L’Editoriale – Ombrelli e mimose

– di Roberto Gianani

“Marzo: nu poco chiove e n’ato ppoco stracqua: torna a chiovere, schiove, ride ‘o sole cu ll’acqua.”. Così scriveva Salvatore Di Giacomo.
Marzo di ombrelli e di viole, di impermeabili e narcisi. Marzo mese di mezzo che porta acqua e sole, serpentine di fulmine e martelli di tuono. Sulle banchine lamenti di gatte in calore e solitudine di cani senza padrone. Isole e costiere si sfilacciano in stradine semivuote, a metà tra una stagione che scrive la parola fine e i germogli del glicine che dicono ricominciamo. Vicoletti al riparo, panchine esposte a raggi d’oro puro o a zampate d’acqua irriverente. Le taverne sono ancora chiuse e l’unico odore è quello del mare.
La vela di Paolo Signorini naviga sola a Punta Carena. Per lui il vecchio faro è un amico di confidenze e sogni d’amore. Omar Sharif è partito con i suoi occhi di tempesta e le mani lunghe da giocatore. Marina Grande è un porto di pochi rumori. Urla solo il vento e abbaiano i cani.
Fiona Swarovsky è bella anche di marzo abbracciata ad un fascio di mimose. La sua chioma di rame balla nel maestrale.
Passi lenti nel dondolìo del tempo: Peppe Di Donna porta in giro il suo viso da antico romano. Lo sguardo fiero sopra il Fay rosso e i pantaloni di velluto color sabbia. Antonio D’Amato cammina con la corona sotto il braccio dentro, un’aria mesta da ex re della Confindustria.
Il sole va e viene, gli amori vanno e vengono, i sogni non escono dal cassetto. L’euro fa traballare gli stipendi. Silvio Berlusconi se ne va a testa alta dentro la sua faccia di nuova primavera. La funicolare ingoia migliaia di turisti che si ritrovano in una Piazzetta non ancora pronta. Il trucco spento e il sorriso livido di vento. I tedeschi sono anime a metà: tra una t-shirt ed un maglione, tra una pizza “Da Gemma” e bottiglie di birra scolate di canti e malinconie. Le giapponesi sono farfalle color limone, le rumene falene in tacco a spillo. Caldo di giorno, brividi di sera quando il cielo s’incupisce e la pioggia suona dentro le grondaie.
Marzo che ci sei e non ci sei come il marinaio quando il vento tace e le vele sono bandiere spente. Marzo che sei un po’ di qua, un po’ di là con l’equipaggio che vorrebbe sottocoperta notti di sottane mentre il mare un po’ muove l’onda dell’amore e un po’ chiude gli occhi e stira gli ormeggi. Marzo di costiere sonnecchianti e rive in attesa dello sbattere dei remi, marzo di inquietudini e malìe . Gonne mosse dal maestrale e denti bianchi di pescatori pronti ad azzannare il mare. Marzo che sei un mese di mezzo, non più inverno e appena primavera. Mese di confine, mezzo delfino e mezzo sirena dentro un porto di scogli senza una luna piena.
Buongiorno marzo, trentuno giorni e nemmeno lo scintillìo di una spigola, gli occhi cerchiati di occhiaie di una cernia, il palpitare di un polipo verace o la luce di una lampara che accende il guizzo di un totano che schizza inchiostro nero.
Marzo chi sei? Una colonna gialla di cinesi o una carovana di pensionati del Lago Maggiore, lo zainetto e gli spaghetti ben cucinati da Gigetto “Alle Arcate”. Marzo di pioggia che non sempre si dichiara e di sole che non brucia gli amori. Marzo che ci neghi il nero delle rondini e l’acqua chiara sotto l’azzurro della grotta quando, da giugno, la barchetta di Costanzo ‘o pizzaiolo è felicità e qualunque speranza prende la propria strada.
Marzo chi sei? Un signore con la scazzetta e l’ombrello per ripararsi dalle sorprese. Un ragioniere dagli occhi vispi che fa bene i suoi conti: tanti litri di pioggia, tanti chili di sole.
Marzo mese di mezzo. Né carne né pesce, né cane né gatto. Marzo che somigli a tutti e a nessuno. Marzo che non sei il technicolor e nemmeno il bianco e nero. Marzo chi sei? Forse un po’ sei come noi. Un po’ onda e un po’ deriva, un po’ futuro e un po’ rimpianto. Un po’ amore e un po’ paura.
Chiove e schiara o’ sole. Vott’acqua comm’a ‘na funtana. Poi, ogni tant’, esce a luce ro’ Signore.

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