L’Editoriale – Parata di stelle

– di Roberto Gianani

Sul terrazzo del Lido del Faro arrivano gli ultimi respiri del giorno. Il mare gioca con una brezza leggera che si allontana lasciando un ventaglio di goccioline salate. I gabbiani stendono le loro vele e scompaiono verso Punta Tragara. Il silenzio del tramonto si infila in un teatro di scogli, poi viaggia veloce verso Ischia addormentata all’orizzonte. Nello d’Esposito ci prepara un padellone di alici fritte da mangiare con le mani. Succhiamo dita unte di olio, bagnate di limone, saporite di sale. Il fiasco di bianco dura poco, scende veloce e crea allegria. Arriva un vassoio di bicchierini a tulipano. Le bottiglie di grappa Iacopo Poli versano un distillato delle colline di Marostica. Grappe di vinacce fresche e cento anni di esperienza. Brucia l’alcool, germoglia la voglia di cantare.
Lello Pugliese trova lo spartito di una vecchia canzone di Sergio Endrigo, La Rosa Bianca. Rose di maggio, pagine di cielo, panchine di stelle. Ci sono momenti nella vita che vorresti stringere gli amici e fermarti a vivere con loro. Bloccare le parole sulla riva e restare con gli occhi, tutti insieme, ad aspettare la luna. Canta Lello Pugliese e la musica va. La voce graffia e scava nei ricordi. Srotola il tempo, ricama giri di do che si intrecciano ai rampicanti, traccia un percorso di note su pareti spruzzate di bianco. La chitarra è una compagna di storie e sentimenti. Sguardi di intesa, mani che si cercano nel buio. In alto, sulla collina, il verde degli ulivi è diventato un luccichio. La sera è una grandinata di musiche e canzoni. Riccardo e Bruna Federico si riparano dentro un languido slow. Come una volta, come ai tempi della scuola. Una coppia clandestina accende la miccia e si punta gli occhi addosso. Uno scambio di sguardi che sono lame di fuoco. Un invito, una tentazione, il rifugio dietro una cabina. Mille malie, fremiti irresistibili, ingovernabili. Arrivano miagolii che un po’ ci fanno invidia. Il passato, rumori di anni perduti, carezze perse nella routine dei nostri gesti troppo misurati. Amori da raccontare o sussurrare che scivolano sulla riva.
Sul mare di notte c’è una calma che tranquillizza anche l’ansia del domani, l’angoscia di non sapere, la paura di essere inadeguati, il timore di perdere gli anelli della vita. Una bianca, luminosissima nuvola fa corona intorno alla vetta del Solaro. C’è una pace di stelle che entra nei cuori e inventa una preghiera. Ci inginocchiamo e ringraziamo il mare. Una preghiera di conchiglie, un rosario di piccoli ciottoli legati da fili di alghe, una litania di respiri e silenzi dentro una luce sonnambula che tenta ed avvolge, immalinconisce e zittisce. Una pace dell’anima che ci impedisce di parlare. Un teatro immobile, vecchio come le mani di un pittore con le dita ferme, incapace di dipingere. Perché, ormai, tutto è dipinto, tutto è segnato, tutto è già stato colorato: il cielo, le stelle, il mare con le barche rovesciate su un fianco e il porticciolo attraversato dal miagolio di un gatto vagabondo. Un lampione, una panchina solitaria, il riposo di un pescatore notturno. Un paesaggio assopito nella malinconia della notte che si addormenta senza quasi respirare. Un silenzio da ascoltare, profondo e blu come un’ortensia, come la seta di una sottana, come lo sguardo di un marinaio dentro una taverna di anni vagabondi e leggende.
Notti di maggio quando il profumo delle rose ti entra nelle narici e chiede solo una preghiera di ringraziamento. L’aria tiepida della sera riscalda rimpianti e peccati. Bugie, fioretti, promesse non mantenute, voti, atti di fede. Le chiese si riempiono. La cantilena dei rosari, il candore dei gigli. Preghiere e pentimenti. Confessioni e candele. Veli neri, inginocchiatoi, altari alla Vergine, offerte, giuramenti. Rose bianche e musica sacra. L’organo di Don Vincenzo de Gregorio cura l’anima e le tentazioni. Dalle finestre del cielo, le stelle sono fazzoletti bianchi che sembrano tremare nel vento. Un percorso di luci come una processione che si stende nelle stradine che odorano di antico. Una briciola di paese che prega nella notte del patrono San Costanzo. Soffi di pensieri, intrecci di luci, contorni di cielo che incorniciano il porto di Marina Grande. Il Santo portato a spalla, la processione scende verso il mare come un gomitolo di velo bianco che si gonfia e respira. Orme di fede, passi lenti di uomini curvi, piedi giovani e scalzi, occhi di bambini, gonne nere di donne silenziose, l’andare sommesso delle suore, la mestizia delle vedove. Mani giunte, lacrime che scorrono come litanie, granelli di commozione che scendono verso le banchine. Negli occhi di don Franco De Pasquale si addensano sentimenti di speranza e misericordia. Ave Maria.
La processione si scioglie. L’isola torna alla vita normale di un maggio di roselline bianche e voglia di mare. Il desiderio di contemplare il tempo, ricordare, assaporare il brillio di una emozione. A Marina Piccola c’è una spiaggia di sassi, riparata, nascosta quasi segreta. Il pergolato di Gioia, il ristorantino sull’acqua.
Nell’ultimo tavolo d’angolo Beppe D’Ercole e Corinne Clery prendono in giro i ricordi e le rughe dell’età. Ma le mani si cercano, si stringono e la candela ha una luce d’argento che crea ombra generose. C’è un soffio di voce. Augusto Mauro canta: “non arrossire, quando ti guardo…”.
Si può anche ballare, si può anche morire. Nel mare di notte, con i piedi nudi sulla riva, anche una musica antica può diventare l’abbraccio di una vita.

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