L’Editoriale – Il vizio del mare

– di Roberto Gianani

Il primo raggio di sole è per Raito, paese piccolo e bianco affacciato sulla baia di Vietri sul Mare. Un inchino, una dedica di oro puro, lo sventolio di una bandiera di luce che si alza nel cielo, un cielo netto e pulito come gli occhi di un bambino. La fortuna di vivere sul mare. È una giornata di dicembre di quelle che non si accendono nemmeno in paradiso. Un’alba come poche che ti inginocchia a recitare una preghiera di ringraziamento, anche se non credi, se il tuo Dio è lontano, se la vita qualche volta ti ha girato la schiena e il mondo è una risata volgare.
Volgare nel serpeggiare velenoso delle lamiere dentro le strade di città imbastardite. Volgare nelle fabbriche di lavoro nero, nel fumo delle ciminiere, nel cemento dell’abusivismo, nell’arroganza dei padroni, nell’indifferenza dei ricchi. Qui il nuovo è arrivato senza sciupare troppo, una violenza lenta e non ancora devastante.
Certo le parabole rompono la geometria dei tetti di coppo, il tondo degli archi, le fughe dei muri a secco, il biancheggiare della calce e il vecchio di qualche parete sbrecciata. Le antenne sciupano il gioco dei terrazzi, il brillio delle ceramiche, il silenzio di pergolati stretti al rosso della vite americana, lo sbadiglio di una mimosa nata prima del tempo.
Non sono bandiere, non sono rampicanti, non sono merletti.
Sono inciampi, sgambetti, suture d’acciaio a insultare il mare e le facciate delle case. Case nobili e case povere, tutte insieme aggrappate, strette, intrecciate. Matasse affacciate sull’acqua come gomitoli di cime. Sky la fa da padrona, ma nel circolo dei marinai si gioca ancora a scopone, gli sfottò, una birra, qualche maledizione e a tavola c’è sempre uno sfilatino di pane cafone e un piatto di pasta e fagioli. Scorre il vino della Costiera e non fa danni. Due ombrelloni resistono aperti all’inverno.
Raito è un sorriso di case bianche e lenzuola di bucato ad asciugare trepidanti nella luce del giorno nuovo. Palpiti affidati al filo che unisce balconi e balconi, voci, segreti, bestemmie, gioie, canzoni. Su quel filo passa la vita, passano l’amicizia, l’odio e l’amore.
Una cima, una vicinanza, l’attracco di mani unite o l’indifferenza di un vicinato fatto di ripicche, stupide invidie e piccoli “inciuci” di paese.
Sotto, il mare si muove, l’ancora resta come unghia allo scoglio. I sogni non ritornano, bisogna salvarli, trovare un approdo. Il passato è una cima, non puoi stracciarla.
Questo terrazzo è la nostra banchina. Il vizio del mare, acque lucenti, un cristallo, uno specchio dove ritrovare la faccia del proprio destino.
Di fronte, il golfo di Salerno è un abbraccio che dura fino a Punta Licosa, tremolio di luci che si spengono negli abbagli dell’alba. La città si sveglia aggrappata al mare.
La nave della Grimaldi entra nel porto vestita di bianco e di blu.
Prua austera, murate forti, fumaiolo antico. Viene da Lipari, la scia disegna una schiuma di smeraldo e profuma ancora di zagare e spaghetti al sugo dei “pachino”, quelli “del Filippino”, la trattoria con i tavolini stesi sotto la notte. A bordo il capitano ha timonato tranquillo nel buio di un inverno senza capricci di vento. Ora, nella compagnia rassicurante del rosso di due rimorchiatori, la sirena è un richiamo, un canto del buongiorno, un contagio.
Quasi una musica che anticipa di poco la manovra cadenzata della nave che saluta la cerimonia di un nuovo ormeggio. Dal terrazzo salutiamo anche noi.
Aspettiamo un amico marinaio, uno che ama le isole e lo sciacquio della risacca contro gli scogli.
Si chiama Pasquale Andaloro.
E’ nato a Milazzo, il figlio Giuseppe lavora sulle navi, è capitano di lungo corso. Lui ha portato l’acqua a Vulcano. Storia di molti anni fa, racconti di pionieri del mare che non avevano paura di nulla, nemmeno delle avventure più pericolose. Allora l’incoscienza dei trent’anni ci portava a sfidare l’impossibile. Imprese folli
che riempivano di gloria le nostre parole, quando, a cena, gli sguardi si perdevano negli occhi di una donna. Le bocche erano sempre di amarena, i seni palpitanti dentro scollature appena accennate, le mani si sfioravano e un pianista di poche speranze ci dedicava l’ultima canzone di Bruno Martino.
Cene di corteggiamenti e rose rosse con l’inverno che trovava sempre una terrazza da dove cercare il mare. Facevamo l’amore nelle camere di piccoli alberghi che ci sembravano la suite del Grand Hotel. Al mattino le lenzuola profumavano ancora dei nostri desideri mai spenti.
Il caffè di Carlo Nicotera sveglia la cantilena dei ricordi. Arriva caldo, doppio, bollente. Scende nero e invade, succhia lussurioso il marcio della nicotina delle prime sigarette. Nuvole di fumo azzurro che nulla tolgono all’aria. Le Marlboro sono amiche maledette e fedeli, cibo per polmoni ingordi e tenaci che non si arrendono ai divieti. Fumiamo liberi, ingoiamo catrame e sole. Il cielo acconsente e respira con noi soffi come aliti persi nell’infinito. C’è lo squillo del campanello, è Pasquale Andaloro. Dentro una borsa termica che ha una faccia più rugosa della sua, c’è un coppo di sarde che profumano ancora di alghe e di mare. In cantina c’è il vino che Tuan ha portato da Amalfi.
“Cala la pasta zia Assunta”, l’equipaggio ti benedice.

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