L’Editoriale – Sotto il segno dei pesci

– di Roberto Gianani

Cieli di nuvole ancora grigie, interrotte qua e là da tagli di rosa e di azzurro. Sciabolate di colore che quasi feriscono un tempo non ancora pronto al sole. Marzo, domicilio di Nettuno, esilio di Mercurio. Venere e Amore, si recita il vizio e la vita, la discesa e il tornante. Marzo, amaro e zuccherino, nobile e decadente. Candido e arrabbiato, fragile e ambiguo. Critiche e applausi, ombre e luci in continua metamorfosi. L’uno e l’altro, l’acciaio e la seta, il duro e il morbido. Un bacio e uno schiaffo, una carezza e un pugno. Marzo l’imprendibile, l’ubiquo, il multiforme. Corteggia la nuova stagione e al tempo stesso la rinnega.
Isole e costiere sono cucce di vento, gocce di pioggia, lampi di luce. Nelle stradine mulinelli di maestrale, sorrisi di studenti, gli occhi neri di Wendy Alberino, profumo di mare. Sul terrazzino di Rachele, lenzuola stese come bandiere. Nel porto di Marina Grande visiere, giacconi blu di pescatori, case bianche, vicoli in ombra, la chiesa di San Costanzo, odori, luci, nebbioline. La Nikon di Umberto D’Aniello scatta, cattura, imprigiona un’isola in chiaroscuro. Tra balcone e balcone fili di parole, notizie e pensieri. I pensieri di Riccardo Federico, professore e musicista. Giaccone di pelle, i riccioli spruzzati di bianco e la faccia da Paolo Conte isolano. La scuola e il blues, la realtà e il sogno.
Marzo, nato sotto il segno dei pesci. Gli occhi color bouganville di Elizabeth Taylor e la faccia di tempesta di Anna Magnani. Il fascino consapevole di Gianni Agnelli e i tormenti di Auguste Renoir. La musica di Frederich Chopin e l’alta marea di Antonello Venditti. Colpi di coda, virate improvvise, un mese in fuga. Non una viltà, ma un volo, una pazzia. Mese in fuga da sé stesso, quasi in cerca di una identità, di un ruolo.
Un po’ fa freddo, un po’ fa caldo. I colori sono indecisi. Non c’è il giallo arancio dell’autunno, non ci sono i toni pastello della primavera, né quelli forti dell’estate. Il mare ha le tinte smorzate di una seta antica, l’alba è ancora umida e la natura non è al massimo della sua creatività. Ma dentro queste luci a metà c’è un desiderio disperato di cambiamento. Quel desiderio che accompagnava Susan Sontag, la scrittrice americana sempre pronta a gettarsi nella mischia. Anche a Capri, quando nel ricevere il premio Curzio Malaparte, polemizzò con Alberto Arbasino. Era bellissima, Susan, quella sera a cena a “La Palma” con il vestito nero e la ciocca bianca sulla fronte. Nel suo libro dedicato a Napoli, “L’amante del vulcano”, si legge: “La terra si slarga, il cielo si dilata, il golfo si espande”. Il golfo si espande e quasi tocca l’isola. L’isola dalla quale si fugge o dove si approda per la voglia di conoscenza, per curiosità, per intuito, per il gusto del nuovo, per la ricerca della pace, della felicità, dei colori, dei sensi, dell’intensità o solo del silenzio.
Marzo, nato sotto il segno dei pesci. Né bianco, né nero, né caldo, né freddo, né triste, né allegro, ma intenso, malinconico, imprevedibile e inquieto. Marzo ha l’anima di un amante. Ama, soffre, brucia, spera. Spera che il tempo del tradimento passi, che il tempo trasformi il suo tempo e diventi protagonista di qualcosa, per qualcuno. Un tempo che possa uscire finalmente in palcoscenico, un palcoscenico nel quale il cielo gioca a fare il costumista. Abiti azzurri, uno scialle nero, ricami grigi, piume dorate, veli blu, cravatte di lutto, fazzoletti di ginestre.
Una scena di colori contrapposti, toni contro toni. Nacchere e violini, colpi di tuono e botte di sole. Marzo figlio di certezze e squilibri, mese a metà tra un singhiozzo e una risata, la conquista e la fuga, la nevrosi e la pace. Tutto nelle sue pagine vive all’ombra del dubbio, come lotta tra due verità: il giallo del sole e il nero delle nuvole. Il cielo e l’inferno, l’angelo e il diavolo.
Marzo doppio come qualunque uomo, come qualunque donna. E così tra una tempesta e un abbaglio di luce, tra un sorriso e il pianto, marzo combatte una guerra antica come il mondo. La doppiezza raccontata da Plauto, Dostojevskij, Pirandello e Chico Buarque. L’unione degli opposti, la totalità che comprende tutte le antitesi. Fedele e traditore, ladro e altruista, vigliacco ed eroe, tenebroso e solare, astemio e ubriacone, frivolo ed austero, rivoluzionario e barbone, mondano e vagabondo. Vagabondo come Tomas Milian che passeggiava a Marina Piccola con Tepepa, un pastore tedesco rissoso e cordiale. L’attore cubano, un figlio di marzo. Il cuore capriccioso e ribelle, romantico e inaffidabile, volubile ed appassionato. Le donne imprigionate in uno sguardo che prometteva amori e tempeste.
Marzo gelate e mimose, acque chete e onde di bufera. Lunghe serate al bar, marinai infreddoliti, sapore di brandy, chiacchiere di paese. Volare di carte da gioco, i richiami del tressette, gli sfottò di piccole scommesse. Intanto la luna osserva, a volte singhiozza, a volte affanna. Il porto è un teatro spento, senza copioni, senza attori. Solo il rumore del mare, lo scricchiolìo del legno sui pontili e l’andare lento di un cappotto di lupo che avvolge Lucio Dalla in attesa dell’ultimo aliscafo. Rotta per Bologna, la sua isola. Anche lì, sulle panchine di Piazza Grande, marzo balla nel cielo lunatico e geniale, folle e creativo, malinconico e gaudente. Gaudente come una lasagna, come il lambrusco generoso e amico tra i tavoli del ristorante “La Colombina” di Stefano Ragazzi. L’orecchino, i capelli raccolti, la musica d’autore, le “Camel” senza filtro, il cuore di miele e un sogno. Il sogno di Stefano di approdare nel Maine, a Cabot Cow, quel paesino di ottocento abitanti che confina con il Canada. La pesca del salmone e il suono del silenzio. Il silenzio della notte e il luccichìo di una stellina.
Marzo arriccia il naso, s’inchina e fa entrare Lady Primavera.

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