L’innamorato di Capri

– di Gino Verbena

Il soggiorno di Roberto Pane, le battaglie e le pubblicazioni in difesa del territorio caprese. La casa della Follicara. Le tre edizioni del libro dedicato all’isola. Lo spirito di rapina e “l’ignoranza attiva”, i due maggiori protagonisti dello stravolgimento urbanistico. Una ricca documentazione fotografica svela l’architettura povera e semplice che aggraziava l’isola prima dell’assalto del cemento e del fiorire di ville e villini in falso stile caprese.

Uno degli uomini di cultura più prestigiosi che abbia avuto Capri nel secolo scorso è stato senza dubbio Roberto Pane, docente di Architettura all’Università Federico II, direttore della prestigiosa rivista Napoli nobilissima, autore di numerose ricerche e articoli sull’architettura.
Della sua immensa e autorevole produzione, l’opera che interessa da vicino gli abitatori dell’isola azzurra è Capri, la quale ebbe ben tre edizioni: nel 1954, nel 1965 e nel 1982.
Fu un innamorato dell’isola alla quale riservava particolare attenzione e ne seguiva le sorti dalla sua casa della Follicara (a valle di Caprile) non molto discosta da una caratteristica abitazione di pescatori (i Petrosino) che gli piaceva per la conformazione semplice ma, nel contempo, ricca di grazia. Ad essa riservò un posto nel suo libro, con un’immagine raffigurante l’ingresso con, accanto, una barca che lì stazionava in attesa dei tempi propizi per la pesca o, forse, di restauri per l’usura causata da anni di duro impiego.

Prima di abitare alla Follicara era venuto altre volte sull’isola trovando ospitalità soprattutto presso la famiglia Vacca che possedeva un esercizio di affittacamere in località Le Boffe. Questa casa era, senza dubbio, una delle più suggestive costruzioni antiche del centro storico.
Roberto portava con sé la moglie e il figlio Giulio che ricorda vagamente (aveva allora quattro anni) di essere stato nella famosa casa di Don Giuvannino ‘o prèvete. Un vecchio quaderno, con l’annotazione degli ospiti, custodito dalla signora Maria Elisabetta Vacca testimonia quell’ospitalità. Nell’opera citata, le prefazioni (una per ogni edizione, e riportare tutte in quella dell’82), rappresentavano, da sole, una dura lezione per coloro che erano stati delegati, dal popolo, a tutelare il territorio ma che, invece, si erano rivelati incapaci non solo di gestirlo ma anche di tamponare le pressioni di tanti cafoni arricchiti che qui venivano, da ogni parte d’Italia, a concretizzare le loro speculazioni. E magari, con questi ultimi, erano anche ammanigliati allo scopo di ricevere, per gli “interessamenti” presso le apposite commissioni e uffici, lucrose spettanze.

Era preoccupato che proprio la bellezza dell’isola e la consequenziale predilezione da parte di troppa gente, ne segnasse ineluttabilmente il destino: di essere, cioè, sovraccaricata di ville e villini che gli adoratori dello scoglio, con il pretesto di seguire lo stile architettonico locale, disseminavano ovunque adorne di archetti, colonnati, volte a padiglione e di tutto ciò che era inimitabile residuo di epoche lontane, quando i mastri costruttori plasmavano, con le mani, volte e mura servendosi di pochi, rudimentali attrezzi e, soprattutto, di malte ed altro materiale oggi sostituiti da cemento, ferro, mattoni e via dicendo.
Se ne arguisce che lo stile caprese (“inimitabile” come si è detto) non può assolutamente rivivere solo come fredda imitazione degli aspetti esteriori: applicato a ville e villini di recente creazione si traduce in una cortina fumogena tesa a mascherare interessi puramente privati.

A tal proposito, il professore evidenziava che due sono i grossi nemici di Capri: lo spirito di rapina e l’ignoranza attiva. Fanno meno danno gli amministratori della cosa pubblica, ignoranti ma poco attivi, che i “saputi” che si danno da fare per lasciare un’impronta (brutta, purtroppo) del loro passaggio.
Una marcata venatura polemica s’intravede, nella “lezione” di Pane, anche quando si parla di Edwin Cerio assurto, nella prima metà del secolo scorso, a nume tutelare dell’isola. Secondo la critica favorevole dei tempi andati, costruiva attento e fedele interprete dello stile caprese. Forte di questa propaganda, se ne andava a realizzare le sue “idee” architettoniche e artistiche nei punti più belli e panoramici di Capri come se le creazioni umane, seppure graziose, fossero degne di sostituire quelle divine. Invece, si deve convenire che non c’è migliore difensore dell’isola di chi lascia inalterate le sue bellezze naturali.
Nell’82, l’anno delle centinaia di autorizzazioni edilizie rilasciate contemporaneamente nel Comune di sopra, Pane era costretto ad osservare il dilagare del cinismo e della rassegnazione mentre si consumava la “gigantesca rapina edilizia”.

Tra l’altro insegnava che, per esigenze abitative (ma solo per esse) era meglio raggruppare le case in poche zone, scelte secondo i dettami di uno strumento urbanistico, piuttosto che disseminare, come tanti dadi nel verde, case e ville, rendendo, per giunta, più difficili i problemi dell’urbanizzazione.
Il libro è ricco della documentazione fotografica relativa alle chiese, alla parte medievale, all’architettura spontanea ed agreste, alle tracce preistoriche.
Si capisce, ammirando quelle immagini, che l’attenzione di Roberto è precipua per l’architettura povera e semplice di cui, specie nella parte superiore dell’isola, esistono numerosi esempi. Così troviamo molte immagini del centro storico di Anacapri: de’ Le Boffe e, soprattutto, di Caprile, la parte più soleggiata del territorio scelta come sede dei propri riposanti soggiorni, oltre che da Roberto, da tanti illustri personaggi, primo tra tutti Graham Greene che comprò Il Rosaio di Edwin Cerio.
La piazzetta di Caprile era, fino agli anni Sessanta, conchiusa da case e con un grosso leccio al centro. La costruzione della rotabile per il faro di Punta Carena ha ampliato gli orizzonti turisticocommerciali dando uno sbocco a mare al paese e una più comoda balneazione con la creazione di attività produttive e dei relativi comfort. Purtroppo – altra faccia della medaglia – ha spazzato via la possibilità di sostare in un salottino dal sapore pastorale, nel quale il silenzio e la discrezione tenevano compagnia a sommessi dialoghi rotti soltanto dal rumore degli zoccoli d’un crinito e infiocchettato cavallo che, dopo una giornata di lavoro fatto di trotto a servizio dei forestieri, si ritirava stanco verso la propria stalla. Né di rado, nel primo ventennio del secolo scorso, si vedeva passare la regina Vittoria di Svezia in compagnia del suo medico e confidente Axel Munthe e dei suoi cani. Ma la gente quasi non ci badava più, abituata com’era alla presenza di un’ospite così illustre che, per curarsi la salute nel nostro clima mediterraneo, aveva comprato una casa alla Follicara.

Oggi, la piazzetta è stata degradata a uno slargo – reso meno angoscioso da discutibili panchine in ceramica – che è un punto di passaggio continuo di mezzi motorizzati. Eppure l’inconveniente si sarebbe potuto evitare quando c’era la possibilità di far passare, più a monte, la circumvallazione destinata, in seguito, a continuare fino a raggiungere il mare. Essa avrebbe potuto congiungersi, con una bretella, al centro di Caprile. Purtroppo la politica del territorio, poco attenta in quella difficile epoca, ha compromesso ogni cosa. Il figlio di Roberto, l’architetto Giulio, non ha dimenticato la piazza come si presentava negli anni Cinquanta. In un articolo del maggio 2003, pubblicato su questa stessa rivista, ricorda che c’era un sarto, qualche taxi dei fratelli Pappone, il negozio di alimentari di Attilio Scoppa che era anche un ritrovo per quanti, tra un acquisto e un altro, discorrevano degli avvenimenti del giorno.
Tutto passa e nulla permane. Purtroppo, spesso, passano le cose migliori e restano, a lungo, quelle peggiori.

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