L’incanto di Valeria Corvino è lo strapiombo di Anacapri

– di Benedetta Palmieri

L’emozione della pittrice sulla strada vertiginosa scavata nella roccia. L’artista e l’isola azzurra. “Ho la sensazione di esserci nata in un’altra vita”. Le passeggiate alle sette di sera e il piacere di confondersi nell’arteria pulsante della folla. I bagni d’inverno. La magica finestra napoletana sul golfo. Il suo lavoro non esclude il mare, ma sono i pensieri e i sentimenti difficili che la spingono a dipingere.

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200505-13-3m“La mia è la finestra più bella di Napoli” dice Valeria Corvino, ma l’affermazione non ha nulla di superbo o eccessivamente compiaciuto, proprio nulla. È piuttosto una dichiarazione d’amore per quanto di incantevole e di emozionante si mostra al di là di quella finestra: il Vesuvio, più sotto il Castel dell’Ovo con quella sua piccola ansa che prende i colori dello scorrere delle ore del giorno e, naturalmente, il mare.
Il mare: un elemento fondamentale nella vita della Corvino, l’elemento per eccellenza nel quale sentirsi viva e libera, dal quale prendere forza e al quale abbandonarsi. “Io faccio il bagno anche in pieno inverno – dice – perché proprio non resisto quando mi trovo vicino a quella meravigliosa distesa d’acqua. Mi capita spesso, d’inverno appunto, di andare in barca con due amici che sempre scommettono tra loro se avrò il coraggio o meno di tuffarmi anche nei giorni più freddi. Inutile dire che vince quasi sempre quello che scommette sul sì”.
Ma torniamo alla bella finestra che da Posillipo si apre sul golfo perché affacciarsi sulla morbida sagoma del Vesuvio, sul castello delle leggende, sul mare racchiuso ma infinito, è uno sguardo composito: c’è lo sguardo della donna, della persona, e quello dell’artista. Valeria Corvino, cinquantenne napoletana, è moglie e mamma, è tante cose ancora, ed è anche una pittrice. Il suo occhio assoluto, come lei stessa lo definisce, le consente di vedere qualcosa in più, qualcosa di diverso, in tutto ciò su cui si posa; le consente di riconoscere segni e linee e immagini, di oltrepassare le cose riconoscendo in loro una nuova forma, una nuova vita, un colore, un quadro.
L’occhio assoluto, gemello eterozigote dell’orecchio di alcuni illuminati musicisti e dono della natura, è una dote che la Corvino ha voluto e saputo coltivare e nutrire. Allieva del fotografo partenopeo Mimmo Iodice, dopo esserlo stata di luminari dell’arte come Gianni Pisani, Armando De Stefano, Gerardo Di Fiore e Franco Mancini (tutti suoi maestri negli anni di studi presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli), ne ha infatti assorbito e elaborato gli insegnamenti, li ha trasformati in materia prima per le sue produzioni, in input creativi molteplici.
Il suo percorso artistico, iniziato più di venti anni fa, ha visto svilupparsi il suo stile, ha visto mostre ed elaborazioni, cambiamenti e riflessioni, sino a giungere alla sua per ora ultima personale che è stata ospitata a Castel Nuovo, a Napoli. Non solo la bellezza informa l’opera di un artista, anche la società, l’attualità, la vita quotidiana intervengono a comporla, e non è diverso per Valeria Corvino. La sua ultima esposizione, dunque, ha un filo conduttore nella bellezza ma anche nei limiti, nei difetti, negli errori della società in cui viviamo. Narciso, simbolo di assoluto splendore ma di altrettanta vanità, è uno dei soggetti principali della mostra “Allusione della forma”. Un Narciso bello, sensuale, un Narciso a contatto, manco a dirlo, con l’acqua; ma un Narciso che, a differenza del suo sfortunato antenato, ha ancora una possibilità perché viene salvato dalla mano, dal tratto, dal cuore della Corvino. Narciso è la gioventù di oggi, una gioventù schiava dell’estetica, dell’effimero, dell’immagine esteriore, una gioventù leggera anche se non sempre colpevole perché messa al mondo in un mondo che gli adulti le hanno consegnato già deteriorato, posta sulle barricate senza le armi e gli strumenti adatti a vincere in questa vita.
“La mia generazione – dice l’artista – non ha saputo sempre mettere in guardia i propri figli. I ragazzi di oggi desiderano tutto, desiderano la perfezione ma la perfezione non è raggiungibile, desiderano cose costose e preziose ma le condizioni economiche del nostro Paese non lo consentono più tanto facilmente”.
A chi crea è dato un dono strepitoso e vitale, è consentito tutto e la Corvino prova a cambiare la storia, a reinventare il mito, a dare ancora una possibilità a questi Narciso del terzo millennio, forse per pagare quel debito che, dice, la sua generazione ha nei loro confronti. E così il Narciso dell’omonimo quadro è proiettato in avanti pronto a scattare come un corridore sulla linea di partenza e ad avere un futuro dunque.
“Narciso I” e “Narciso II”, in un incredibile gioco pittorico, salgono e scendono dall’acqua invece di perdersi in essa e hanno sullo sfondo una porta aperta, via di fuga verso la salvezza. Infine, “Lo specchio di Narciso I” e “Lo specchio di Narciso II” lo mostrano mentre si specchia non più nell’acqua ingannevole che il mito vuole gli strappi la vita e lo rapisca a se stesso e al mondo, ma in uno specchio normale: la vanità c’è, la morte no.
I quadri che compongono “Allusione della forma” non sono legati solo a Narciso e alla mitologia tutta, archetipo assoluto dei fatti umani, “cassaforte dei sentimenti, delle miserie e dei dolori dell’uomo”, ma racchiudono pure altri temi e altre emozioni. C’è dentro Valeria Corvino con le sue, di emozioni. “Sono quelle penose, in verità – dice – che il più delle volte mi muovono a dipingere; sono i pensieri e i sentimenti difficili a spingermi a prendere una tela e riempirla”.
Lei è così aperta e affabile, ma nei suoi dipinti ci sono anche i “No!” che vorrebbe dire con una grande mano aperta sul volto e verso il mondo, e ci sono le “Illusioni” dove una donna è quasi accartocciata su se stessa: le gambe serrate, le braccia strette al torace, il volto girato come a sottrarsi allo sguardo e alle intrusioni degli altri.
Viene da chiederle se, tra miti e acque irreali che consentono di scenderle e salirle, trovano posto anche il mare e le sensazioni a esso legate. “Sì, certo, l’ho dipinto” dice. Ma aggiunge subito dopo: “Però non tanto spesso. Anche se mi incanto a guardarlo, mi riempio a seguirne i mutamenti, non ho fatto molti quadri che lo rappresentano”.
Eppure tra questi ce ne sono alcuni di molto belli, ci sono “Mediterraneo” ed “Egeo” ad esempio, ci sono i colori del mare alle cinque del mattino, ci sono le sue sfumature. E sullo sfondo, in una insolita posizione, Capri. Perché è vero che la sua casa-studio è un posto centrale nella vita di Valeria Corvino, ma è altrettanto vero che c’è un altro luogo che la accoglie come pochi, che ne risveglia i sensi, che la fa sentire bene (e non solo emotivamente, visto che pare riesca persino a alzare la sua pressione solitamente bassa), ed è proprio l’isola di Capri.
“Ho addirittura la sensazione di essere nata lì in un’altra vita – racconta – tanto è il benessere che mi provoca, tanta è la confidenza che ho con le sue strade, con i suoi anfratti, con la sua anima. Adoro sentire i suoi profumi, l’odore delle more e dei gelsi; adoro la strada che porta ad Anacapri e quello strapiombo che sembra quasi espulso dalla roccia e cadere verso il mare”.
Ma c’è anche un momento preciso della giornata che, più degli altri, contribuisce a questo sodalizio amoroso con l’isola. È la passeggiata delle sette di sera quando, inerpicandosi per delle scalette, Valeria ritorna a casa. “Aspetto quel momento per tutta la giornata con emozione. Durante quel tragitto, anche quando sono disperata, sono felice: mi piacciono la luce e l’atmosfera di quell’ora, mi piacciono i colori, mi piace il percorso che compio in solitudine”.
A differenza di tante persone che amano solo la Capri deserta, quella in controtendenza e fuori stagione, Valeria Corvino, pur vivendola a suo modo e nella sua intimità, ama dell’isola anche la folla. E allora eccola farsi portare dalla fiumana umana, confondersi in essa, seguirla nel suo scorrere brulicante. “È come una vena, un’arteria pulsante che spinge le persone. È bello mescolarsi in essa, esserne una pulsazione e lasciarsi andare”, dice quasi concitatamente. È come se la voce anche pulsasse a esprimere il ricordo delle sue sensazioni capresi.
È difficile concludere la conversazione con lei, ogni cosa ingloba qualcos’altro che potrebbe essere dipanato sino al fondo e poi essere a sua volta nuovo stimolo per nuovi pensieri e nuove domande. Ma c’è una fine a tutto e, a intervenire e a imporla alla conversazione, sopraggiunge un impegno di Valeria: deve occuparsi di imballare “Eclettica Roby”, il quadro che sta per volare in Giappone dove sarà esposto nel Padiglione Italia dell’Expo Universale di Aichi. Cardine dell’esposizione di quest’anno sarà la riflessione sulla saggezza della natura e sul senso di una vita a lei più conforme. Così come piace a Valeria Corvino.

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