L’Editoriale – La danza dei delfini

– di Roberto Gianani

Borgo Marinari è una tana di gabbiani e di vento. Il Castel dell’Ovo è un vecchio marinaio in pensione che non si rassegna alle cicatrici del tempo. Pelle di sole, rughe profonde, mille ricordi di arrembaggi e tempeste, notti di donne e battaglie. Un passato di gloria e leggende. Storie di pirati, racconti di un mare contagioso e amico. L’antica fortezza protegge la sua Napoli con l’aria severa e gli occhi ancora vigili, ancora accesi a scrutare gli umori del vento che, quando soffia tramontana, sale fino al Vomero e porta il profumo del sale in alto sulla collina dei Camaldoli. Borgo Marinari sonnecchia nel sole di luglio, un sole che assale e non perdona. Intorno un fazzoletto di vicoli aggrovigliati, piccoli gomitoli di stradine e un grappolo di case raggruppate che quasi sfiorano le banchine. Si alzano i pensieri e tornano i vecchi racconti del Circolo Savoia. Il coraggio di Pippo Dalla Vecchia, gli occhi di mare e lo sguardo spalancato sull’orizzonte, le rotte incantate di Neri Stella e Heidi Hoppe, la sua faccia da tedesca e un abbaglio di luce nei capelli. Le vele impetuose di Carlo Rolandi, capitano e gentiluomo, marinaio e poeta, cuore nobile e sentimenti di acqua chiara. Le navigazioni del Magia, la barca di Paolo e Patrizia Signorini. La prua indomita che racconta di traversate e di porti, cuori di onde e canzoni di gabbiani. Arriva forte il desiderio di mollare le cime. Facciamo cambusa nel Borgo di Santa Lucia. Sapori antichi, singhiozzi di vecchi palazzi, gambe belle di donne brune, la bancarella di Maria la fioraia. “Il linguaggio dei petali e delle cose mute” che scende nell’anima, fa compagnia, colora. Ali di rose rosse, il bianco indolente delle petunie, il giallo sgargiante delle gerbere. I pensieri volano come rondini.

Da lontano arrivano ricordi di carrozze e lustrini, le passeggiate della domenica, profumo di caffè, chiacchiere di coviglie e babà e i colori di Marcel un pittore marsigliese che aveva lo studio al Pallonetto e veniva qui a pennellare cieli azzurri e gli avvampi del sole sulla testa del Vesuvio. Il richiamo delle campane della chiesa di Santa Lucia a Mare riempie il cielo e ci riporta alla realtà. Camminiamo in compagnia di scugnizzi “appicciati di sole”, canottiere bianche, i pantaloni arrotolati al ginocchio e occhi saraceni. Spilli, lampi, sguardi furbi e il dialetto tagliente. In giro per botteghe in una Napoli assopita e indolente. La pasta di Gragnano, gli spaghetti da arrossire con gli spunzilli, i paccheri, i maltagliati e la pasta mischiata perchè a bordo Antonio Cianniello la cucinerà con gli spollichini, un giro d’aglio, straccetti di lardo e l’olio di un vecchio frantoio della Basilicata. Vino, molto vino, Frassitelli e Per’ e Palummo. Uve nobili e generose. Casa d’Ambra, cantina isolana. Coltivazioni antiche, secolari, vitigni ischitani nati nel tufo e nel sole, sui sentieri dell’Epomeo in terrazzamenti di pietre scalpellate a mano e sudore, contadini innamorati della propria terra e campi affacciati sul mare. Vino complice ed amico, bicchieri di bianco e di rosso per festeggiare la libertà, il viaggio e le navigazioni. Ci imbarchiamo, tagliamo le cime. Colpo secco alle abitudini, un borsone, un jeans, il cuore nel vento, il congedo. Le vie del mare non hanno il cinismo delle città, il sole guarisce le ferite, le stelle hanno un’altra luce e i sogni non sono mai stanchi.

Il maestrale è amico e gonfia le vele, farfalle bianche nella notte blu. Al timone Carlo Chionna, i riccioli da saraceno biondo e lo sguardo colorato di tutti gli oceani del mondo. Al suo fianco Sabina compagna di vita e emozioni. Donna fiera e generosa, gli zigomi alteri e il cuore di miele. Sotto Punta Campanella il mare ha un abbaglio d’argento improvviso scintillante. La danza dei delfini, un giro di ballo, un lampo, un ventaglio. Un brillio che esce dal mare e si rituffa nel mare. I delfini come nelle favole di nonno Bettino, come nelle notti di luna a Palmarola sulla barca del Pellicano quando la pesca era una scusa per stendersi a poppa sotto il cielo dei sogni. Sogni bambini: Salgari, Janez, i pirati, gli arrembaggi, le taverne dei porti. Locande di racconti e avventure, boccali di birra, fiammate di rhum. I dadi, le carte, nuvole di fumo, le luci basse di un abat-jour . Il pianoforte di Titti la Rossa, le canzoni di Jacques Brel, camerieri ruffiani, donne belle e scollate, sguardi di intesa, corteggiamenti di una sola notte o di una vita. Sottane, letti di onde e sospiri. Tempeste, giuramenti, bugie mentre dalla finestra l’alba entrava complice e accendeva le lenzuola. Era giovane l’amore e bruciava, bruciava come il sole, come un incendio di desiderio e di ormoni. Partivamo dopo un doppio caffè bollente, il ricordo di un profumo dentro la tasca di un jeans arrotolato, gli occhi assetati di nuovi mari e un borsone pieno di promesse mai mantenute. Sogniamo e navighiamo. Navighiamo verso sud, la costiera ci porta lo spettacolo dei sogni perduti e ritrovati. Davanti a noi la notte blu abbraccia all’improvviso un sentiero di luci, la piccola baia, il porticciolo, la riva: Praiano. “La dolcezza di vivere la vita. La vera vita, forse”. Guardiamo il cielo e siamo gabbiani. Sentiamo la musica di una pregiera di ringraziamento. La convinzione che Dio esiste e ha disegnato la Costiera.

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