L’isola dei crateri laboratorio di un dio

– di Maria Rispoli

La mitica nascita di Vulcano nelle Eolie dove Efesto, figlio di Giove, inventò la lavorazione dei metalli col materiale incandescente del posto e forgiò le armi di Achille ed Enea.
Lo sfruttamento delle risorse minerarie realizzato dal gallese James Stevenson che comprò l’isola, l’addolcì di vigneti e costruì ricoveri per gli operai. L’eruzione del 1888 distrusse ogni cosa. Il film con Anna Magnani e Rossano Brazzi portò in tutto il mondo le immagini di Vulcano. Il rilancio del turismo negli anni Sessanta dopo che Mike Bongiorno vi arrivò col suo yacht e acquistò una villa tra gli eucalipti di Vulcanello.

La prua si avvicina alla banchina del porto di Levante. Il motore tossisce. Interrompe la quiete del mare e quella delle sue guizzanti corse d’argento. Gli occhi affondano nell’acqua catturati dalle bollicine che danzano nel blu. Fa caldo a Vulcano. Anche il sole sembra avvicinarsi all’ormeggio, incuriosito dalle suggestioni dell’isola. La cima alla bitta e, subito, l’ocra colora il respiro della terra. Il paesaggio è roccia e gorgoglìo, istinto primordiale ed aria selvaggia.
L’odore acre dello zolfo si fa sempre più persistente. È profondo, intenso. Avvolge. Attraversa la pelle e stordisce. Sembra scioglierti i pensieri e purificarti lo spirito. Miti e leggende riecheggiano tra gli scogli bollenti, sussurrati da quell’aria intrisa di fumo.

Si narra che l’isola ospitasse le fucine di Ephestos, figlio di Zeus ed Era. Il piccolo dio, nato storpio, fu scaraventato dalla madre giù dal cielo. Caduto in mare venne raccolto ed accudito amorevolmente dalle ninfe Tètide ed Eurìnome. Cresciuto, inventò l’arte della lavorazione dei metalli divenendo signore del fuoco. Si racconta, poi, che scelse l’isola dell’arcipelago eoliano come patria per poter attingere ai suoi crateri ed avere sempre a disposizione tutto quanto gli occorresse. E così, dalle viscere di quella terra, Efesto, circondato dai Ciclopi, suoi ministri, forgiava splendidi tripodi e magnifiche collane, il carro alato del Sole e le armi di Achille e di Enea. Rumori sinistri ed acqua che bolle, zaffate di anidride carbonica e fumi soffocanti.

I greci denominarono l’isola Terasia, cioè terra calda, o Thermessa; più in là, i romani la ribattezzarono Vulcano e la considerarono Hierà, vale a dire terra sacra. Il mistero e le antiche credenze popolari hanno vestito l’isola anche agli inizi del XV secolo quando era usanza porre una croce sull’ormeggio delle navi che cercavano rifugio dalle tempeste per evitare che gli spiriti infernali si divertissero a disormeggiarle.
Superata la banchina il passo di chi guarda si fa lento. Si resta stupiti. Sembra di accarezzare la terra, di afferrare la vita e le sue origini, ci si scopre esploratori di un mondo che pulsa sotto i propri piedi. Tutto ha il sapore della semplicità. Ad accompagnare quel passo c’è solo la natura.
È nuda e forte, prepotente e sconfinata. La sua energia esplode nell’acqua e ribolle nelle vene di chi vi si immerge. Ci si sente piccoli ed impotenti, un po’ intimoriti, ma tremendamente attratti da quella forza che trasforma in calici di champagne l’acqua del mare. Quel passo lento si arresta per ascoltare il respiro della natura. Un respiro per prendere coscienza della propria identità. Un respiro per scoprire la fragilità umana. Un respiro per scottarsi ed aprire gli occhi alla realtà.
Nella pozza dei fanghi naturali l’acqua e la terra si trasformano in terme a cielo aperto. Miscuglio di energia e rimedi antichi.

Secoli che attraversano l’anima dell’isola per affiorare esuberanti tra le mani della gente. I crateri si alternano e si fondono regalando al paesaggio linee sorprendenti.
Vulcanello, Monte Aria, Monte Saraceno e, infine, il più grande, Vulcano della Fossa o Gran Cratere, con le sue ripide pendici ed il cratere spento della Forgia Vecchia.
Vulcano è mare caldo ed avventura. Nuvole di vapore e paure ancestrali. È il battito e la voglia di seguirlo. Spruzzi di vita e pianto di ossidiana. Vulcano è il fiato che si arresta dinanzi ai tramonti di Capo Grillo. È la bellezza delle acque turchesi della piscina di Venere tra rocce di basalto e di tufo. È la lava che, come una ruga, segna il volto dell’isola bruciato dal sole. Laghetti salmastri ed uccelli migratori. Il sapore forte del formaggio di pecora e la dolcezza della malvasia. Costa frastagliata e giunchi pungenti. Vulcano è il fuoco che dondola in una culla. Piange e si solleva, riposa e, poi, scalcia di nuovo. Quella culla è fatta di alberi e di profili rocciosi. Limoneti ed aranceti, odorosi tocchi di luce. Il profumo del rosmarino e quello del cappero.
Uliveti e vigneti. Tuffi di ginestre e preziose ombre di eucalipti. Vulcano è il candore della calce che imbianca le case. Malta, pietre, pali di castagno e di abete. La praticità disegna cubi perfettamente squadrati, ingentiliti, al loro esterno, dai “rifasci”, bordi a sbalzo di colori diversi posti sui lati dell’abitazione e delle porte.

Pareti spesse per trattenere il calore prodotto con il braciere d’inverno e rendere le camere fresche d’estate. Case bianche, case semplici. Case per ospitare contadini e pescatori. Nelle abitazioni dei più ricchi la cucina è grande. Quando fa freddo si dorme sul soppalco per riscaldarsi con il calore generato dal forno. Nel terrazzo, le pulera – tipiche colonne eoliane – sostengono delicati pergolati. Ci sono la cisterna per raccogliere l’acqua piovana e la vasca per la tintura delle reti.
Per lungo tempo gli abitanti di Vulcano erano stati gli schiavi, trascinati sull’isola per lavorare nelle miniere. La condizione di forzati non permetteva loro di sottrarsi all’estenuante attività di estrazione tra i pungenti ed acri fumi sulfurei. I volti ricoperti dalla fuliggine e la nostalgia nel cuore. Gironi danteschi e desiderio di libertà. Lo sfruttamento delle risorse minerarie aveva avuto il suo sviluppo durante il regno dei Borbone e, intorno alla seconda metà del XIX secolo, ad opera di sir James Stevenson. Il gentiluomo gallese amava la cultura e la conoscenza, l’archeologia e la navigazione, la chimica e la natura. Indole di pioniere e cuore di benefattore. La sua prima tappa eoliana fu Lipari, attirato dalle risorse di pomice. Successivamente trasferì le sue industrie a Vulcano per intensificare l’attività di estrazione dello zolfo e dell’allume.
Nel 1870 comprò, dagli eredi del generale borbonico Nunziante, gran parte dell’isola. La sua voglia di fare diede nuovo impulso a quella terra. Nei pressi della voragine del cratere fece costruire una mulattiera e, nelle vicinanze, dei ricoveri in muratura per gli operai. Grazie al suo inesauribile spirito di iniziativa nacquero, inoltre, i primi vigneti. Vulcano si fece rigogliosa e fertile. Alberi e fiori. Grappoli d’uva e fichi. Oleandri e cascate di glicine profumatissimo, lo stesso che adornava la sua preziosa dimora, presto denominata “il palazzo dell’Inglese”. Ciò che aveva creato venne, però, distrutto dalla forza del cratere.

L’eruzione, cominciata la notte del 3 agosto 1888 e terminata il 22 marzo 1890, ricoprì il suo sogno con una pioggia incessante di sabbia e lapilli. Stevenson prese il largo sul suo elegante battello a vapore, il “Fire Fay”, abbandonando per sempre quel sogno, ormai inesorabilmente travolto dalla forza della lava e del fuoco. Dopo la sua morte l’isola fu venduta. Coloro che rimasero a Vulcano si rimboccarono le maniche.
Lentamente rifiorirono pesca, pastorizia ed agricoltura. Le terre del Piano si ricoprirono nuovamente di uva nera e capperi. Le voci dei pescatori iniziarono a riecheggiare nel suggestivo Borgo del Gelso. Per decenni la vita degli abitanti è scivolata via semplice ed autentica, solitaria e spartana seguendo la sola cadenza di quella natura selvaggia ed impetuosa. Poi, la macchina da presa ha immortalato quella bellezza e l’ha donata al mondo. Negli anni ’40 i documentari della Panaria Film e, poi, il film “Vulcano” di William Dieterle con i suoi protagonisti Anna Magnani e Rossano Brazzi. Infine, gli anni ’60. Mike Bongiorno conosce l’isola. Cattura quei momenti fatti di vapore e sabbia nera, di specchi limpidissimi e vento che disegna gli scogli. Mike parla e descrive l’incanto. Si innamora di quei luoghi. Si innamora del silenzio e del calore, della terra e della gente.

Compra una villa tra gli eucalipti di Vulcanello. Trascorre vacanze fatte di pace e di pesca. Sbarca sull’isola con il suo yacht “Ekim”. Irrinunciabile tuta bianca e simpatia.
Le giornate volano tra spruzzi di allegria e pelle di cioccolato. Le serate hanno il sapore dei balli spensierati nati dalle corde di una dolcissima chitarra.
Tra il rosso e l’ocra dello zolfo, Vulcano si veste di mondanità ed accoglie personaggi come Walter Chiari ed Enrico Maria Salerno, Gino Paoli e Mina, Pier Paolo Pasolini ed Alberto Moravia.

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