L’esilio di Capri fatale alla bella Lucilla

– di Giuseppe Aprea

L’imperatore che la condannò all’illusione di una esistenza serena nell’isola azzurra ne architettò la rozza soppressione

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200504-16-3mBrutta storia, questa. Fatta di sesso e di morte, di astuzie e tradimenti, di gioco, di follia. Una storia di donne e gladiatori. Di servi e imperatori. Una sporca storia di potere. Comincia tanto tempo fa, al tramonto di un giorno d’estate dell’anno 182 dalla nascita di Cristo, quando Annia Lucilla giunse a Capri per spendervi gli ultimi giorni della sua vita.
Avvenne tutto all’improvviso, all’imbrunire, mentre alla marina i pescatori tiravano in secca le barche che, al ritmo antico e cadenzato delle braccia e delle voci, sfioravano appena le falanghe disposte ad arte lungo lo scivolo che saliva dall’acqua. Un gruppo di donne si affollava intorno ai grossi tonni distesi sull’arenile per la pulitura: il mare era la nuvola rossa dove il grande pesce finiva la sua corsa tra gli oceani. A terra era tutto un bisbiglio sommesso e sapiente. Più lontano, dove le ruote di un carro in salita stridevano sul rozzo selciato, le case. E grida di bimbi nel gioco.

La nave romana sbucò improvvisa dalla foschia che avvolgeva l’orizzonte e, prima che la sorpresa si dileguasse dai volti, si avvicinò fino a poche centinaia di braccia dal porto di Punta Bevaro e gettò l’ancora nel cuore della grande marina. Occhi curiosi di uomo e di donna spiarono la piccola imbarcazione che, dopo un tempo che a tutti sembrò lunghissimo, lasciò la nave per raggiungere il molo, filando silenziosa nel mare calmo. Sorretta con la mano da un liberto, ne discese una donna con i capelli raccolti intorno alla nuca e una tunica bianca. Era Annia Lucilla, figlia di Marco Aurelio e sorella di Commodo, imperatore di Roma.
La donna gettò un lungo sguardo davanti a sé, ai ciottoli della spiaggia, così bianchi come non le era mai accaduto di vedere. Affacciata dal ponte della nave, era stata affascinata da quel bagliore misterioso fin dal momento in cui Capri era apparsa alla vista. Le era sembrata che l’isola sorgesse da un banco di madreperla, anziché dall’azzurro del mare.
“E’ questo dunque il luogo tanto caro ad Augusto…” , pensò mentre s’incamminava verso la portantina che l’attendeva, ai piedi di una ripida scalinata. Accanto ad essa, quattro robusti schiavi e un drappello di pretoriani. “La sua dolce apragopoli è ora la mia prigione”.

La portantina salì leggera la breve erta che conduceva verso Nimphisa, la città dell’acqua, che si stendeva in piano affacciata sul mare del golfo. Era l’unico luogo dell’isola dove l’acqua sgorgasse in sorgente, dopo un viaggio tortuoso attraverso le viscere rocciose del monte che i locali chiamavano il Solaro, perché guardava in faccia il sole. Quello era il posto che Cesare Augusto aveva scelto per viverci, più di duecento anni prima: silenzioso, appartato, su un dolce pianoro aperto sul mare. Lì aveva fatto costruire la sua dimora caprese. Ora il Palatium dell’imperatore di Roma era lì, sotto i suoi occhi. Maestoso, solenne.
Lucilla salutò pensosa i soldati di guardia alla torre del piccolo promontorio di Bevaro. E il piccolo corteo s’infilò nella stretta stradina che portava alla villa, tra mura di pietre a secco e vigneti ordinati. La portantina si arrestò infine dinnanzi alla gradinata di marmo che dava accesso alla casa e i pretoriani scortarono la nobildonna fin sulla soglia. Un liberto le fece strada attraverso il grande vestibolo e le mostrò il suo alloggio: angusto, spoglio, austero, tremendamente simile ad una cella. Gli ordini di Commodo per il suo esilio caprese erano stati chiari e severi.

Pur tuttavia era finalmente sola e, affacciata alla larga finestra, la vista del mare quieto e delle isole che appena si intravedevano le regalarono un’improvvisa e insperata sensazione di serenità. Andò così col pensiero, quasi senza volerlo, ai terribili giorni che erano stati. Alla sua vita, che le sembrò ora trascorsa come in un vortice.
Quattordici anni. Era poco più di una bambina, quando era andata sposa a Lucio Vero Antonino, imperatore di Roma con Marco Aurelio, suo fratello d’adozione. Lucio aveva fatto di lei una donna potente, invidiata e felice: l’Augusta Lucilla, signora di Roma. L’imperatrice Lucilla, a cui tutto era dovuto. Ma gli dei avevano deciso che la vita di Lucio si consumasse in un breve attimo e quando era morto, nel 169, una bimba bella e capricciosa era stato tutto ciò che di lui era sopravvissuto.

Marco Aurelio aveva allora voluto che lei sposasse Tiberio Claudio Pompeiano, suo fedele generale, uomo leale e coraggioso. A nulla erano valse le sue resistenze e quelle di sua madre, Faustina Minore. E dopo solo dieci mesi dalla morte di Lucio, Annia Lucilla, fanciulla e madre non ancora ventenne, si era trovata tra le braccia di un altro uomo, che nulla aveva di Lucio: né le origini, né la potenza. Tantomeno la virilità. E che era più vecchio di lei di oltre trent’anni. La vita di Lucilla, lontana dai lussi e dai divertimenti di corte, era mutata all’improvviso. E nulla aveva cambiato, nel nuovo matrimonio, la nascita di un figlio, otto anni dopo: contro la sua volontà, Claudio l’aveva voluto fortemente e gli aveva dato il nome di Aurelio Commodo.
Non c’era nulla, veramente nulla che potesse mutare lo scorrere piatto di quella nuova vita. Niente che potesse ridare a Lucilla lo smalto e i piaceri del perduto passato. Era stato a quel punto che il suo rancore verso il padre, l’imperatore, si era fatto via via insopportabile. E che l’odio aveva cancellato l’antico amore filiale. La ricerca del piacere era diventato il senso profondo di ogni suo pensiero e di ogni suo atto. Quinziano, il giovane spasimante della figlia avuta da Lucio Vero, era stato il primo di mille amanti.

L’avvento al trono di Commodo, fratello giovane e scapestrato, era stato per Annia Lucilla un vero flagello. Commodo aveva solo diciannove anni quando Marco Aurelio era morto, nel marzo del 180. Odiava la guerra, il nuovo giovane signore di Roma. E aveva in odio anche le lunghe marce, la noia, l’inerzia dei bivacchi che tante volte aveva diviso col padre nelle spedizioni contro i Marcomanni. Lontano, al di là delle sponde del Danubio. Robusto e arrogante nell’incedere e nel comandare, amava invece combattere nell’arena, sentire e toccare con gli occhi il terrore dell’avversario, col cuore in gola e la polvere negli occhi. Il pensiero della lotta lo inebriava. Che fosse un gladiatore il suo avversario o una fiera selvaggia della Mauritania, poco importava. Lucilla non ricordava più quante volte avesse visto combattere il fratello nell’arena: centinaia, molte centinaia di volte. Spesso in compagnia di Bruttia Crispina, la giovane moglie di Commodo.
Lui era il secutor, l’attaccante (com’era poi nella sua natura); il retiarus, armato di rete e di tridente acuminato, era solo la vittima indicata dal fato. Il popolo adorava il suo imperatore-gladiatore e soprattutto i sesterzi che spandeva a piene mani. I soldati lo veneravano come un dio ed erano pronti a morire per lui. Tutti lo credevano invincibile e anzi immortale, come Ercole. E Roma tutta sapeva che i nemici di Comodo avevano vita breve. Ma che anche ai suoi amici non restava mai troppo tempo per godere delle sue grazie. Non appena aveva il sentore di un qualche pericolo per il suo potere, agiva senza pietà e si liberava dell’ostacolo senza alcuno scrupolo. Così, tra un omicidio e l’altro, mentre l’odio e gli intrighi squarciavano Roma e aprivano vuoti tra gli scranni dei senatori, si era infine giunti a quel fatidico 182 e ai tragici avvenimenti che avevano portato Lucilla all’esilio di Capri.

Lucilla aveva preso ad odiare suo fratello più di ogni altra cosa. Odiava ugualmente Crispina, l’Augusta, l’imperatrice: che era tutto ciò che ella era stata, in un tempo perduto. Ed entrambe le donne odiavano Commodo, con tutte le loro forze. Ma mai avrebbero pensato, quando la folle idea di uccidere l’imperatore aveva cominciato a farsi spazio nella loro mente, che tutto sarebbe svanito in un attimo, breve e terribile. E che avrebbero finito i loro giorni nell’isola dove già da recluso era vissuto Tiberio. Ma sua sponte, in quel caso, e non era differenza da poco.

Era stato fin troppo facile per Lucilla convincere il marito ad uccidere Commodo. Pompeiano ne aveva atteso un giorno l’entrata all’anfiteatro massimo, ma aveva esitato all’ultimo momento, quando minacciandolo con la spada gli aveva urlato: “Guarda, questo te lo manda il Senato!”. Erano state le sue ultime parole, perché i pretoriani, prontamente intervenuti in aiuto dell’imperatore, lo avevano disarmato. Quello era stato l’ultimo giorno che Lucilla aveva trascorso a Roma, prima dell’esilio cui Commodo l’aveva condannata.
Il ricordo di quegli eventi turbinosi le oppresse la mente nei lunghi giorni che seguirono il suo arrivo nell’isola. L’immagine odiosa di Commodo, avvolto come Ercole in una pelle di leopardo e con in mano una clava, ossessionava le sue notti. E la notizia dell’arrivo sull’isola di Crispina, ripudiata dall’imperatore perché accusata di adulterio, anziché darle un po’ di conforto, la privò di ogni residua speranza. Tutto dunque era perduto e non restava che rassegnarsi al volere degli dei.
Nessuno sa quanto tempo durò la sua dorata prigionia, né se mai incontrò a Capri Crispina, che pure ne divideva la sorte. C’è chi dice che fu la mano spietata di un sicario a porre fine alle loro vite, strangolandole senza pietà. Ma la verità è che un oscuro oblio avvolse le loro esistenze.

Nel 1810 fu rinvenuto nella zona della Grande Marina dell’isola un prezioso sarcofago di marmo. All’interno c’era lo scheletro di una donna, avvolta in vesti tessute d’oro e d’argento e adorna di un ricco corredo di gioielli. In bocca stringeva ancora una moneta aurea con l’effigie di Vespasiano. “Il manto e la veste nel prendere l’aria immediatamente si ridussero in polvere, che raccolta e venduta diede l’introito di circa cento lire”, così è scritto nelle cronache del tempo. Ci fu allora chi si ricordò di Crispina. E di Lucilla. E della tragica storia delle ultime imperatrici di Capri.

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Un commento su “L’esilio di Capri fatale alla bella Lucilla

  1. Commodo non era il mostro qui dipinto, né Lucilla era lo stinco di santo qui presentato. Sono stereotipi e immagini frutti di commercializzazione della storia.

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