L’Editoriale – La festa delle rose

– di Roberto Gianani

Cielo azzurro. Come un nastro, una sciarpa, una pergamena di seta. Una bandiera libera, senza paletti, senza confini. Un inno, una musica, una canzone: una prateria di angeli e poeti. Terra di tutti, senza padroni con la poesia che scorre come acqua dalle labbra di questo cielo. Cielo di maggio. Cielo limpido, passerella di silenzi e profumi, luci di sole e volteggi di gabbiani, sbuffi di vele bianche e tele di pittori con gli occhi pronti a imprigionare un’emozione. Occhi affacciati sullo spettacolo della primavera. Occhi curiosi che frugano, rubano lo slancio di un colore, l’ombra di un vicolo, la ruggine di una bitta, il grigio delle pietre di una chiesa.

Mani e segni che sanno raccontare i movimenti e le passioni della luce, il tremolio di un’onda sulla riva, il gioco dei gabbiani nel rosseggiare dell’alba. La pittura e il dono di illuminare il mondo.
Gli acquerelli di Salvatore Federico che disegna il blu del mare a Punta Carena e il riposo delle barche sulle banchine. Il rosso dei gerani alle finestre e il respiro bianco delle case sul porticciolo che si mescola al soffio salato del maestrale.
Apriamo gli occhi su una danza di rondini, la danza della vita in compagnia con quella di un vento leggero che entra dalle finestre aperte al sole. C’è un’aria soffice come fiore di schiuma. Sul terrazzo arriva tutto il cielo vestito di azzurro, come un immenso ventaglio di libertà. La libertà di un volo di ricordi, pensieri, emozioni. Nei sussurri del vento le rose respirano teneramente, sentieri di incantesimi colorati che salgono verso il paradiso. Il profumo invade la casa, si poggia su un libro di Coleridge, accarezza vecchie fotografie in bianco e nero, si confonde con il suono di un carillon, sfiora una poesia di Neruda, entra tra le pieghe delle lenzuola, si ferma sul modellino di una barca a vela che, nei nostri sogni di bambini, non smetterà mai di navigare.

Usciamo nella luce di una primavera finalmente convinta. La fontana della piccola piazza è una pioggia di fiori di cristallo. Intorno archi, gradini, vicoli, voci, miagolii di gatti di banchina. Odore di sale mescolato al basilico coltivato sui balconi. Il porticciolo è un fazzoletto di sole. Passi lenti di pescatori. Racconti e leggende antiche, navigazioni e approdi, fruscio di sottane e osterie di chitarre e fiaschi di vino. Le canzoni e le avventure. Facce di rughe e ricordi e gli occhi sempre aperti sulle barche e sul mare. Una voce eterna, un richiamo.
Sospiri di mare e pagine di poesia. Parole di nuove dolcezze, paesaggi incantati e risvegli di nuove emozioni. Tremiti che ci abitano il cuore, vizi che prendono i nostri vecchi anni ancora bambini e ci portano lontano ad annusare il vento di avventure impossibili. Spalanchiamo gli occhi su nuove favole, nuovi desideri di amori e rose rosse. Ci avvolgiamo dentro le vele accese sul mare per cercare l’abbraccio di un porto, il calare dolce della luna. C’è un’aria languida che accarezza la pelle come soffio di borotalco, come voce di ninna nanna, come il bacio sfiorato di una madre in una notte di sogni inquieti. La luce allaga la sera, i giardini hanno occhi di fiori, intorno il bianco delle case fugge verso la piccola chiesa. Valzer di candele, profumo di rose, il mormorio delle preghiere, la Madonna in abito di seta azzurra portata a braccia, musica lenta di campane. Processione di marinai e donne vere, quelle che ti rimboccano le coperte anche quando gli anni traballano per le vecchie ferite.

Giorni di rose, giorni di maggio. Giorni di profumi, giorni innamorati. Lettere d’amore e rondini. Torniamo a volare in un’aria incantata con una nuova forza che ci balla nel cuore. Una stupefacente malia. La malia del profumo che ha portato Bibi e Nanette in Marocco a El Kelaa M’Gouna, nella valle del Dades, la valle delle rose. 4.200 km di siepi di rose. Una città in festa sotto una pioggia di petali. Danze e cortei, la sfilata dei carri, balli di donne berbere, la musica di trombe e tamburi per onorare la festa delle rose, la festa dell’amore. Bibi e Nanette abbracciati nel profumo ardente della loro passione, una fiamma rossa come una rosa che accende la notte marocchina. Mentre il sole è ancora lontano El Kelaa M’Gouna è sveglia, sono svegli i desideri.
Tutto è movimento, luce, suoni, canzoni. Tutto profuma perché il mondo, come diceva Zolà, è in primo luogo “qualcosa che odora”. Qui l’odore diventa colore, accende il ricamo di un merletto, il capriccio di un sogno, le vibrazioni del cuore, i vestiti delle donne, i deliri dell’eros. È la vita ardente dei colori, è un polverio luminoso che accende i capelli di Nanette e li fa splendere come una fiammata sotto la luna. El Kelaa M’Gouna è un mare di rose che scorre tra profumi di sapone e acque odorose. Bibi e Nanette si fanno trascinare in questa acqua di petali.

Non ci sono più orologi, c’è solo questo tempo colorato e un instancabile desiderio di restare completamente immersi nel suo profumo. Un profumo che sale, si allarga, allaga, avvolge. È il viaggio di maggio, il viaggio dell’amore. Un filo di profumo che accende la febbre della speranza dove tutto rinasce e torna a nascere all’infinito perché il profumo è fratello del respiro.
È una vie en rose che nasce dal mare, lega le terre del Mediterraneo e stringe i nostri sogni. Apriamo gli occhi e ci perdiamo in questa luce che ci scende nel cuore.

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