L’Editoriale – Figli del vento

– di Roberto Gianani

C’è aria di tempesta. Il cielo è nero e struggente come l’ultimo caffè Hag di Massimo Troisi. Napoli è stesa sotto le unghie del vento. Siamo figli di un libeccio canaglia che graffia le parole e la vita, gli uomini e le marionette, i vigliacchi e gli eroi, ribaldi e poveri diavoli, vicoli e case, ricordi e vecchie bandiere, sciarpe azzurre e fotografie in bianco e nero. Il cuore delle nuvole è scuro; fulmini lucidi, tuoni cattivi sopra Castel dell’Ovo. Ballano i lampioni del “Transatlantico” e della “Bersagliera”. Si accendono le luci del “Royal”. Le abat-jour raccontano di principi e viaggi, note di pianoforte e long-drinks. I capelli ramati di Ida di Benedetto lasciano un’onda di sensi e profumo Chanel. Le vele del Circolo Savoia sono piume di gabbiani. Ciccillo il cocchiere si ripara sotto la cappottina dell’ultima carrozzella, ottoni impalliditi e tintinnìo di campanelli nel vento. Immalinconito, il cavallo rimpiange i prati di Posillipo che non ci sono più. Il Vesuvio ha la faccia di fumo e vecchiaia, la pioggia lava le banchine, il libeccio muove il mare.
Borgo Marinari si accartoccia dentro i libri di Giuseppe Marotta, lo scrittore di Santa Lucia. Il vento è un turbine di salsedine e spavalderia. Sbatte le porte, mette le unghie negli intonaci, fa volare gonne, nuvole e pensieri. Siamo figli di un vento che spettina le pagine di una città di lava e di tufo, poeti e marinai, ladri di polli e cantastorie, scippi infami ed eroismi quotidiani, virus e sberleffi, applausi e singhiozzi, bassi e palazzi. Un vento che mischia l’ozio e la fretta, la cultura e l’arte di arrangiarsi, musiche di storia e tarantelle, ladri minorenni e avvocati imbroglioni, mi manda Picone e disoccupati. Siamo figli di un vento che mette insieme gobbi e maltagliati, soldi e munnezza, il “San Paolo” e San Gennaro, scudetti e sconfitte, i guappi e le marchette, acqua ‘e mummere e saettelle, Mussolini e Masaniello, tradizioni gloriose e onori perduti, la Napoli di Totò e la New York di Antonio Bassolino, vicoli stretti e piazze di sole.
Ma non c’è sole nel porticciolo di Mergellina, un imbarcadero di tavole di ponte e poche barche in prigione. Pescatori, chiacchiere, preoccupazioni, sorsi di caffè bollente, fumo di sigarette, berretti di lana blu, riccioli bianchi, facce di corsari, bancarelle di conchiglie, racconti, scogli, nuvole grigie, gambali, fotografie di Maradona, matasse di reti, ricordi, vecchie leggende, cartoline, rughe di sole, suoni di risacca, violini di pioggia, trombe di vento.
Il cielo è una carta copiativa macchiata di nero. Chiazze scure che disegnano la memoria gualcita di un pino, la maschera di Edoardo, sottane a lutto e profili di castelli crollati. C’è aria di polvere e sale, pagine di libri usati e racconti di navi saracene. Scricchiolìo di pontili, acqua, legno, libeccio e parole di mare. L’edicola è chiusa, la Snav ha le serrande abbassate. Non ci sono “corse” per le isole, interrotti tutti i collegamenti. Un mare deserto di barche e marinai; peccatori ed amanti restano divisi. La distanza fa divampare i fuochi dell’attesa, sarà una notte di lenzuola bianche. E’ la legge del dio Nettuno: dovunque c’è un porto, c’è un letto solitario.
I fulmini sforbiciano il cielo, al largo le onde dipingono un paesaggio di schiume inquiete. Sulle banchine facce di occhi neri e di rughe, zigomi duri, giacconi pesanti, camicie di flanella, fiato caldo, cerate gialle. Ciro e Scorza rinforzano gli ormeggi. Intorno mani, arnesi, merende, cime, cordame. Mergellina è una scena di acqua e di vento, ma non tutto è inverno pieno. Vincenziello ‘o Guarracino offre coppetti di lupini e semenzelle. Donna Carmela ha capelli di fuoco, la voce torbida e seni di baldoria che muovono il sangue e gli ormoni. La sua bancarella di taralli “nzogna e pepe” fa qualche affare. Sciama una fila di suore e bambini. Odore di refettorio e libri di scuola. L’omino dei palloni ne vende qualcuno, gli altri prendono il volo col vento. I bambini alzano il naso e si tengono per mano.
Sotto i pontili il mare guizza, cala e risale. Totonno ‘o Ciclone ha la faccia da spavento, occhi sprucidi, sorriso stretto, la merenda di pane e frittata, il mezzo litro e quella gamba stracciata, lasciata lì, dieci anni fa, tra i graffi di una roccia quindici metri sott’acqua a Palmarola. Una cernia, una grotta, il sangue e gli anemoni di mare. Una barca, i soccorsi. Il coraggio, le preghiere alla Madonna del Carmine, la vita, di nuovo il mare.
Sul molo piccolo, secchi di plastica azzurra e due sgabelli di paglia. Carmine e Gennarino passano la vita a pescare di canna. Le lenze inseguono il languore dei cefali, agli ami le lusinghe di pane e formaggio. Alla Torretta, in una casa di fatica e nobiltà di cuore, mamma Lucia ha già pronta una padella di aglio e di olio, prezzemolo e pomodoro. La veste buona, la tavola apparecchiata. Il mesale bianco di lino vecchio, quello del corredo con i piccoli rinacci di un ago che cuce le cose e i ricordi, il passato e le vele della vita. I tovaglioli sanno di bucato, accanto ai piatti un mazzolino di lavanda profumata. Frigge l’olio, frigge l’appetito. Foto di un interno che si riscalda sotto la luce pulita di un racconto di gente normale. Ci pensa «’o Per ‘e palummo» a disegnare trame di affetto e pensieri. Si toccano i bicchieri, scende allegro il vino, diventano leggere le parole, la cucina è una risata di salsa e maccheroni. Le chiacchiere si fanno compagnia. Sul vecchio giradischi Fred Bongusto è “doce-doce”. Le ore si stiracchiano, il tempo non brucia e, ogni tanto, si addormenta. Dentro la casa la quiete di chi ha fatto pace con l’età e le primavere passate. Dalla strada entra aria di festa e musica di zampognari. Il vento graffia i vetri, si apre una finestra. Il profumo degli struffoli arriva fino a Mergellina. Nuvole di zucchero e cannella.
Il libeccio porta fili di storia, voci e suoni di dialetto. “Guagliù cu chistu tiemp’ a ‘rò iate?”. “Cu chistu mare e marenare iocane ccarte, se bevene ‘nu cognac e se vanna cuccà”. “E viecchie po suonno, e giuvine pe ll’ammore”. Umberto ha le rughe inasprite dal sale e lo sguardo severo. Ci dice di non partire. Ma l’equipaggio è affamato di mare e promesse proibite. Alla banchina le cime hanno voglia di tradire. Partenza, viaggio, capriccio, fuga. Il mare è una via di libertà, brucia le ferite e qualche volta le sa curare. Molliamo gli ormeggi, siamo marinai, ladri di cuori e di emozioni. Sotto la pelle schegge di Ulisse e malìe di sirene.
C’è il vento, c’è il mare. Arrivano le onde e sono altalene. In alto le avventure, in basso le malinconie. Rotta sui sogni. Miglia e miglia di acqua, il libeccio ci taglia la faccia. Mimmo Carratelli manovra il timone, un sigaro e una canzone sulle labbra, sempre pronto a navigare per i mari della vita con il suo taccuino poggiato sotto il cielo. Antonio Cianniello lavora di bolina, la felpa blu e lo sguardo attento agli umori del vento. Con noi MinoJouakim, giornalista e pescatore, cuore di basilico e miele, uomo di brezze e calvari.
Siamo figli di un libeccio che vuole recuperare i sentimenti e le leggende, i ricordi e le memorie, il fiasco di vino e le osterie, il tempo delle carezze e i riti del Natale. Dal ponte arrivano schiaffi di acqua e suoni di fisarmonica. Nicole Renaud canta “La mer”. La ragazza di Parigi è sottile come un nastro di seta, ma la voce esce forte dall’anima e racconta poesie. Inchini di nuvole, applausi di delfini. Whisky, il labrador biondo, abbaia alle onde e mette in fuga l’infedeltà e i cattivi pensieri. L’equipaggio porta con sé il ricordo di Deda.
Sulla pergamena di bordo Eolo scrive una dedica di canti liberi e fiori di mare. Sorrisi tristi, una preghiera e un rosario di gabbiani in picchetto d’onore.
Che il vento sia con noi.

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