L’Editoriale – Vita da pescatori

– di Roberto Gianani

Il libeccio è arrivato da Ventotene, ha spettinato i pini sui crinali di Cetrella e ha lucidato il cielo. Verso Punta Licosa l’orizzonte si è trasformato in un colore prima rosa, poi arancio, poi rosso di fiamma. La luce del sole sale, sale come lo sguardo di un bambino che segue il volo di un aquilone. Luccicante, veloce, ingordo di vita e di azzurro. In un attimo la fascia dell’alba si allarga, allaga il mare e le scogliere, arriva sull’sola e tutto si illumina in un chiarore che avvolge gli occhi, i fiori, l’anima, la vita. Un abbraccio intenso dal quale non si può fuggire. La luce benedice il porto e gli restituisce il respiro. Un’immensa pagina pulita da sfogliare come una preghiera. Un nuovo giorno, la chiesa di San Costanzo, la voce di una campana mattutina. La prima messa, le donne in fila sugli inginocchiatoi, il profumo dell’incenso, le candele votive, la cantilena dell’Ave Maria. Lo sguardo di Padre De Gregorio è un sentiero di pace. Non una predica, una riflessione, un invito a fermare la corsa del tempo e ringraziare il cielo, stretti gli uni agli altri con una carezza nel cuore. Il sacrestano passa silenzioso, tende la mano e offre una immaginetta della Madonna. Salvatore Lembo, il vecchio pescatore la bacia e la stringe tra le dita. Lo sguardo azzurro diventa lacrima e vola da Giovanni, il figlio perduto. Una vita insieme sul mare di Marina Piccola, il fasciame di un vecchio gozzo bianco, gli ami, le nasse, il rifugio di una piccola grotta attrezzata come un cantiere per qualunque evenienza. Sassi levigati, ombrelloni, l’azzurro delle sdraio, ventagli di schiuma, risacche.
Poi, all’improvviso, quel figlio di vento e di sale è volato via per sempre come un gabbiano. La chiesa si riempie di commozione e il pianto si confonde con le preghiere. Su un’isola la morte è più disperata, più incomprensibile, più sorprendente e feroce come se i colori eterni del cielo ne potessero escludere la presenza. E invece no, nemmeno il mare può proteggerti dalla cattiveria del destino che passa, sciupa, ammala, corrode. Le voci del rosario si cuciono come in una collana.
Il bianco dei gigli è pensiero, è luce pura. Fuori al sagrato il sole sale e abbaglia case, tetti, archi, pergolati, piccole fontane, stradine. Suoni e profumi di un porto che si sveglia, barche ancora appisolate, lo stirarsi languido dei gatti. Il fiato della sirena del primo traghetto, il fremito delle catene, il tonfo delle ancore, i richiami della manovra d’attracco. Dal Tiberio le case scendono alla Marina tutte bianche, raggomitolate sotto il peso di archi e colonne. Alcune aperte nel sole, altre nascoste come briciole di pane dal panno verde degli ulivi.
Alberi di pace che arrivano fin quasi a sfiorare la spiaggetta nascosta dietro la scogliera. Un riparo di acque chiare, un fazzoletto di sabbia per i giochi di ragazzi che hanno tradito i libri e la scuola. Il mare di maggio bagna i corpi e regala l’euforia di una libertà che, piano piano, gli anni riempiranno di penombre.
Il bar di Roberto Staiano apre gli occhi su una banchina di pochi marinai e vecchi pescatori in pensione non in pace con le lenzuola.
Per loro una panchina di fronte al mare e la malinconia di una gioventù passata troppo in fretta. In tasca i ricordi di quella notti tutte blu, la pesca, le reti buttate al largo, l’argento delle pezzogne sotto la luna. Ogni tanto lo spillo di una stella che pungeva il cuore e bucava il cielo. La panchina è un gioco interiore, un rifugio, un modo per conservare il contatto con il mare, come un divano sulla riva. Pantaloni arrotolati alla caviglia, il gesto di sempre, i piedi scalzi, le dita scorticate dal sale. Pensieri e sogni sulle nuvole di vecchie Gauloises senza filtro. Le sigarette di Jean Claude Izzo, forti come un pugno, aromatiche come il sapore dell’umido nelle stradine del porto di Marsiglia. Fumo e nostalgie. Corpi stanchi, solo gli occhi rimangono vivi e vigilano con lo sguardo perso verso un orizzonte sempre uguale con i colori sempre diversi e i sogni sempre bambini. La ruggine del sale ti mangia anche l’anima e l’umido ti blocca le articolazioni, ma il mare è un richiamo troppo forte anche per vecchi cuori abituati a taverne di avventura e racconti fantastici di poeti squattrinati. Le storie si fermano sulla panchina, attraversano la memoria. Le rughe diventano rotte antiche, viaggi di mare. Prue coraggiose aprono le onde e disegnano scie che sembrano lo strascico bianco di una sposa. Il vento sbatte sulle vele, intorno l’infinità dell’orizzonte, un orizzonte senza confini, il sale e il sole.
“Il mare è un breviario, parla di Dio”.
Colpi di timone, canti di libeccio, poco lontano la danza dei delfini. “Voi amate il mare capitano”? “Si: l’amo! Il mare è tutto”. E la pesca è una linfa vitale, il tesoro, la sopravvivenza, la sfida di ogni notte, di ogni tempesta improvvisa anche per gli occhi di pescatori sapienti. Miglia e miglia al largo, nuvole e correnti, il buio di cieli tenebrosi, la lucina di una lampara appena sufficiente ad accendere una speranza, un respiro, un sentimento.
Appena capace di riscaldare il fiato del coraggio, il gelo del silenzio della solitudine quando le tenebre sono fantasmi e l’onda sale e scende con una faccia cattiva che non permette alcuna distrazione. Occhi fissi nell’acqua nera, occhi come arpioni, pronti a cogliere ogni movimento ogni guizzo, ogni rantolo del mare. Un mare che si arrende alla fatica dei pescatori e regala il premio di una pesca andata bene.
Nel pozzetto di poppa ancora palpitano saraghi, spigole, tonnetti e qualche calamaro tradito dall’inganno delle reti. Scintille d’argento che accompagnano il ritorno. L’alba risplende di nuovo. Nel porto c’è salvezza, la gonna di una sposa, la tavola imbandita, il fuoco di un fornello, un padellone di maltagliati, il rosso del pomodoro, lo scorrere del vino. Bicchieri di sorrisi e voglia di vivere, lenzuola per l’amore. “Di fronte al mare la felicità è un’idea semplice”.

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