L’Editoriale – Mediterraneo

– di Roberto Gianani

Sui nostri passaporti scoloriti, alla voce “nazionalità” vorremmo ci fosse scritto in stampatello Mar Mediterraneo.
Lo guardiamo e non ci stanchiamo mai. Lo guardiamo sempre il Mediterraneo – dalla nostra terrazza, consolati dal profumo del gelsomino in fiore. Adesso poi, che l’estate è diventata incandescente e troppe scie rombanti ne oltraggiano l’azzurro, dobbiamo metterci in una certa posizione: con quei due alberi d’olivo che ci nascondano allo sguardo l’arroganza di chi va per mare senza sapere cos’è il mare. Questo mare.
E ci vengono pensieri ed illazioni: che un Paese esiste al mondo ed è fatto non di terra ma di mare. Un Paese di storia millenaria, d’identità senza digressioni e, quale che sia, un destino solo. È quasi sera e abbiamo laggiù il mare di Anacapri ma potrebbe essere quello del Salento o della Gallura luminosa, non importa: importa solo che abbiamo il Mediterraneo dentro gli occhi. Cerchiamo di immaginare il suo contorno immenso che è disegnato dalle sponde di diciannove nazioni. Sono tante, certo. Ma questo mare ci dice sottovoce di essere uno solo, senza alcun confine.
È la sua intima natura che lo proclama e lo grida al vento da diecimila anni. Nel bagliore illusorio d’agosto questa è una verità che non si può dimenticare né ignorare.
Al diavolo i bikini che ottundono la mente: intorno a quei minuscoli triangoli di Lycra c’è il Mediterraneo, questa grandiosa sensuale apparizione. Oggi sembra piccolo: lo sorvoliamo in jumbo in tre ore o poco più ma prima, fin dalle navigazioni omeriche, il Mediterraneo – questo mare che abbiamo il privilegio di avere davanti a casa – era per tutti noi l’esatta idea dell’infinito.

Non lo riduciamo al teatrino delle appariscenze di agosto. Arrossirebbe di vergogna mutando il blu cobalto in un colore indefinito e torbido. In queste sere di rondini d’estate, se guardiamo un po’ lontano oltre il cabotaggio piccolo di chi ha dimenticato davvero cos’è il mare, quante scie di navi si ammirano dall’alto, tuttavia: dai portacontainer che forse vengono da Suez, ai cargo fatiscenti che traghettano più illusioni che speranze, fin alle smaltate e moquettate navi da crociera. Variegati e opposti mondi che non parlano tra loro. Naviganti che hanno perso l’alfabeto che invece il mare aveva scritto. Eppure, il Mediterraneo quando lo studiavamo a scuola era una parola che voleva dire Civiltà. Che voleva dire scambio e comunicazione. E pensiamo alle testimonianze ancora vive dei suoi giorni più lontani: c’è la Roma antica in Libia, gli arabi in Sicilia, l’Islam nella Turchia, e in Sardegna i fenici e la preistoria. Il Mediterraneo contemplava ed esaltava la diversità degli uomini. E ci ricordiamo bene quanto esso fosse il mare eletto delle divinità. Il Mediterraneo, prima ancora di essere un’area azzurra negli atlanti della geografia, è stato per noi uno stato d’animo; inscindibile dall’uomo, dai suoi drammi e dai suoi sogni. Lo scrittore franco-algerino Albert Camus parlava di umanesimo mediterraneo: c’era qualcosa che univa misteriosamente chi abitava sull’Egeo e chi sulle coste provenzali. Era una tensione di fondale, una specie di corrente tesa tra l’est e l’ovest: tra l’orientale Istambul ed il far west di Gibilterra. E nel corso dei fatti, degli eventi e delle migrazioni, c’erano le sue onde ripide che sono nient’altro che la sua drammaturgia. Flutti di mille voci sconosciute e celebri. Anche le nostre tutte. Perché no? Però, quanti scenari controversi sono contenuti in questo mare quasi chiuso: la sua policromia di umori é davvero una follia. Dalle spiagge lunghe e bianche della Tunisia, alle falesie nere della Grecia dei Vulcani; dalle case di calce di Sciacca e Filicudi, allo sfarzo dei fronte mare di Venezia. Nel suo saggio sul Mediterraneo, lo scrittore Predag Matvejevic, ha scritto la sua lucida e dolente verità: “La retorica mediterranea è servita alla democrazia e alla demagogia, alla libertà e alla tirannide”.

Le condividiamo perché è vero che al di là del sole, degli aranci e del blu intenso, il Mediterraneo offre alibi a ideali equivocabili ed ambigui. In suo nome si sprecano concetti illuminati di antropologia contemporanea e di storica fratellanza, che infine esistono soltanto sulla carta. Il Mediterraneo vero la cui voce “ubriacava” Umberto Saba; quello evocato da Goethe e dai viaggiatori dell’Europa nordica e quello insabbiato sul fondo delle nostre anime, è sospeso. Soprattutto oggi nel distratto e troppo rumoroso vortice di agosto. Ma noi sentiamo che é in fremente attesa di un riscatto; che aspetta di tornare ad essere la corrente di emozioni e l’onda lunga della conoscenza. Il Mediterraneo come crocevia di soluzioni può essere un’idea felice: basta che non s’impieghi un secolo a capirlo. Non vogliamo perdere le scie della sua incontenibile memoria e poi stringerla al cuore, prima che sia troppo tardi. Un secolo è lungo: è il tempo che serve affinché il bacino del Mediterraneo possa ricambiare tutta la sua acqua. Vorremmo vederlo molto prima il nostro Mediterraneo guarito dalla mucillagine dell’avidità degli uomini. Vederlo rispettato, amato come fosse madre di ciascuno. Accudito come un figlio, la cui vita futura è anche la nostra.

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