L’Editoriale – Gente di Montagna

– di Roberto Gianani

“La terra tuona, poi trema, si apre e ingoia le grida, sputa polvere, sanguina. Si sgretolano case, macerie soffocano il silenzio della notte, la paura dilaga con il pianto di chi vive e il sospiro di chi ci lascia. Un attimo ed è devastazione”.
Questa poesia di Valeria Ricotti la portiamo nelle tasche dei jeans, accompagna i nostri passi tra le macerie d’Abruzzo. Fratelli di montagna traditi da una terra che era amica. Bitte solide, approdi di una vita naufragati in un attimo. Vele stracciate, cime di ancore divelte nella sabbia di un mare in tempesta, nei fondali di un buio improvviso, nel terrore di un naufragio di polvere.
L’Aquila è un’isola di sabbia. Intorno il mare è in salita, trova tronchi alla deriva, corpi morti sulla prua. È schiuma nera che si arrampica alla roccia, è onda che si aggrappa ai crinali. È unghia di dolore a scavare l’anima di rughe, di piaghe.

Solchi, tracce, percorsi senza ritorno.
Cortecce, ferite aperte, cicatrici eterne.
Non c’è Dio che possa cancellarle. Abbiamo i pantaloni arrotolati ai polpacci come i contadini, come i pescatori, come i pellegrini. Gocce di sale e di pianto, di resina e sangue. Non c’è incenso, non c’è fede, non c’è acqua che possa lavarle. Passi a piedi nudi, passi silenziosi, inchini, preghiere sulle banchine dell’inferno. Siamo venuti qui perché le vele dei marinai hanno alberi e la gente di montagna ha vele di foglie. Marinai e gente di montagna, le stesse facce scavate di rughe, le stesse mani di calli e fatica. Gli stessi occhi attenti a scrutare gli umori del cielo e le bizze della luna. La stessa necessità di rispettare gli dei della natura. La montagna è sorella del mare. L’Aquila sembra una strada interrotta, una via spezzata, la coperta di una nave mutilata a poppa e a prua. Le vele stracciate, gli alberi troncati. Ma l’equipaggio non si arrende, dà di braccia, colpi di remo, colpi di cuore. Muscoli e unghie. Contro vento, contro il destino, contro il cemento annacquato di sabbia di mare, contro l’ombra dei clan della ricostruzione, contro l’orrore degli sciacalli, contro un ospedale che non ha saputo guarire il dolore.
Un dolore immenso, estremo. Cattivo come un’onda inarrestabile. Colpi di remo, colpi di cuore contro la paura del ritardo e di un’emergenza senza fine. Facce stropicciate, orecchie stordite. L’ansia arrocchisce la voce, fa male. Il cielo è piccolo, piccoli gli occhi dei bambini, stretti dentro una rotta che ha perso i colori. Nello sguardo dei vecchi poco orizzonte, poca luce. I loro occhi sembrano un cielo senza cielo. Occhi stanchi, feriti, non vinti.

Gli aquilani sono marinai tristi ma lo sguardo è fiero. La montagna è roccia, è pietra dura. L’Aterno è un fiume pulito, acque chiare, acque sorgive. Questa gente di montagna saprà riempire le brocche del futuro e bere alle fonti di un’alba nuova. Hanno sete di case, di pentole sul fuoco, di lavoro, di fabbriche, di feste e di chiese, di progetti e di giorni felici. L’Aquila non resterà una città scura di grigio.
Sulle facce di questa gente leggi la parola dignità. La leggi dovunque. È scritta sui muri sbrecciati, nella polvere, sulle scorze degli alberi. È scritta in quest’aria che sembra bianca, sembra bandiera. Il vento la prende e la porta in giro come un messaggio. Di tenda in tenda, di contrada in contrada, di cuore in cuore. È il messaggio della rivincita, è una lettera, è un appello che vuole dire: ripartiamo, combattiamo, ricostruiamo. È un sole che si infila nel blu delle tende e biancheggia. È il sole della rivincita, dell’eroismo, della fierezza.
“L’eterno dialogo degli uomini e delle cose continua”. Un poco è cantilena, un poco è melodia. Nella scuola Collodi Massimo e Maria Chiara si sposano, vola il riso, vola la speranza. È un viaggio nuovo, è la testimonianza dell’amore. Il futuro si allunga e disegna rotte nuove. L’avventura della vita ricomincia lenta, piano piano. La quotidianità non è ancora riconoscibile, non si arrende ma sgomita e trema. Qualcuno riprende a scrivere la propria storia, ritorna sul proprio cammino.
Non molto lontano dal borgo antico Gigi ha riaperto le porte della sua trattoria. Zuppa di farro, agnello scottadito. Sul pane un olio biondo bagnato di sole. Nei bicchieri il Montepulciano rosso che piaceva a Mario Soldati. Chiacchiere lente, care vecchie parole di una volta. Tra un calice e una malinconia, tra la speranza e il ricordo parliamo dell’Aquila Rugby. Campioni senza paura. Eroi nello sport e nella vita. Gente di montagna, muscoli e sentimenti, rintocchi di fierezza e dedizione. Gente speciale, il cuore duro e una forza testarda. Usciamo lasciando un brindisi e un rosario di conchiglie, un sorriso spezzato e la fitta di un dolore.

Fuori da una casa senza tetto, in un piccolo giardino, una donna innaffia le rose. È alta, magra, ha riccioli neri e occhi verdi come foglie d’ulivo. Ha quarant’anni e fa la fioraia. Si chiama Rosina. Ai funerali ha portato i fiori per tutti i morti, per tutti gli angeli di questo terremoto. E quelli che non è riuscita a trovare al mercato, li ha raccolti nei boschi.
La sua bottega nel centro non c’è più. I fiori non li vende, li regala. Qui c’è bisogno di profumi e colori. La terra, quando impazzisce, ha un cattivo odore, un odore che deve scomparire. Scomparirà, Rosina, scomparirà perché la gente della montagna non si arrende.
Quei fiori sventolano come le bandiere della rinascita, sono il sentimento di una ricostruzione che non può aspettare, di un incubo che deve finire. Le donne abruzzesi riaprono le ali, non sono farfalle trafitte. Sono stelle alpine, sono lampare per rientrare in porto e fabbricare di nuovo la vita.

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