L’incredibile traversata atlantica su un due alberi di nove metri

– di Claudio Calveri

L’impresa di un calabrese, di un campano e di un marchigiano compiuta alla fine nel 1880. Da Montevideo a Livorno in novantasei giorni. Lo stupore e l’ammirazione del mondo e il grande risalto dell’avventura oceanica sulla grande stampa internazionale. Il diario della navigazione perigliosa affrontata con astuzia e coraggio. Il veliero denominato “Leone di Caprera”, in omaggio a Garibaldi, viene conservato oggi in una grotta di Marina di Camerota. Le vite avventurose dei tre marinai.

200603-11-1m

200603-11-2m“C’erano un marinaio di Bagnara Calabra, uno di Marina di Camerota e uno di Ancona”. Sembrerebbe il canovaccio classico di una barzelletta infantile, è invece il principio del resoconto di uno dei più incredibili viaggi marinareschi mai intrapresi. L’anno, il lontano 1880. Il luogo, Montevideo, capitale dell’Uruguay oltre che centro portuale di rilievo sulle rotte per il Sudamerica, uno scalo commerciale placidamente appoggiato sulla sponda più esotica dell’Oceano Atlantico.
In un giorno di fine settembre, su uno dei moli, tre uomini – italiani – guardano la linea dell’orizzonte e vedono le coste dell’Italia, la terra natia. Diecimila chilometri di distanza, di pericoli, di insidie sconosciute, di limiti interiori da superare. Eppure vedono distintamente lo Stretto di Gibilterra aprire davanti a loro le accoglienti porte del Mediterraneo, e lì il corridoio da seguire per approdare al porto di Livorno.
Tre visionari uniti da una comune ossessione, di quelle che animano lo spirito un po’ goliardico degli eroi, dei veri esploratori: dimostrare che l’Oceano Atlantico non è poi così grande, nemmeno per una imbarcazione come il “Leone di Caprera”, così chiamato in onore dell’eroe dei due mondi, il conterraneo Giuseppe Garibaldi. Un “guscio di noce” della lunghezza di nove metri, largo due e alto un metro al centro e un metro e sessanta a prua e a poppa.
Il capo missione – per quanto senso possano avere le gerarchie in un equipaggio di tre uomini – è Vincenzo Fondacaro, calabrese, marinaio trentaseienne con diciannove anni di esperienza di navigazione. Emigrato a diciassette anni in Inghilterra da Bagnara Calabra per sfuggire alla povertà e affidare il proprio destino al mare, si imbarca sulle navi mercantili della flotta inglese e poi continua la sua vita di marinaio viaggiando per i mari di tutto il mondo, convincendosi probabilmente di quanto relative possano essere le distanze tra una costa e l’altra, tra un continente e l’altro. Percorre decine di migliaia di miglia marine e anche l’intero cursus honorum della carriera marinara, giungendo al ruolo di capitano di una nave nel 1876, in Canada. Sin dal 1866 egli culla però il sogno della traversata atlantica, miraggio che condividerà poi con Orlando Grassoni di Ancona, incontrato a New York nel 1874.
Ci piace immaginare il loro progetto, apparentemente sconclusionato, prendere corpo tra un sorso di rhum e un altro, seduti al tavolaccio di un bar del porto della capitale virtuale della lontana America. Quando l’anconetano riceve la chiamata dell’amico da Montevideo non esita a raggiungerlo immediatamente, spinto dalla incoscienza e dalla voglia di saggiare la consistenza del miraggio transatlantico. Giunto in Uruguay, Osvaldo Grassoni trova il compare calabrese in compagnia del cilentano Pietro Troccoli, valente operaio dei cantieri navali nella capitale uruguaiana, dove si era trasferito sin dalla più giovane età.
E’ soprattutto grazie alla sua perizia nella architettura navale che il “Leone di Caprera” divenne realtà galleggiante. La scelta del nome fu obbligata, considerando che Grassoni tentò di arruolarsi clandestinamente nelle giubbe rosse a Palermo nel 1860, alla tenera età di 16 anni, e che Troccoli viaggiò fino a Caprera per recapitare ad un anziano Garibaldi un album con le firme degli italiani emigrati in Uruguay e Argentina.
Con il vento in poppa e la speranza nel cuore i tre prendono il mare esattamente il 19 settembre 1880, dirigendo verso il mare aperto. Pochi giorni dopo si vedono però costretti a riparare di nuovo dal medesimo porto dal quale avevano preso l’avvio per le condizioni proibitive di un oceano in piena tempesta.
Dopo qualche giorno di attesa inutile, in cui il mare non accenna a placarsi, i tre navigatori solitari decidono che non si può più rimandare, e in barba ad ogni residua cautela si lanciano tra i flutti scossi dai venti di buriana senza remore di sorta. E’ il 3 ottobre 1880, e l’avventura ha definitivamente inizio.
La paura non poteva avere la meglio sull’entusiasmo di marinai della tempra di Fondacaro e Grassoni, scampati rispettivamente – prima della spedizione transatlantica – a due e quattro naufragi. La navigazione fu lunghissima, densa di emozioni e pericoli fronteggiati con astuzia e coraggio, in nome di una determinazione di sapore garibaldino che li portò, oltre tre mesi dopo, il 9 gennaio 1881, ad approdare a Livorno, tra lo stupore generale e l’ammirazione di tutto il mondo, come dimostrato dal risalto che la stampa internazionale diede all’impresa una volta ritenuta impossibile.
Gli espedienti utilizzati dai tre per superare i rigori dell’Oceano fecero scuola. Nelle risultanze della loro esperienza, raccolta nel diario di viaggio a firma di Fondacaro e dato alle stampe nel 1881, all’indomani della conclusione della traversata, si trovarono ad esempio le necessarie verifiche alla tecnica di sedare il furore delle onde versando in mare dell’olio.
A quel punto le strade dei tre eroi del mare si separarono. Fondacaro pubblicò – oltre al celebre diario della missione – anche un romanzo, “Il Disarmo”, e dopo aver venduto nel 1886 il mitico “Leone di Caprera” ad una cifra considerevolmente più bassa di quanto l’imbarcazione non fosse costata, si trasferì a Buenos Aires. Spinto da una fame di avventura ancora non saziata, salpò da qui per una nuova traversata oceanica, ma l’anno successivo il governo argentino ne dichiarò la scomparsa in mare.
Osvaldo Grassoni fu insignito di varie prestigiose onorificenze ad Ancona, ma fu presto costretto dalle evenienze a riprendere la via dell’emigrazione, cercando fortuna in altre mille peregrinazioni sulle rotte navali del mondo, per poi morire a Genova nel 1901.
Il più giovane Pietro Troccoli tornò a Montevideo, dove – sposatosi con una donna uruguaiana – visse serenamente con i nove figli che lei gli regalò, spegnendosi nel 1939.
Di loro rimane l’immarcescibile ricordo di novantasei giorni di sfida all’oceano e il fido due alberi – il “Leone di Caprera” – ancora oggi conservato in una grotta di Marina di Camerata dopo una lunga sosta nel Museo civile didattico navale di Milano. I tre marinai solitari diedero inoltre un deciso contributo alla tradizione che vuole gli italiani un popolo di poeti, santi e – sicuramente – navigatori.

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *