L’Editoriale – Uomini e cani

– di Roberto Gianani

È un dicembre pulito come lo sguardo di un cane al suo padrone. Il piccolo porto sembra una pagina di Mediterraneo uscita da un libro di Predrag Matvejevic, una sensazione di incanto, bellezza, passato, memoria, malinconia, luce, stupore, miraggio. C’é profumo di caffè, altalena di voci e parole.
Stradine strette, vicoli, gradini, case bianche abbracciate, finestre di pensieri, sentimenti, amori.
Lenzuola di bucato, barche tirate a riva, poggiate su un fianco a riposare. Matasse di reti a raccontare il mare, la pesca, la fatica. Edicole di santini e madonne, l’offerta di un fiore, le rose rosse di dicembre, quella che raccontava Pablo Meruda a Matilde Urrutia tenendola stretta per la mano in un sentiero di passioni e poesie. Storie di esuli e fughe, speranze di libertà e promesse tradite. Il rosso del vino e i fuochi della tirannide, il nero degli esclusi e il grigio dei cimiteri. Il blu del mare e il bianco dei gelsomini nel rifugio di un’isola. La cultura e la barbarie, popoli eletti e profughi senza patria.
Il vento è amico, soffia tenero, una carezza, un fruscio che si infila tra le case, quasi il suono di un violino. Ascoltiamo la lentezza del tempo e la musica dei passi sulla banchina. Cerate gialle di pescatori, gambe di donne brune, il gioco allegro dei cani. Ombre dorate che si specchiano dentro un’acqua di sole.

A sud la curva del porto va a rompersi contro la montagna. La collana dei pini scende fino alla riva e quasi bacia il mare. Appena sopra i pini, come per un incantesimo, già si muove la danza degli ulivi dentro terrazzamenti di pietra a secco stretti come solchi di un respiro. È la geografia del Mediterraneo, l’olio ha il colore dell’oro, e sopra il pane abbrustolito le gocce si muovono come passi di miele.
La piazza è piccola, c’è una fontana, Acqua dolce, acqua per farti il segno della croce. Il suono delle campane saluta la messa del Vespro. Passano fazzoletti riempiti di preghiere. Fuori dalla chiesa tutto è fermo, tutto è immobile sotto il cielo.
Solo la monella Didì insegue il suo cane e lo chiama per nome: “Teo, Teo”. Il cane si ferma, poi si gira come in un passo di valzer, quasi un inchino e uno sguardo di zucchero. La bambina lo abbraccia, mani piccole carezze grandi. Non aver fretta di crescere Didì, goditi il tempo dei tuoi castelli di fate.
Domani puntuale come la luce del giorno il cane accompagnerà a scuola la bambina. Calzettoni a righe e passi allegri sotto le strisce del sole.
Teo e Didì al centro del mondo. E il mondo sorriderà al loro passaggio.
La monella e il cane non possono essere l’una senza l’altro. Tra loro scorre il filo della vita. Non sono fiaba, sono realtà, il racconto del rapporto tra uomini e cani, la scena di un’armonia profonda. Sono una lettera aperta alla fedeltà, all’amicizia, all’amore.

Ma non tutte le storie sono a colori. Dentro l’osteria Fabrice il marsigliese rivive l’immagine sempre uguale di quella bottiglia che gli ha rovinato la vita. I deliri del vino, troppi sorsi, troppi bicchieri. Un vecchio copione di solitudine, umiliazioni e scene sbagliate. I capelli in disordine, la stessa camicia da troppi giorni, navigazioni di vetro con la memoria che annega e le vele stracciate. Il gomito sempre alzato per quella goccia che non è mai l’ultima.
L’eterna cicca tra le labbra e quel modo di guardare forse senza vedere niente, più niente.
Perchè l’alcool cancella tutto anche l’ombra di un volo, la luce di un ricordo. La vergogna del bere e l’incapacità di sottrarsi alla condanna degli uomini. I marinai primo o poi tornano. Fabrice è come se fosse partito per sempre.
Una tempesta senza ritorno finita nel fondo di una bottiglia. Nemmeno più il mare gli perdona il tremolio di quelle mani incapaci di qualunque ormeggio, di qualunque apporodo. Solo Dick, l’ultimo amico come ogni notte lo accompagnerà a casa. Un cane non giudica, ti fa compagnia.
Ora, fuori dall’osteria è una notte di seta. Il cielo si è aperto e si vede la luna. Sulla banchina, con gli occhi dentro il mare, un vecchio pesca le stelle e le nasconde nel fondo di un giaccone come un ricordo, come una emozione. Il vecchio si chiama Costanzo come suo nonno, come il nonno di suo nonno, come molti pescatori dell’isola. Gente di mare: colpi di remo e rotte di lenze e di reti. Gli umori del vento e quelli del destino. Passa un cane e si mette accanto al vecchio pescatore, come un amico, come un confidente.

Il vecchio si gira e gli lancia una lenza di parole. Il cane le prende e le nasconde tra le zampe, come una corsa, come un osso, come un odore, come un segreto. Passa un bambino e si ferma accanto al vecchio come un sorriso, come un appoggio, come un bastone. Il vecchio prende dal giaccone un pugno di stelle e le nasconde nella mano del bambino.
Il bambino guarda il vecchio negli occhi, come un abbraccio, come un grazie, come un inchino. Il cane guarda
il vecchio e il bambino. Ora, nel silenzio del porto, la vita è come uno scintillio. Passa una barca, lancia una cima.
Il cane, il vecchio e il bambino lasciano il porto e prendono il mare. A poppa Costanzo il pescatore con un mano tiene il timone e con l’altra tira fuori dalla tasca una poesia di Prevert e la legge alle stelle:
“Un uomo aveva un cane l’uomo gli dava da mangiare il cane lo leccava l’uomo accarezzava il cane è il mio cane il mio Amore diceva l’uomo…”

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