L’Editoriale – Marzo e il marinaio

– di Roberto Gianani

È arrivato carico di due valigie scorticate dal viaggio. Una di luce, l’altra di buio. Le ha appoggiate su una banchina del porto. È entrato in un bar, ha ordinato un caffé corretto al cognac e l’ha bevuto d’un fiato; ha acceso una sigaretta senza filtro come Yves Montand e si è seduto su una panchina di fronte al mare.
Ha girato la schiena alla cassiera, chioma bionda, curve e una faccia di racconti e promesse. I piedi scalzi e un maglione blu di lana doppia che ha l’aria di essere molto caldo e di non far passare il fiato del maestrale. Ha sfoderato l’armonica di tasca e ha disperso nell’aria le note che più amava di De André: la Via del Campo dove anche lui cercò un sorriso al primo piano. Ha scrutato il cielo a poco a poco, in silenzio, con l’attenzione di chi se ne intende e sa da quale parte tira il vento; ma sa anche che la natura è volubile e può riservare un tiro mancino. Un marinaio, certamente un marinaio venuto da altre isole, da altre stagioni con storie eterne sul diario e il fegato arrugginito di rum. È un tipo con la faccia da canaglia, gli occhi un po’ grigi e un po’ blu e lo sguardo di traverso tra un temporale e un orizzonte di cipria rosa. Uno sguardo che racconta di noia e rabbia, curiosità e avventura. Un marinaio che corre dietro alle nuvole e cerca di spaventarle. Uno in fuga dall’inverno perché soffre il freddo e gli si ghiaccia il cuore. Non ama i camini perché la fiamma gli ricorda i troppi amori usati, buttati lì, finiti in cenere. È marzo che insegue il sole e inciampa su marciapiedi che sanno ancora di umido e di pioggia. Uno che cade e si rialza con i pantaloni scuciti e una canzone in tasca pronto ad accennare il motivo di un vecchio ritornello: “la faccia del mondo è bianca e nera e la vita ondeggia tra le corde di un’altalena”. Antica canzone di alti e bassi, silenzi e rumori, con carezze di violino e strilli di sax. Sorrisi e lamenti dentro un concerto che da sempre è lo stesso, con gli uomini a fare i clown e il tempo a dirigere l’orchestra. Un tempo fatto di paura e coraggio, prigionieri e libertà negate, ricchi e poveri, vincitori e vinti. Un tempo troppo veloce per scendere da un treno in corsa, da una delusione, da una lacrima, da un’attesa.
È arrivato marzo e il mondo ancora una volta si divide in due: bianco e nero, buoni e cattivi. Ombrelli e capricci di vento. Il sole lancia sassi di miele, la pioggia gioca con la malinconia. Paradiso e inferno, gioia e dolore. Natività e lutti, compleanni e funerali, candele di luce e veli di pianto. Marzo che racconta verità e bugie. I chiaroscuri, l’alternanza, il compromesso. Inafferrabile, contraddittorio, mutevole, umorale, spirito e materia. Incoerente, irrazionale, imprevedibile. Insicuro e instabile, sensuale e romantico. Camaleonte e creativo, protettivo e incostante, misterioso e indefinibile, sfuggente e enigmatico. Un marinaio dalla faccia spavalda, lo sguardo irrequieto e una testa di riccioli neri come nuvole di un inverno che non vuole passare. Occhi blu come cieli di primavera e una t-shirt con disegnato il grande sole della vita. Marzo ama entrambi, il temporale e il sole e li ama di due amori che nulla tolgono l’uno all’altro. “Assaggia il vento” come canta Roberto Vecchioni. Marzo è un bambino perso sulle scale come Bruno Lauzi. Malinconico e seduttore, il pianoforte di Chopin e il fascino di Gianni Agnelli. Geniale e musicista, Einstein e Lucio Dalla. La bellezza assoluta di Elisabeth Taylor e la femminilità carnale di Anna Magnani. Il mese delle eclissi e delle galassie del leone. Il mercoledì delle ceneri, la quaresima, la festa della donna e le processioni di San Giuseppe.
Pozzanghere e bagliori, marzo è un marinaio che si diverte a fare il gradasso a dorso nudo e la sera si infila dentro un maglione per ripararsi dal freddo. Un navigante dalla doppia personalità, come molti di noi. Uno che non si accontenta mai e dalla vita cerca il rosso e il nero, le certezze e l’azzardo, la famiglia e l’inganno, l’amore e il tradimento, la fedeltà e la pugnalata velenosa. Lo schiaffo della pioggia, la carezza di un sole appassionato. Marzo uno come noi dominato dall’altalena degli eventi, in balia degli umori del vento, incapace di timonare la vita. Uno come Vittorio Gasmann, il contagio del successo e il pianto inarrestabile della solitudine. Le luci del teatro e la crudeltà dello specchio. L’applauso e la disperazione di una camera d’albergo quando tutti, altrove nel mondo, hanno una fiamma e la tua unica luce, invece, è quella di un televisore o il galleggiare giallastro di un whisky in un bicchiere. L’etichetta alcool a 45 gradi al posto di una lettera d’amore. I copioni perdono i fogli, i sentimenti smarriscono le pagine importanti e volano come uno stormo di corvi. Neri e lucidi come la pioggia di marzo quando diventa cattiva, frusta anche le ultime illusioni e la luna è una donna lontana con la quale non sei più abituato a parlare. Ombre della ribalta come per Marlon Brando.
La vita e l’altra faccia del destino, il successo e i marciapiedi dove l’unico rumore è quello dei tuoi passi. Lo sguardo tenebroso che conquistava senza nemmeno il suono della parola e un quintale di chili che non si reggevano più in piedi, abbandonati come un sacco di immondizia dentro un cassonetto all’angolo di una banchina senza nome, senza storia né memoria. Il fronte di un porto nell’oblio. Alti e bassi come Maria Callas. La voce che tutto conquistava senza nemmeno vibrare e poi, all’improvviso, il precipizio di un burrone senza più nemmeno una cima alla quale attraccare la disperazione. Era di marzo. Aristotele Onassis in doppio petto con i bottoni d’oro e la faccia del cafone senza rimedio: le scorticò la vita e la voce, la rese una rondine senza ali, le tagliò le corde della musica, la uccise. Marzo è così, ti illude e ti tradisce. Tranelli, inganni, il bene e il male, il sogno e la realtà. Violini malinconici e gonne rosse di flamenco. Segno doppio, fuochi d’artificio e i passi lenti della noia. Marzo mese vero. Insicuro e avventuroso. Acqua e vento. Luci di fulmini e mimose.
Come la vita che non è la certezza di una polizza assicurativa, non è il conto in banca: è la precarietà di un percorso che non sappiamo quanto durerà; è il rischio di doversi confrontare con il domani, è il mistero di non sapere. Di scoprire se il vento porterà il polline di un fiore o il sale dell’amarezza, il sole delle ginestre o l’acciaio di una coltellata. Ti amiamo marzo perché sei diverso, perché vai per la tua strada. Sei come la pittura di Van Gogh che accarezza e graffia, provoca e intenerisce; una tela di colori altalenanti tra la gioia e il dolore. Ti lasciamo così, a cavallo tra l’ultimo inverno e le rondini di una nuova primavera. Un meticcio con la pelle mezza bianca e mezza colorata, gli occhi cinesi e gli zigomi saraceni, le gambe sottili di una marionetta e il tronco forte di un africano. Un mese globale, forse quello che più rappresenta il mondo variegato che verrà.

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *