L’Editoriale – Fughe d’agosto

– di Roberto Gianani

Agosto si affaccia alla finestra del tempo rumoroso e arrogante. “Chist’è o paese do sole, chist’è o paese do mare, chist’è o paese arò tutt’e parole so’ doce e so’ amare”. Più amare che dolci direbbe oggi Libero Bovio e forse cambierebbe qualche rima. E’ l’Italia di agosto, è l’inno al sole di un paese che va in vacanza, una vacanza obbligatoria, chiassosa, italiana.
Città abbandonate, senza un bar aperto, senza una farmacia di turno che non disti chilometri, senza un medico che possa dare un consiglio, senza un anziano che non debba tremare di solitudine e paura. Telefoni muti, città chiuse, strade di silenzi e calura, di poveri e portoni blindati, di cani dimenticati e fontane di sollievi passeggeri. Autostrade zeppe di lamiere bollenti, treni infuocati di valigie e sudori, aliscafi stracolmi. Ombrelloni piantati su spiagge e scogli non sempre puliti.
Cantano le cicale e non sono più Patty Pravo. Canzoni stonate, troppo caldo, poche serenate in compagnia di un sole senza tregua e senza compassione. Il sogno non cerca più l’ombra di un ulivo a Veterino, il fresco di un pergolato, l’ozio dei piedi nudi sulla riva di Marina Piccola, le note della chitarra di Renato “Simpatia”.
Cadono nelle acque dei ricordi le pagine di conchiglie e telline, le canzoni di Lello Pugliese, i messaggi affidati al navigare di una bottiglia, i baci rubati sotto la luna a Punta Tragara. Le prue non tagliano l’alba a Torre Saracena e non vanno a giocare con le luci del tramonto nella piccola Cala del Rio. Negli ultimi ritagli del crepuscolo, i passi del vento sono stanchi e pesanti. Un vento non propizio, uno scirocco che incolla il mare che non si vede e notti senza amore.
Agosto si affaccia alla finestra del tempo per non riposare, corrompere le ore, tirare tardi, calpestare gli orologi, illudere, tradire, tentare. Le tentazioni di Silvana Giacobini, una foto osè, una copertina di seni nudi. La gonna a vela stracciata di Alba Parietti lascia ampi respiri agli occhi e all’immaginazione. La scollatura senza ritegno di Valeria Marini riempie una Piazzetta già troppo sguaiata e dozzinale.
Non c’è vento, non c’è aria, Capri è l’isola di una frenesia appiccicosa di sciroppi mielosi. Una platea di anime irrequiete trasportate dalle correnti del divertimento ad ogni costo. Notti tutte uguali, notti di frivole follie, notti al coperto di taverne e discoteche. Notti al chiuso senza lasciare spazio alle emozioni di cieli aperti da attraversare, al desiderio di vedere nascere un fiocco di schiuma, alla malinconia di ascoltare le canzoni di Lello Caravaglios, la voce traballante di whisky di Luciano Bruno, la chioma brizzolata di Mario Perrone.
Una volta l’isola cantava, cantavano le sottane, cantavano i marinai. Gocce d’amore in questo mare che ha imparato la lezione e non si commuove. Marina Grande è un balcone di rampicanti affacciato sopra un porto di banchine assalite da mille cime, mille àncore incaramate, mille scalette buttate lì nel caldo della notte come urla disperate. Fretta di scendere a terra, abbandonare la barca e trasgredire. Nessuno avverte lo sciabordìo dei remi, tace quasi la voce del mare. Il suono delle onde si ritrae e rimane perplesso ad ascoltare.
Battere di tacchi a spillo, richiami di uomini e donne, incalzano le gonne, ondeggiano convinti seni e fondoschiena. Serve un taxi per la Piazzetta. Dal buio viene fuori un lamento di luna. Nessuno se ne accorge, solo Vittorio “Aumm, aumm” alza lo sguardo, apre l’anima e attacca le labbra ad una fontanella di stelle cadute dal cielo.
Agosto, c’è troppo chiasso, la tua festa ha troppi invitati.
Arrivederci, andiamo via. Armiamo una barca di fatica con vele di vento e bandiere di emozioni. Al timone Mimmo Carratelli molla l’isola e inventa nuove rotte di vita. Andiamo via verso una festa senza schiamazzi, pochi invitati e sigari accesi come lumi di candele. Le candele della chiesetta di Crapolla, aggrappata alle rocce, lì, a pochi passi da Nerano. Un piccolo fiordo di sguardi e preghiere silenziose. Una freccia di felicità che si gode solo dal mare, il verde dei fichi selvatici e una cascata di acqua dolce piena di luce. Più in là, lungo le costiere, piccole case tinteggiate di bianco, di azzurro, di rosa. Terrazzini di maioliche colorate, ricami di pergolati in fiore, suoni di violini. Volano canti profumati di zagara, si riscaldano i tamburelli, volteggiano nell’aria le gonne larghe delle tarantelle. Giostre di mani, occhi neri saraceni, cuori stretti sui cuori.
Non ci sono reporter, solo cieli ubriachi di luce. Le nostre mani giocano con la sabbia, i bambini costruiscono castelli, i pensieri sono delfini lucenti dentro il sole. I gabbiani volteggiano leggeri e curiosi mentre i nostri sorrisi si accarezzano sotto l’albero dei desideri.
Agosto, andiamo per costiere. Una vela, una chitarra, pochi amici, le canzoni di Fausto Cigliano, una bandana di fiori gialli, una collanina di turchesi, una zuppa di cozze spruzzate di limone, la compagnia dei guarracini e il ricordo di un amore.
Dentro il borsone una t-shirt con la scritta “Cuciamo i nostri cuori”.

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