L’insolente pinguino di Punta Tombo

– di Adriano Cisternino

La pungente estate australe.
Le montagne innevate esplorate e censite dal missionario salesiano Alberto
De Agostini che indusse il fratello a fondare l’omonima casa editrice specializzata in geografia.
I fragorosi tuoni delle cadute delle immense pareti di ghiaccio nel lago Argentino dove diventano mini-iceberg dagli incredibili riflessi azzurri creati dalla luce del sole.

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200505-12-3mPartendo per la Patagonia e per la Terra del Fuoco non avrei mai immaginato, fra le mille avventure che mi potessero capitare, di dovermi difendere dall’aggressione di un pinguino magellanico. Può accadere anche questo percorrendo i tremila e passa chilometri che da Buenos Aires portano ad Ushuaia, in Terra del Fuoco, la città più meridionale del mondo, con i suoi 54°52’20” di latitudine sud.
Il pinguino magellanico lo si incontra a Punta Tombo, non lontano dalla penisola Valdez, diciamo a metà strada fra Buenos Aires e l’estremo sud del mondo, dove nel mese di febbraio si può girare ancora in maniche corte e shorts. Scendendo più giù queste libertà, nonostante l’estate australe, non sono più consentite perché il termometro scende sensibilmente e soprattutto il vento antartico, freddo e a forti raffiche, sconsiglia certe leggerezze nell’abbigliamento.
A Punta Tombo, dicevo, è possibile avventurarsi in un parco marino che è una vera e propria colonia di pinguini. Ce ne sono a migliaia che dalla spiaggia, con la loro curiosa andatura caracollante, si spingono fin sulla vegetazione circostante dove hanno costruito le loro case scavando grosse buche nel terreno anche a diverse centinaia di metri dal mare.
L’uomo può accedere nel parco seguendo percorsi pedonali appositamente disegnati e controllati. I pinguini invece spaziano liberi senza limitazioni di sorta. Ed è qui che, mentre ero accovacciato a terra per scattare una foto, tutto proteso verso sinistra, dalla destra arriva un pinguino che, incuriosito da un bottone luccicante dei pantaloni, comincia a beccarmi con una certa insistenza.
L’insolita scena richiama subito gli obiettivi fotografici dei divertiti presenti mentre io cerco di allontanarmi evitando di toccare lo scatenato animale (è vietato, per intuibili motivi igienico-sanitari).
Al di là di questa personale disavventura, lo scenario è straordinario, sia per la densa popolazione di questi singolari ex-uccelli adattatisi al mare che accettano serenamente la presenza umana, sia per la bellezza della costa a tratti rocciosa e a tratti sabbiosa.
Pinguini a parte, nella penisola Valdez si possono ammirare anche guanachi, armadilli, nandù, colonie di foche, leoni marini, elefanti marini. Chi capita in dicembre (ed è questa l’esperienza più eccitante) può avere anche un incontro ravvicinato con la balena che rappresenta l’attrattiva principale della zona perché in quel periodo viene qui per riprodursi.
Il viaggio verso il sud più a sud del mondo richiama poi il viaggiatore verso le vette più imponenti e suggestive della Patagonia, dal Fitz Roy al Cerro Torre, in Argentina, alle Torri del Paine, in Cile, dove gli appassionati della montagna possono divertirsi avventurandosi in lunghi trekking, a tratti piuttosto faticosi ma eccitanti (per chi se la sente), e vedere da vicino queste splendide guglie specchiarsi nei laghetti formati dai ghiacciai ai loro piedi.
Sono le montagne in buona parte esplorate e censite nella prima metà del secolo scorso da un infaticabile missionario salesiano italiano, Alberto De Agostini. Si racconta che Don Bosco un giorno, alla vigilia dell’ennesima partenza, lo chiamò e gli chiese: “Ma tu fai il missionario o l’esploratore?”
E fu proprio questo piemontese che, per poter meglio documentare e tramandare i risultati delle sue esplorazioni, indusse il fratello Giovanni a fondare l’omonima casa editrice di Novara, specializzata in pubblicazioni di carattere essenzialmente geografico.
Alberto De Agostini si battè anche (ahimè, inutilmente) in difesa delle popolazioni indigene che invece furono sterminate dai colonizzatori soprattutto inglesi. Nel 1960 il missionario salesiano pubblicò in un libro le barbarie cui vennero sottoposti gli indios delle etnie di Ona o Yamana, oggi ricordati nei musei con tanta devozione. E la Terra del Fuoco non ha dimenticato l’opera di Alberto De Agostini al quale si può trovare intitolato un albergo della cittadina cilena Puerto Natales o un traghetto di Ushuaia.
Scenari assolutamente inimmaginabili per le nostre latitudini sono offerti dai ghiacciai patagonici che spingono le loro enormi lingue bianche fin sul lago Argentino, ad appena qualche centinaio di metri d’altezza sul livello del mare.
Il Perito Moreno è il più famoso, anche perché, a differenza degli altri consumati lentamente ma inesorabilmente dagli effetti del riscaldamento del pianeta, è l’unico che è in fase di avanzamento, al punto da aver quasi ostruito un ramo del lago stesso. Alto dai settanta ai cento metri, lungo circa quattro chilometri, il fronte del Perito Moreno è davvero uno spettacolo mozzafiato, un’immagine imponente quasi a perdita d’occhio della straordinaria bellezza della natura.
Nella stagione estiva il silenzio quasi mistico del lago Argentino davanti a questo immensa parete bianca viene interrotto ad intervalli irregolari da fragorosi tuoni, testimonianze sonore di un’immobilità solo apparente e del continuo movimento di questo imponente altopiano di cristalli di ghiaccio.
Sono i rumori dovuti al distacco di intere pareti di ghiaccio che si tuffano nelle acque del lago (in passato l’imprudenza dell’uomo ha mietuto diverse vittime) e formano i cosiddetti “tampanos”, una specie di mini-icebergs che poi navigano liberamente nel lago e vengono altrettanto liberamente modellati dal sole in architetture naturali dalle forme geometriche più audaci ed incredibili: sezioni sferiche e subsferiche, grandi coni di puro ghiaccio cristallino, cilindri di raggio variabile con l’altezza, archi a sesto acuto…. E la stessa luce del sole poi conferisce ai cristalli di ghiaccio riflessi azzurri più o meni intensi, a seconda dello spessore, di una bellezza inimmaginabile. Sembra di attraversare un museo d’arte moderna del bianco e dell’azzurro. Con la natura unica grande artista.

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