L’inverno a Pantelleria

– di Carlo Nicotera

La stagione morta sull’isola tra sapori antichi e il mare che diventa bianco, spazzato dal maestrale.
In certe giornate si vede l’Africa.
La casa accogliente del contadino filosofo dagli occhi azzurrissimi. Le sue previsioni non sbagliano mai.
Storie di famiglia: perché Macerata non è Rabat.
Una trattoria per cambiare vita.
I “finferli” di Battista e un piatto di maltagliati con la salsiccia piccante.

200412-11-1m

200412-11-2m

200412-11-3mDal libro “Lettere dal faro” di Carlo Nicotera, edito da Vele Bianche editori, 108 pagine,14 euro, proponiamo uno dei capitoli.

C’è un maestrale, a Pantelleria, che blocca l’arrivo della nave ormai da sette giorni. Per farti capire di che cosa sto parlando, devi pensare che l’onda di risacca al porto di Scauri, quello che è aperto a sud-sud ovest e che quindi dovrebbe essere al riparo da questa tempesta, è alta quanto il muro della diga foranea. Uno spettacolo pazzesco nella sua proterva bellezza.
Te ne parlo, caro Roberto, perché a questa distanza e con questo gelo che arriva dalla Groenlandia, le nostre isole sono così abissalmente lontane e diverse, che ti viene facile pensare che lo stesso concetto di “isola” è una variabile molto più complessa di quanto ognuno di noi voglia credere.
Così mi godo questo profondo inverno, con tanto di grandine e nevischio, in questo altrettanto profondo Sud. Giusto in mezzo al Canale di Sicilia, con i capperi rintanati nei loro ceppi invernali. E con le nuvole che corrono spesse e grevi molto più in basso dei mille metri della Montagna Grande.
Ed è anche l’occasione, lo spunto direbbero gli scrittori, per parlarti di questo inverno così solitario e smarrito. Una prova del destino per capire quanto sei forte e quanto sei attrezzato alla solitudine, al silenzio, alla capacità di accudirti, pur in presenza di pensieri di abbandono. Così, prepararsi un ottimo brodo di carne – da arricchire con i granoni di pasta all’uovo – è una sfida alla voglia di lasciar perdere tutto e tutti.
Lo stesso, cucinare un vero ragù napoletano, sfidando il destino che potrebbe non farmi trovare la ricotta, per poi andare a casa degli amici e respirare il profumo della salsa stemperata, è un altro modo ardimentoso, ma anche composito, spiazzante, per dirmi che ci sono e che esisto. Come ben sai, non è facile. E non è facile nemmeno se riesci a pescare il sarago che ti porterò, o a camminare per il tuo orto, cercando di proteggere le piantine dei semenzai con un cellophane che il vento fortissimo si ostina a voler portare via.
Bisogna attrezzarsi, per arrivare in fondo alla vita senza troppi malmenamenti. Ecco quel che penso, mentre gli infissi sbattono nei loro cardini, e questa casa da cui nei giorni speciali vedo l’Africa, non è dissimile dal barcone capovolto sulle dune del Dorcester, dove David Copperfield fu iniziato alla famiglia e al piacere dell’infanzia, che è poi il germe che in qualche modo ti dà il gusto della vita.
Attrezzarsi – e non è un pensiero facile – anche perché vedi che chi ci ha provato, spesso è vittima del disinganno. Come il mio amico Turi, il vicino contadino e filosofo di cui tante volte ti ho parlato. Ieri sera ero a cena da lui. E i suoi racconti sono improvvisamente sforati nell’amarezza, che tale rimane anche se viene narrata con l’ironia di chi ha già visto e già sa.
Dunque, tanto per darti un’idea di quest’uomo dagli occhi azzurrissimi, nel pomeriggio mi aveva offerto un po’ del suo vino di zibibbo (15-16 gradi) secco e aromatico. “È buonissimo”, gli dico trasognato. Lui mi guarda compiaciuto. “Soprattutto perché è finitissimo – ride. – Era l’ultima bottiglia, così non avrai modo di cambiare idea sul mio vino…”
Una serata lieve. Io, lui (che a maggio compie 70 anni: “Sapessi come è lunga la vita – mi dice spesso – sapessi come è lunga se riempi bene le tue giornate…”), la moglie, in questi giorni infelicissima perché la sua dentiera fissa le è stata smontata per una improbabile riparazione dopo dieci anni di onorato e impicciato servizio, e il figlio, un furetto intelligente e pronto a prendersi la vita con sveltezza e una essenzialità che scantona ai limiti della amoralità pur essendo un ragazzo pulito, sano. È che Battista ha imparato da subito che l’inverno non è soltanto quello del clima. Ma anche quello delle privazioni, delle cose che non puoi avere, e poi anche di quelle che non puoi fare perché semplicemente non ci sono. Come qui, dove tante cose non ci sono e basta. E se non sei capace, in questi giorni di buio ti prende la voglia di fuggire fuggire fuggire.
Siamo al terzo bicchiere di vino, in attesa che si cuocia la pasta. Gli dico che forse per Pasqua viene mio figlio. “Meno male – fa Turi – così si sta a pranzo insieme. E no come a Natale, che siamo rimasti soli.”
“Ci siete rimasti male – lo conforto – che tua figlia e tuo genero se ne sono andati in Marocco a Capodanno, eh?!!..””. Un’ombra cupa è scesa sulla tavola, e Maria si è messa a trafficare più forte con i fornelli… “Non sono andati in Marocco” racconta lui. “Ma che dici!?”. “Ma sì, loro sono partiti di venerdì. Mia figlia mi chiama il giorno dopo, e mi dice ‘Come va?’. Bene, faccio io, e voi, quando siete arrivati? ‘Stamattina’. Mah! penso. Da Roma ci saranno due ore, due ore e mezzo di aereo. Che razza di ritardo possono avere avuto?… Poi chiedo: ma dove stai? A Casablanca? ‘Non so – risponde Anna – non so’. Allora suggerisco Rabat… E lei fa: ‘Eh sì, siamo a Rabat… Fa una pioggia che non sai… ‘. Beh, lì ho detto va bene ciao, poi ho chiuso il telefono e ho detto a Maria: chissà questi dove sono andati a finire, chissà dove sono… Figurati, avevo visto il tempo, e tutto poteva accadere tranne che piovesse a Rabat…”
Devi sapere, Roberto mio, che Turi è contadino, filosofo e soprattutto meteorologo. Non sbaglia mai. Per esempio, quando ieri soffiava libeccio, e io ho detto che l’indomani sarei finalmente andato a pescare sulla scogliera del porto che volge a nord-ovest, mi ha subito interrotto: “Ma dove vai?… Domani arriva un maestrale forza 12, che devi startene solo a letto. Vedi di non fare cazzate…”. “Ma con questo libeccio…”. “Ti ho detto che domani arriva il maestrale”. E infatti nella notte sembrava che il vento si portasse via l’isola. E la mattina dopo anche negli sprazzi di sole, il mare non era blu, ma bianco bianco bianchissimo. Come i capelli di Turi che, quando ti spiega ciclone e anticiclone, si mette in mezzo al campo arato come se fosse uno spaventapasseri dotato di manica a vento e alza gli occhi al cielo per farti vedere che le nuvole vanno in una direzione e la corrente del mare – la indica con le sopracciglia – va invece nella direzione opposta. Insomma non sbaglia mai. E figurati se poteva credere che a Rabat stesse piovendo, quando lui aspettava la pioggia da sei mesi e la vedeva passare sempre al largo delle sue piante, delle sue cisterne, del suo cuore contadino che sa quanto la pioggia sia “abbondanza di tutto…”.
Insomma, te la faccio breve: la figlia, il genero e i nipoti se ne erano andati a Macerata, dall’altra figlia, a passare un Natale “tra giovani”. E avevano lasciato qui, in mezzo al mare, i due vecchi genitori nel giorno di Natale. Tanto che loro se ne sono rimasti chiusi dentro. Quasi avessero vergogna. E lui non è andato nemmeno al Circolo per la sua solita partita a carte con gli amici della contrada. Il cui nome è Contrada Grazia, anche se in quelle ore deve essergli apparsa come una valle di lacrime, altro che Madonna delle Grazie.
La cupezza di quel ricordo si è dissipata all’istante, quando è arrivata la pasta cucinata dal figlio. Un ottimo maltagliato rigato, fatto con salsiccia piccante tritata e saltata in padella con i funghi di qua – i finferli, li chiamano. Il ragazzo, che fa il pizzaiolo, ha anche imparato a presentare bene le cose. Per cui questo piatto è arrivato con una spruzzata di prezzemolo fresco e pecorino grattato a scaglie.
Insomma, una festa vera. Bella e saporita. Tanto che giocando con le mie (le tue – direi le nostre) solite fanfaluche, ho detto: “Battì, ma perché non ragioniamo di fare una trattoria, un ristorantino, una cosa dove ci mettiamo a lavorare per sei mesi, e con un piatto come questo, e qualche altro che tra te e me riusciamo di sicuro a mettere insieme, proviamo a fare il business? Svoltiamo, cambiamo vita…”
Battista ha cominciato a giocherellare pure lui con l’idea, valutando i sì e i no, le difficoltà tecniche e burocratiche, le ostilità tipiche degli isolani…
Fino a quando Turi non ha tagliato tutto: “Lascia stare… mangiamola noi questa pasta. Mangiamola qui, a questa tavola….Che poi, per mamma e papà non c’è più pasta, e nemmeno posto. Tieni. Bevici su.”

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