L’Editoriale – Quelle notti ischitane

– di Roberto Gianani

Il ricordo delle notti ischitane è quello che più di tutti, ogni tanto, come candela lucente, accende le nostre memorie. Quelle notti arrivavano dopo gli esami universitari di metà luglio. A Mezzocannone, i portoni si chiudevano, per i prossimi impegni se ne parlava a novembre.
Via del Rettifilo si squagliava nel sole. Intorno, i vicoli erano lingue di aliti caldi che sapevano di caponate di pomodoro, basilico e freselle. Il bar Van Bol e Feste, quello frequentato una volta da Ferdinando Russo e dal poeta Chiurazzi, era un pentolone di caffé, cornetti alla crema, biscotti all’amarena e cappuccini con la schiuma bianca innaffiata da una pioggia di cacao. Una piccola festa per celebrare l’arrivederci agli esami e poi via, di corsa, per una missione indispensabile e speciale. Libri usati da vendere a Port’Alba. Servivano i soldi per il mare, per una chitarra, per il fumo di un night. Servivano i soldi per accendere le stelle di un amore, per andare al ristorante e far finta di essere un play boy. I testi universitari, spesso, non ci appassionavano, le donne sempre. Eravamo studenti e sognatori. Il mare era l’acqua dei nostri cuori, Ischia l’isola delle nostre avventure.
Partivamo da Pozzuoli con un traghetto bianco e sgangherato. In valigia, bermuda a fiori, i coccodrilli della Chemise La Coste, le t-shirt Fruit of the Loom e un cambio di jeans Wrangler. In tasca una mazzetta piccola, piccolissima di carte da diecimila lire. Larghe e rosse, una lussuria per meritarsi una pizza, una caraffa di vino, una canzone. Lo spinello era inutile perché eravamo gasati di proprio, ubriachi di ormoni e arrapati da sempre. Fra di noi, rampolli di nobili famiglie napoletane e figli di valorosi operai. Tutti insieme sotto lo stesso cielo a consumare notti senza prigioni. Non c’erano sbarre, non esistevano barriere. A Ischia la vita era una musica e noi la ballavamo a piedi nudi sopra spiagge di conchiglie e emozioni. Suonavamo chitarre di taverna e melodie di luci notturne.
Eravamo vagabondi della sera. Il viaggio attraversava passioni finite dopo un giorno, lacrime di stelle, paradisi di vino bianco gelato, amori eterni. Avevamo il sole negli occhi anche di notte, le donne erano fate vestite di lino bianco, la vita la mangiavamo a morsi senza buttare niente e le ore non bastavano mai. I cuori si baciavano, il cielo pescava le stelle, un gabbiano bloccava il tempo e lo imprigionava sulla riva di Forio. Dentro un concerto di chitarre, i sentimenti diventavano sogni, scorreva la musica e arrivava fino al mare. Il pianoforte di Vito Coltella sospirava tenero e appassionato. La sua voce raccontava canzoni incantate che parlavano di amori perduti e promesse sciupate. Respiravamo un’aria di sale che sapeva di libertà e di desiderio di baciare la bocca di una donna. I corpi si sfioravano, sussurravano le parole. Le labbra assaggiavano il gusto dell’amore. Sopra di noi, un soffitto di stelle scandalose, eccitanti, disponibili a qualunque complicità, a qualunque intrigo malizioso. Bocche appoggiate sul collo di donne quasi convinte, quasi conquistate. C’era la luna e le promesse erano conchiglie. Portavano l’eco di una canzone, il suono di un giuramento celebrato con l’acqua del mare. Canzoni per un primo bacio, per un appuntamento meritato a fatica.
C’era una piccola casa lì, sulla riva destra del porto, proprio accanto al Barraccio di Tonino Baiocco. La finestra era così stretta che gettava gli occhi appena su uno spicchio di barche, un poco di prua e solo un fazzoletto di vela bianca. Dentro la casa, facevamo l’amore sopra un letto mai rifatto con le lenzuola che profumavano della nostra gioventù e avevano le pieghe stropicciate come le nostre facce. Il sole ci svegliava quando era già alto. I capelli sparsi sul cuscino, bocche di nuovo ansiose ad aspettare un caffè, se proprio Ciro il cameriere ci voleva bene e si ricordava di noi.
Ischia era mare, amore e musica. In quegli anni Romano Mussolini viveva a Casamicciola, in una casa di pergolati e di jazz, spartiti di Duke Ellington e note di pianoforte. Ugo Calise lo accompagnava alla chitarra. Angelo Rizzoli, Schubert, Alida Valli, Carlo Croccolo e Carla Del Poggio ascoltavano incantati. A Ischia Ponte, il cavalletto di Mario Mazzella era quasi appoggiato sull’acqua.
Pittore di barche e di donne, curve e colori. Poppe larghe e fasciame blu, femmine matrone e bucati bianchi. Pietro Blasi aveva una faccia di lentiggini dorate e lo sguardo da pirata. Il suo barcone navigava tra Palmarola e Ischia. Imbarcava onde, coralli e donne meravigliose. Al timone, Gianfredo Puca era un marinaio in lino bianco, piu bello di Alain Delon, irresistibile e fascinoso. Sbarcavano a notte alta nel porticciolo di Sant’Angelo. Il solito tavolo dal “Pescatore”, lo spaghettino alle vongole, ruscelli di vino bianco e la voce di Fred Bongusto che era “docedoce”.
Dall’altra parte dell’isola, verso Punta Molino, Pisolo De Gaudio non aveva ancora incontrato Tania e si divideva tra poker eterni e languidi slow al Rancio Fellone, il night di ricami candidi disegnato dall’architetto Sandro Petti. Qui, quasi in riva al mare, la chioma bianca di Mario Perrone brillava più della luna. Il pianoforte a coda e, ai suoi piedi, tutte le notti May Way, una cagnetta color latte e caffè che lo ha accompagnato per una vita. Cantava Mario Perrone e la sua voce era un contagio. Ad ascoltarlo signore in abito da sera e le facce incantate di Mina, Domenico Modugno, Peppino di Capri e Don Marino Barreto. Un whisky e una canzone. Il tempo ci dondolava, lento e indolente, fino all’arrivo del suo ultimo brano: “That’s life”.
La vita allora era così e sorrideva di più. Eravamo felici anche quando il sole si nascondeva, quando la pioggia faceva luccicare gli ombrelloni e il vento ballare le nuvole. Felici anche se il mare si increspava, se una bufera ci impediva di navigare, se una donna ci voltava la schiena. Da allora, i nostri orologi hanno accelerato i ritmi e il tempo morde il cuore e la gola. Ma, ogni tanto, in qualunque angolo della nostra vita, quando un artista di strada accenna ” ‘na voce, ‘na chitarra e ‘o poco ‘e luna”, una musica senza età ci riporta il ricordo di quelle notti ischitane.

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