L’Editoriale – Onda su onda

– di Roberto Gianani

“Dobbiamo tornare sul mare, solitari sotto il cielo, e chiediamo solo un’altra nave e una stella per guidarla, colpi di timone, canti di vento, sbuffi della vela bianca”.
Mare e caraffe di vino bianco, tintinnio di calici. Si alzano i bicchieri, stelle filanti, riccioli bianchi, brindisi di schiuma. È festa grande, viva l’Isola, viva il mare. I compleanni si festeggiano, scorre il vino e mette allegria. Viva il mare di tutte le stagioni e di tutte le bandiere. L’orchestra di Lello Pugliese suona “onda su onda”, la canzone di Bruno Lauzi, l’inno di tutti i marinai.
Una musica che accompagna i naviganti lungo le rotte di una vita che ricomincia sulle onde dell’eternità. Il poeta genovese ci guarda dal suo paradiso di rime e chitarre, la sua canzone è una benedizione. Un marinaio vero, un uomo controcorrente.

Piccolo uomo, coraggioso gigante, un combattente prima di essere un immenso musicista e cantautore. Gli diciamo grazie per quella canzone, gli diciamo grazie perché ci ha lasciato il ricordo del mare. Lauzi navigava controcorrente, troppo intelligente per il solito barcone delle banalità, troppo colto per colpi di remo scontati, troppo sensibile e raffinato per le rotte degli effetti speciali e i motivetti acchiappa consensi. Arrivava piccolo con la cultura grande, il sorriso malizioso e una testa di riccioli bianchi.
Un poeta di fiori di luna e onde lunghe come il gomitolo della vita. Un uomo che ha insegnato tanto, che ha dato tanto con quell’aria da nessuno e un cuore da gigante. Lui se ne fotteva dello star-system e entrava di petto con la sua ironia che era conoscenza del mondo, era saggezza.

Cantava “un ufficio in riva al mare” con le conchiglie sulla scrivania e un libro di Conrad poggiato sul bracciolo di una vecchia poltrona. Uomo di navigazioni e malinconie, rime mai melenze e una chitarra che partiva dal jazz e arrivava a scorticarti l’anima. Un po’ ruvido, un po’ velenoso, con la capacità di raccontare la vita vera come pochi e bagnarla di ironia. Mai un inchino al potere, mai una preghiera di raccomandazione.
Uno dei pochi, lo amavano anche per questo. Perché non si vendeva e il suo metro e sessanta diventava una montagna di roccia dura, incorruttibile. In un mondo becero, che ama i belli lui ci piaceva perché combatteva.
Con la musica e le idee, con la cultura e l’ironia.

Un poeta, uno chansonnier con quella faccia da straniero e le corde della chitarra a stuzzicare il destino. Lauzi cantava “Ritornerai” e ritornerà come la risacca sulla riva, come un aquilone nelle mani di un bambino, come un colombo viaggiatore dopo aver consegnato una lettera d’amore. Come un uccello migratore che porta nel becco un ramoscello di rime d’autore e un canto pronto a raccontare la storia del cielo e del sole, della luna e del mare. Storie di marinai con gli occhi a imprigionare il tremolio di una stella.
Era partito con noi dell’Isola sei anni fa Brunetto, come lo chiamavamo noi dell’equipaggio.
La sua chitarra ci faceva compagnia, ora ci manca, gli uomini veri ci mancano. I musicisti veri ci mancano, specie quelli che hanno suonato jazz nelle cantine dei porti a all’alba salutavano il sole insieme al miagolio di un gatto di banchina. La nostalgia non è malattia e gli amici valorosi, i poeti vanno ricordati.
Anche i compleanni vanno ricordati. Mare e caraffe di vino bianco. In smoking blu i delfini corteggiano le sirene, i gabbiani tagliano il cielo in una pioggia di coriandoli azzurri. Azzurri come un fondale, come gli spazi della libertà, come il nastro di un figlio appena nato.

L’Isola festeggia le sue navigazioni.
Siamo partiti nell’aprile di sei anni fa. Nel porto dei nostri sogni, il mare era un contagio, nei nostri cuori il suo rumore aveva “il suono di un campanello che chiama”.
Abbiamo aperto le vele al vento e siamo partiti. La luce cresceva, un’aria di sale ci accarezzava la pelle come un balsamo, come la medicina per qualunque dolore. Alle nostre spalle, ormai lontana dalla scia delle nostre emozioni, la noia di tutti i giorni, giorni troppo uguali, inutili, pieni di cerimoniali lagnosi.
“Dobbiamo tornare al mare, perché la chiamata della marea irruente è una chiara, selvaggia chiamata impetuosa, e noi chiediamo soltanto un giorno di vento con volanti nuvole bianche, piena di spruzzi e di spuma e di strillanti gabbiani”.

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