L’Editoriale – Il richiamo della costiera

– di Roberto Gianani

Estate piena. Lasciamo un po’ l’isola, rimettiamo fuori le ali e andiamo per costiere. Il gommone è bianco come una vela, i borsoni sono gonfi di costumi a fiori e t-shirt colorate. Desiderio di evasione, cuori liberi, mare liscio e vento amico.
Primo approdo a Cetara, in un piccolo porto riparato dalla tramontana. Lontano dai rumori, gusteremo una spigola all’acqua pazza, alici al succo di limone e berremo il vino bianco del fiordo di Furore.
Saremo all’attracco “spalla a spalla” con le tonnare di legno con le murate azzurre e nomi da spavento: “Ciclone”, “Tempesta”, “Uragano”. Ci faranno compagnia capitani rugosi come i corsari di Emilio Salgari. Chiacchiere lente e racconti d’avventura insieme a Totonno “pisc spada” e Mariuccio “nun o ferma nisciuno” sorseggiando rum come vecchi marinai. Fumeremo sigari di pace, ci infileremo in stradine di case bianche che, al mattino, si riempiono di lenzuola offerte al sorriso del sole.
Sul molo saluteremo i pescatori. Strette di mano di uomini che scrutano il cielo e non sanno tradire. Partiremo per Atrani portandoci dentro il cuore un ricordo di lampare e gli sguardi amici di Totonno e Mariuccio, occhi di carbone, coraggiosi e saraceni. Ci fermeremo nella piazzetta di un teatro naturale, quella del comune più piccolo d’Europa. Diventeremo comparse di un copione scritto da Alfonso Gatto, il grande poeta e scrittore salernitano dimenticato da molti. Reciteremo una commedia per pochi attori con il palcoscenico tutto di conchiglie e una platea di pescatori con le maglie blu e le mani pesanti di calli di remo e di spago di reti tirate con sudore.
Atrani si scioglierà nella cantilena della risacca come una canzone di Angela Luce tra i piccoli faraglioni di Vietri sul Mare quando anche l’ultimo gabbiano andrà a nascondersi tra le rime di una melodia appassionata e la notte porterà fantasmi e passioni.
Ci sveglieremo di buon mattino col profumo del caffè e la barba a radersi nello specchio delle rughe e delle coste non ancore sfiorate.
Ripartiremo con la bandiera del sogno sul pennone. Come pellegrini scalzi ci faremo il segno della croce all’altezza del Duomo d’Amalfi e pregheremo per tutti gli uomini di mare. Una preghiera di madonne e santini, di ritorni a casa dopo notti di pesca e processioni di ringraziamento a Santo Andrea.
Ci fermeremo a Conca dei Marini per sentire il brivido del verde che precipita in acqua più verde del mare. Nuoteremo nella Grotta dello Smeraldo, felici come guarracini, esplorando gli scogli del futuro e le sabbie del divenire. Costeggeremo Positano e berremo dal suo imbuto il profumo delle zagare e un liquore di limoncello. Strapperemo dalle mani di Teresa Lucibello, donna di barche e di coraggio, bandane a fiori blu per le nostre teste di pirati.
Faremo scalo a Nerano per fermarci ai “Quattro Passi” di Tonino e Rita Mellino classificati dal “Times” fra i primi cinquanta ristoranti del mondo. Sotto una terrazza ombrosa, paccheri di Gragnano cozze e patate e una bottiglia di Fiano con il palato che prende appunti e memorizza i sapori. Il caffè bollente ci scenderà dentro per preparare il viaggio di una sigaretta, compagna inseparabile di qualunque marinaio. Prima del sonno conteremo le stelle e ingoieremo l’aria del mare. Ripartiremo domani. Attraverseremo punta Campanella, il piccolo canale di onde corte e martirii di aliscafi stracolmi. A mezzogiorno saremo di nuovo sull’isola. Capri avrà ancora l’aria di una donna scapigliata con le occhiaie profonde di chi ha amato molto e dormito poco.
Ma sarà sempre un’emozione mettere piede a terra e abbandonarci al piacere di Capri vissuta di nuovo da vicino.

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