del mare è con noi. Sventolano, come bandiere perse nel maestrale, i sorrisi di convenienza, i panni sporchi del quotidiano, le ipocrisie figlie del sistema, le pagine del Vangelo e le poesie di Ada Negri. La navigazione chiede libertà e la libertà diventa preghiera, supplica, invocazione. Mare riempi di sale le nostre ferite e suturale con lenze di fondale. Ridacci gli anni che ti sei preso quando venivamo da te a chiedere un fido di sogni e conchiglie e tu ci aprivi un conto con interessi da amico.
Noi sciupavamo conchiglie, alghe e telline nell’incoscienza di chi abusa a piene mani e ingoia mille giornate di sole. Oggi possiamo restituirti il niente o il poco del tempo che ci rimane ma quel tempo lo difenderemo a colpi di remo e di arpione. Di notte accenderemo lampare e saranno candele illuminate nel tracciato del buio. Di giorno seguiremo l’indice del sole e quel suo dito puntato sul futuro. Poi, quando l’acqua del mare diventerà una gonna di pieghe stracciate, saremo incapaci di seguire una rotta precisa e ci aggrapperemo al timone del destino. Il temporale porterà pene e paura. Raggiungere un riparo sarà una fatica. Ci sosterrà il desiderio di ritrovare un figlio, una sottana o solamente l’abbraccio di un amico.

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