L’Editoriale – Ricordi di Costiera

– di Roberto Gianani

C’è un profumo di gelsomini che invade le narici e mette dentro l’anima un sentimento di languore che allaga i corpi e fa intenerire. Un profumo che senti sulla pelle, nei capelli, negli occhi e ci fa ribellare alla quotidianità. Voglia di partire, abbandonare l’orologio sulle rive del tempo, tracciare la rotta di un capriccio, di una donna nuova, di un respiro che non sia quello di sempre. Arrivederci alle scrivanie, alla routine, alla responsabilità di un budget, ai percorsi di una vita sempre uguale, alle urla di città indiavolate. Siamo scesi nel sole della costiera per comprare fiori, emozioni, sogni e un borsone di t-shirt colorate. Magliette sorridenti per vestirci sopra pantaloni arrotolati. Cinque chilometri da Vietri e siamo a Cetara. Alle nostre spalle le ceramiche di Romolo Apicella, la spiaggetta della Crestarella e un serpente di curve che attraversa un teatro di limoni. Il borgo è bianco e sa di alici e di sale. Viuzze, pergolati, botteghe. L’odore del pane, banchi di tonno e pesce spada. Collane rosse di spunzilli, ricami di gerani e petunie e un’insegna d’altri tempi: Salone.
Carluccio Liguori è un barbiere di qualità. Usciamo con facce di velluto e profumo di Proraso. Il Campanile della chiesa di San Pietro è un graffio bianco nel cielo. La processione del Patrono scende lenta verso la Marina.
Il porto è un rifugio, una difesa, un riparo per pescherecci, tonnare e marinai. Gente di avventura. Sul corpo i segni di una vita esposta alle tempeste, rughe che parlano di rocce e di vento. Voci, nasse, cime, reti. La flotta uscirà all’imbrunire, rotta verso la Calabria. Totonno Uragano darà il richiamo e sarà un grido di mare e destino. Torneranno dopo giorni e giorni. Le donne ad aspettare. Una preghiera, l’inquietudine, l’ansia, l’emozione dell’attesa. La cena del ritorno, il vino e l’amore. La nostra barca è attraccata alla banchina piccola.
Un vecchio gozzo di molto mare e molte donne che ha conosciuto il luccichio delle lampare e i colpi dell’amore. Fasciame scolpito da mani d’artista e un tendalino abbrustolito dal sole. Franceschiello molla la cima, navighiamo per costiere nella brezza di giugno. È arrivato, è il mese dei colori. Giugno portato dalla tela di un pittore, dai racconti di Alfonso Gatto. Un paesaggio di case bianche, il rosa di un orizzonte, il rumore di una prua che taglia l’onda, lo sciacquio di una scia che traccia il segno di un vecchio diesel brontolone. Una sciarpa bianca che sembra il velo di una sposa. Siamo partiti a caccia di sole. Ognuno con il proprio viaggio, con un amore perduto, con il riflesso di un ricordo, con il desiderio di un nuovo incontro. A bordo marinai di una vita diversa, lontani dal lavoro e dalle unghie del tempo. Gente di giugno che evita il grigio, scava i sentimenti e cerca di portare in superficie la luce. Un segnale nuovo, un colore.
Pescatori di nostalgie e nuove emozioni.
Seduto sul cerchio della poppa, Giovanni Cafiero, detto il Comandante, ha preso all’amo vecchie storie e le sue memorie di irresistibile playboy. La camicia bianca come una vela, l’abbronzatura spietata, le rughe d’autore, l’antico Dupont d’argento, la cabrio aperta sotto qualunque cielo, il baciamano mai arrugginito e sguardi affascinati di donne naufraghe d’amore.
Racconti antichi di mare e lenzuola. Ci siamo seduti ad ascoltarlo in compagnia di una caraffa di Gran Caruso di Ravello che scende fresco e aiuta le parole. Storie, leggende pagine di costiera. Franceschiello ci racconta di Praiano, il paese dei campanili e del convento di San Domenico che appare all’improvviso dopo scalini e viottoli tagliati nella roccia. Le preghiere dei corallari, con l’orecchino al lobo, alla mamma Schiavona. I capelli ricci di Zì ‘ndrea, il coraggio di Nicolino Pulutrone. Le retinare che lavoravano di “ligna e crucella”. D’estate per rammendare le reti, d’inverno per intrecciare lunghe file di capelli e fare retine per raccogliere il tuppo.
Un paese di tigli e musica. Pasquale Scala faceva il liutaio e costruiva vielle, viole e chitarre. All’Africana, dentro un teatro di scogli e di mare, la testa bianca di Luca Milano aveva “nascosto” il locale più in della costa. Cantanti famosi, femmine belle dentro gli chiffon di Emilio Pucci. I pigiama-palazzo delle sorelle Fontana, le lunghe gonne di Livio De Simone.
Il dondolio dei minuti della notte. Un risveglio di luci tenui e candele, il suono della musica di un pianoforte.
Lenta, senza accelerazioni, con le note appena sfiorate, appena sussurrate.
Sotto, un mare calmo, senza il battere dei remi, solo il soffio del vento per respirare, dimenticare, ingoiare il sale, forse tradire. Franco Califano era giovane. Lanciava sguardi incantatori, cantava “maledetta noia” e stregava le donne. Una voce di graffi e tentazioni e le signore tradivano anche i mariti più valorosi.
Praiano era il rifugio di Milla Sannoner.
L’attrice arrivava a Marina di Praia con un maggiolone bianco cabriolet e una valigia piena di vestiti e libri di poesie. La freschezza del lino e rime d’amore. Dietro lasciava Milano, la febbre del teatro, una carriera girovaga e quella nebbia che impigrisce il cuore. In costiera, l’attrice ondeggiava come un fiore e respirava il mare. Di sera un pescatore notturno accendeva il motore di un vecchio diesel e la portava a pescare le stelle a Li Galli. Tornavano all’alba con i gabbiani che rigavano il cielo.
Un cielo color rosa che, piano, piano diventava turchese, poi azzurro e proteggeva tutto, anche i tradimenti e gli amori clandestini. Milla risaliva in paese, le gambe magre e il seno sfacciato.
L’occhio lungo e l’espressione intensa e un po’ scandalosa. La faccia circondata dall’onda morbida dei capelli rossi. Una donna senza mezze misure. Il sereno e la tempesta, il gelo e il furore. I palpiti di una esistenza appassionata, di un turbamento interiore che a Praiano trovava le rive di una tregua, di un armistizio, di un interludio. La costiera è così, accende i tormenti e regala il silenzio. Nell’aria calma di Praiano, i rispolveri della giovinezza, l’ombra lunga dei ricordi, la quiete di una malinconia. E all’orizzonte le vele sono, come ieri, farfalle di luce bianca.

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