L’Editoriale – Jesce Sole

– di Roberto Gianani

Sole nero, città sciupata. Napoli è un paesaggio scuro, nemmeno Posillipo è più l’ultimo radioso lembo di luce. Una città più vicina alla musica di Gustav Mahler che non alla solarità di Salvatore Di Giacomo. Segni di stanchezza dovunque. Nella camminata malinconica di Vittorio Paliotti, nelle occhiaie di Aldo Masullo, nelle parole di Teresa Naldi. Stanchezza nei sorrisi di Giorgio Rosolino, nella delusione sofferta di Roberto De Simone, nelle rughe di Mariano Rubinacci, nelle riflessioni accorate di Mirna Doris.
Il vento di dicembre porta cartacce e promesse disattese, veleni e camorra, ricordi e nostalgie, sprechi e munnezza, proclami e progetti faraonici naufragati. L’aeroporto di Grazzanise, la nuova Bagnoli, l’Italsider. Le scintille sono diventate cenere e le idee elemosine, è una Napoli senza odori, senza suoni e colori, scialba come la faccia di Rosetta Iervolino. Città col fiato corto. Il rumore di un respiro affannoso che taglia il petto e fa male. L’enfisema di mille sigarette che sono il fumo nero di una fumatrice incallita che ha ingoiato tutto lo schifo del mondo.
Una volta, però, c’era il blues di Pino Daniele, la passeggiata lenta in Via Caracciolo, il sax di James Senese, la voce arrabbiata di Enzo Gragnaniello e il pianoforte di Renato Carosone.
C’era il Cavaliere Esposito, riccioluto e napoletano, che aveva inventato le vie del mare. C’era una barca, una volta, si chiamava Luisa. Partiva dal Molosiglio e raggiungeva Marechiaro. Attraccava a Piazza Vittoria, Mergelina, Riva Fiorita. Biglietti onesti, l’orchetrina e turisti incantati, tanti turisti. Il cielo si colorava di luci all’orizzonte e la luna si fermava sopra il grande pino che proteggeva Posillipo.
Il sole splendeva anche di notte. Napoli ci proteggeva, era una coperta blu, il ventre caldo di una donna complice, il racconto intenso di una scrittrice colta e innamorata pronta a scrivere pagine di speranza e passione. Non era una velina Napoli, era una femmina e si faceva rispettare. La faccia come il profilo di una moneta antica e quelle mani sui fianchi. Lo sguardo che entrava di petto e seni duri come scogli che sfidavano qualunque tempesta. Colta e dignitosa, barbara e saggia. E intorno a lei gente, pensieri, pittori, libri, sussulti, gesti, ritmi, luci, pensieri, voci di canzoni, frenesie, dolori e passioni, idee. Ora tutto si è allontanato, anche il desiderio di riscatto. Quella voglia di rivincita che negli anni del G7 sembrava aver portato il vento di una dignità ritrovata. Umberto Improta non c’è più e Antonio Bassolino fa un marketing di facciata. Una città di furbi, la capitale di tutti i furbi e la furbizia, si sa, non porta da nessuna parte. Una città di contrasti ingiusti e pericolosi. Le caste, le lobby, grappoli di nepotismi e baronie, familismi ricchi e borghesi, classi dirigenti arroccate. Dall’altra parte giovani emarginati e una miseria che scoperchia la rabbia e fa venir fuori un senso di abbandono e di non appartenenza sociale e civile alle istituzioni.
Città ferma. Il traffico impazza, morde, assedia. La pioggia picchia dura e rumorosa sopra una fila di lamiere bagnate e clacson saltimbanchi.
Lo scirocco tormenta, tortura come la lettera di un addio, come lo schiaffo di un padre deluso, come lo scippo vigliacco del teppista.
È una notte senza stelle. Poche anime tra le vecchie mura di Borgo Marinari. Ombre che si muovono in silenzio e si perdono verso Santa Lucia. Passa il saio di un padre francescano, vecchio e malandato. Gli arriva addosso l’indifferenza di tutti e lo sberleffo di un giovanotto vestito Dolce e Gabbana. Lontano il suono di una campana, vicino lo strillo di una motocicletta fastidiosa. Il resto di Napoli è facce che non ci piacciono, volti randagi, gatti che frugano nella spazzatura. Intorno dimore secolari oscure e malandate e il Vesuvio che guarda dall’alto la bellezza minacciata, violata, tradita.
Alle spalle della Stazione Centrale i palazzi del Centro Direzionale appaiono minacciosi, sinistri, insolenti, figli del narcisismo dell’architettura moderna. Cemento, alluminio e cristallo che adombrano vicoli e botteghe, chiese e quartieri.
Poco lontano, nelle traverse di Corso Umberto, pietre grige e strade strette che curvano all’improvviso e si perdono buie, misteriose, piene di insidie e portoni scorticati. “Zone d’ombra, gente esclusa che vive sui bordi”. Occhi cattivi, spilli. Occhi pungenti, padroni. C’è paura, ci sentiamo prede, una volta ci sentivamo liberi. Dai vicoli sagome scure, un codino bagnato di gel, il luccichio di un orecchino, l’ombra di un tatuaggio.
Sotto un lampione spento una battona color cioccolato mostra tutto, tranne un sorriso. Due moto volano verso il centro. A bordo quattro giovani, facce brutte, niente caschi, sguardi ringhiosi, sfrontati, senza pudore. Occhi di avvoltoio, il chiodo fisso soldi e successo.
All’angolo lo spacciatore vende la neve della morte e incassa i soldi da stracciare in una notte di discoteca: musica urlante, sudore promiscuo di corpi seminudi, ruscelli di vodka e la gelatina che appiccica capelli e coscienze, gli alibi e la vanità, deliri di onnipotenza e fragilità pericolose.
Si dirà, dovunque è così. Sì ma in questa città sciupata gli orizzonti sono più bui. Il profilo del domani è malinconico. Una faccia di rughe di mala educazione, di politica dilettante, di costumi corrotti, di decisioni improvvisate, di promesse tradite. La faccia sciupata di una città cui non basta il rossetto nuovo che le ha regalato Bassolino o il fard di Rosetta Iervolino, il proclama di Pisanu o il concerto del figliol prodigo Pino Daniele.
Ci vorrebbe un sole di idee pulite, una luna di pensieri d’argento, un mare di riflessioni trasparenti. Perché la Napoli vera vuole questo. Una città che non ha perso l’onore. Una città affamata di cambiamento, di voglia di allinearsi alle altre città italiane ed europee, di costruirsi un posto nella modernità come Marsiglia, Valencia, Barcellona, Dublino.
Jesce sole. È ora che la storia di Napoli ricominci.

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