L’Editoriale – Il bianco e il nero

– di Roberto Gianani

Il porto è deserto di barche, tana di gabbiani. La nave entra bianca con le murate blu e la sirena che taglia un cielo di nuvole e sole.
L’uomo sceso dalla nave ha la barba di qualche giorno, un pò grigia un pò nera. Lo sguardo è intenso, sa di azzurro con qualche venatura di verde, come una pennellata improvvisa che torna di nuovo nell’azzurro. Ogni tanto una pagliuzza d’oro brilla dentro occhi che sono un contagio e guardano dal basso verso l’alto, come un volo che vuole capire la rotta prima di affrontare il cielo.
Uno sguardo che non lo dimentichi, arriva di traverso e indaga come se nulla lo convincesse fino in fondo, nulla lo rendesse tranquillo.
Quello sguardo ogni tanto spazia verso l’orizzonte, come preso da un’urgenza cocente, una voglia di ripartire, di essere in altri luoghi. Poi si acquieta, scompare, rimane il volto, l’accenno di un sorriso e dentro le rughe un passato di avventure sfrenate. Senza rimorsi, senza castigo.
L’uomo ha capelli riccioli sulle spalle, una t-shirt sbrindellata, blu, forse lavagna, sdrucita e dignitosa e pantaloni arrotolati, scoloriti, pieni di sole, sopra stivaletti che devono aver camminato molto e lasciato orme e segni sui marciapiedi ma anche nei cuori.
Donne, molte donne, molte notti, molte taverne, molte albe, molti tramonti.

L’uomo si avvia verso la Marina, negli occhi la bufera e la pace e un carico di due valige scorticate dal tempo, il tempo del viaggio e del destino. Il bene e il male, il sole e la pioggia, la miseria e la nobiltà, il delitto e il castigo, la fedeltà e il tradimento, l’odio e l’amore, la discesa e la salita, la verità e il suo rovescio, l’amicizia e l’inganno. Il doppio, le valige della vita, sempre due, il destro e il sinistro. Doppio registro, doppia voce. Lo stupore innocente del bambino, lo sguardo malizioso dell’uomo navigato. Il bianco e il nero, il sole che tramonta e poi risorge, la luna che diventa piena e poi scompare, la guerra dei lampi che violentano il cielo e il silenzio della luce che benedice le onde. Gli azzardi e i peccati, gli angeli e le preghiere.
E’ marzo, è tornato a interrogare il mondo, a lanciare il sasso, a inquietare le coscienze, a chiedere il conto. Vince il male o il bene? E’ vera Maria o Circe? Ha ragione il Diavolo o il Signore? Dobbiamo seguire il Vangelo o il Decamerone? L’uomo non risponde, si avvolge in un tabarro e continua a camminare lento verso la Marina.
Una donna bellissima con i capelli di sole gli lancia uno sguardo d’intesa. Lui lo raccoglie, lo infila in una tasca, lo conserva in silenzio. Un silenzio che vuol dire domani, ti chiamo domani, ci vediamo domani, ci amiamo domani. Lei sa che la chiamerà domani ed esce di scena.
L’uomo prosegue, il cielo nuvolo ha un taglio di luce che diventa bagliore, poi spazio, poi infinito. L’uomo si leva il mantello, si arrotola le maniche della t-shirt fino ai gomiti e allunga i passi nel sole.
Ora il mare è tutto azzurro, solo un ricciolo bianco, lontano, accompagna il viaggio di una vela che scompare dietro la punta del Faro.
Nel bar del porto due marinai si giocano la giornata in un giro di dadi. Bicchieri di anice e rhum, il bianco e il nero, il rischio e l’azzardo. L’uomo del tabarro si siede ad un tavolino che guarda dritto il mare e gli sbadigli delle barche tirate sulla banchina. Stese di fianco come fanciulle in attesa dell’amore.
Le poppe larghe e le curve del fasciame come gambe protese.

Giovani donne già femmine, già pronte ad affrontare i colpi del libeccio. L’uomo del mantello le guarda con ammirazione. Arriva un cameriere di pochi capelli e molto sole. “Un caffè nero bollente e un bicchiere di latte freddo”. Di nuovo il bianco e il nero, il gelo e il calore. Il doppio, di nuovo il doppio.
Si alternano raggi timidi e gocce grandi. L’uomo non si scompone, guarda il mare. Il cameriere salva le tovaglie.
Il vento assale all’improvviso e quasi straccia l’ombrellone. Il temporale in arrivo non disturba l’uomo che continua a guardare lontano, forse a scrutare il destino.
La barista è una donna che non resiste alle tentazioni. L’uomo con le rughe che raccontano più delle parole e lo sguardo di cielo le piace da morire, sa di maschio, è uno che non si può dimenticare. “Ben arrivato straniero, la mia locanda è a sua disposizione”. L’uomo non le dà ascolto, tira fuori dalla tasca il libro di un poeta sconosciuto.
Nel bianco delle pagine c’è una chitarra insieme alle parole. Quel poeta è un musicista, muove le corde e la voce. Una melodia di righe intense e rime. L’uomo del tabarro sembra voler fuggire da quelle parole ma quei fogli di musica gli crescono nel cuore come cresce il vento alla Marina.
Sul porto ombre e bagliori, ossessioni di un tempo mutevole che sbatte addosso e inquieta.
Nel variare improvviso dei colori, l’uomo sembra sull’orlo del congedo. Poi si ferma, il suo sguardo incontra la donna dai capelli di sole. “Come ti chiami”? “Mi chiamo Rosa, i miei fiori sbocciano a primavera”.

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