L’isola dei passeri

– di Giovannella Bruno di Belmonte

Gente e storie di Capo Passero all’estremità meridionale della Sicilia.
I cani color biscotto del cavaliere Leontini. Lo spiritismo del dottor Fortuna.
I Rais della tonnara e il Barone.
L’uomo che legge il vento e predice il tempo.
Il castello-fortezza della regina Isabella. La sabbia rosa della Coda delle Sirene.
Il regalo di Spadalucente.
Scene dopo la pesca dei tonni.

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200605-8-3mIl racconto che proponiamo è tratto dal libro “Baia dei tonni”, pubblicato dalla casa editrice milanese “Lampi di stampa”.

Gibbs non può star ferma per l’eccitazione. E’ appena arrivata a Capo Passero la nuova mademoiselle della Francia, molto carina, fresca, simpatica, croccante. A Gibbs piace molto la gente bella, prova subito grande attrazione per loro e si concede senza riserve. “Mio papà”, dice, qui è il padrone della terra, del mare e anche dell’isola e incalza “invita sempre il Cavalier Leontini padrone dei cani color biscotto a sparare alle lepri e ai conigli messi da nonno Pietro sull’isola quando papà era piccolo. Sparano agli uccelli, anche a quelli che vengono dall’Africa e che si fanno un sonnellino a Malta, prima di posarsi sull’isola, così ha raccontato “Corrauzzo”, il nostro meccanico, nell’officina dei motori. Papà è certamente il Capo anche dei passeri. Per questo l’isola si chiama Capo Passero. Andare con papà è divertente, vedrai: lui è sempre molto allegro e gentile con le nuove mademoiselles, sorride anche con i suoi occhi celeste chiaro e sfodera un sorriso strano e i suoi denti sono bellissimi. Adriana quando viene con noi ha una faccia un po’ annoiata e dopo, quando non ci sono gli altri dice sempre: “Troppi complimenti. Troppi”. Adriana è gelosa, ma non si deve dire”.
Sul vaporetto, quello che controlla tutta la tonnara, e porta l’acqua ai marinai sulle barche, andiamo tutti noi e i fucili e i cani e il medico dottor Fortuna. Mi ha raccontato Adriana che il dottor Fortuna tanti anni fa faceva lo spiritismo alla ‘Casina’ di papà, quando c’era ancora lei, ‘quella signora’, provocando fenomeni misteriosi e inquietanti. Così come al villino di via Guido d’Arezzo a Roma, dove la servitù sentiva gemiti, passi strascicati, rumori di catene. Il dottor Fortuna anche lui arriva con segugi e doppiette, poi ci sono sei marinai almeno, e due figli di un Rais che portano i fucili di papà”.
Di Rais alla tonnara ce ne sono quattro che addirittura sono Capo-rais e questi comandano e decidono su tutto, e tutti per loro hanno un grande rispetto e una assoluta sottomissione. Anche il Barone e i suoi fratelli, che danno del tu ai marinai e a chiunque graviti intorno alla tonnara, al Rais danno del voi di fronte ai tonnaroti e li trattano con un certo riguardo.
Quando arriviamo alle scalette dalla parte dell’isola dove ci sono gli scogli taglienti con tanti buchi, mentre scendiamo dal vaporetto tanti uomini corrono verso di noi. Si chiamano tra loro, si avvicinano gridando e, quando attracchiamo: “Signor barone baciomalemani, voscenza benerica signor barone, voscenza benerica eccellenza” dicono in coro. Lo dicono anche ad Adriana. E poi dicono “Cavalère” all’ingegnere Leontini e “baciamo le mani” al dottor Fortuna (il dottore di Pachino per loro è certamente il più importante di tutti perché sa curare i loro bambini) e a me “Bii-talìa, a baronesse ddachenicachebbeddaene, baciamolemani”. Quando scendiamo tutti si inchinano, camminano dietro di noi e solo don Stefano, il guardiano dell’isola, cammina vicino a papà, ma sempre un passetto dietro però. Intanto papà gli chiede: “Che notizie? Quanti tonni ha pescato Favignana oggi? Se hai visto le luci di Malta ieri sera fai attenzione, domani ci sarà ponente, se devi andare a Porto Palo non t’arrischiare perché non arrivi a terra”. “Voscenza sì” risponde don Stefano.
Papà sa sempre cosa farà il mare. “Oggi è grecale durerà tre giorni”, e ieri ha detto: “Oggi libeccio domani grecale”, e un’altra volta: “Domani vento di ponente non andate a mare che vi porta via”. Lo dice sempre quando c’è questo vento e si capisce perché è il peggiore. Una volta arrivati all’isola, mademoiselle può constatarlo: il racconto di Gibbs è proprio vero, le sembra di averlo già vissuto, tutto si ripete tale e quale.
Adesso il Barone con i suoi figli e gli aiutanti si allontanano verso il castello-fortezza della regina Isabella di Spagna, quella di Cristoforo Colombo. Con cani e fucili scompaiono nella macchia. Spari si seguono agli spari. “Sembra di stare al Luna-park” dice Gibbs felice. “Adesso ti porto nel mio posto segreto, l’ho chiamato Coda delle Sirene”, e la trascina verso la parte opposta al castello. L’isola finisce piatta in una sottile lingua di sabbia rosa formata per metri e metri da lunghe onde orizzontali. L’acqua non alta è così trasparente da sembrare una gigantesca medusa opalescente dimenticata tra rena e mare.
“Ogni anno” dice Gibbs “appena arrivo con Pot ci facciamo portare qui per vedere la nuova forma presa dalla Coda delle Sirene. Oggi per esempio è un’àncora enorme, l’anno passato era un albero ventaglio, due anni fa un pesce spada. Io credo siano le maree e la luna a decidere e spostare le cose. Adriana ha detto “la luna regge la campagna, ritma il mare, il mondo, e se vuoi farti crescere i capelli falli tagliare un poco a luna crescente, e se vuoi che rimangano corti a luna calante”. L’ho chiesto a Madre Giacinta e mi ha detto: “Sì , è vero”.
Bagni d’ombra, bagni di luce nella barca attraccata alla “balata”. Dal tendalino di paglia e cannette, un po’ sghembe un po’ ferite, si intravedono strisciate cobalto. Uno sciacquio cadenzato culla Gibbs abbandonata sulle ruvide assi di vecchio legno. La “Giovanna” è una piccola lancia stanca, adibita solamente ai trasbordi da una chiatta a un’altra, da una “muciara” ai motopescherecci, o all’altra lancia più giovane e solida adatta a solcare il mare fino al “colle”, la sabbiosa costa di Porto Palo.
Onde increspate da un tenue vento, fredda come una lama di pescespada l’acqua di mare nel mese di luglio a Capo Passero.
Sotto la grande “cannicchiata” ombrosa della “balata”, il carrello sceso dalla “loggia” è in attesa dei tonni.
A ridosso della ripida discesa a picco sul mare, una corte di marinai, aiutanti e garzoni, appoggiata al muretto aspetta immobile, si anima solo quando il Rais, con la bandiera segnala dalla tonnara la partenza di due “scieri” carichi (gli scieri sono le barche più capienti delle tonnare). I cavi di ferro scuri e morbidi di morchia della piccola funivia sussultano quando viene azionato l’interruttore, i carrelli si mettono in moto, ancora un sussulto poi uno scende con un lento cigolio verso il largo spiazzo, l’altro sale e scompare nella “loggia”, il magazzino dove si smista tutto il pesce. Tra breve accoglierà un esercito di nere spoglie: tonni, pescespada. Anche i “pudicineddi”, i cuccioli dei pescespada e i piccoli di pescecane spacciati per palombi si fanno compagnia sul carrello senza lasciare alcuno spazio. Vengono trainati elettricamente sulle rotaie piano piano fino a quando carrello e ruote sono ingoiati al peso nel grande portone aperto sul nero della “loggia”.
Dall’amministrazione una porticina quasi nascosta immette al soppalco soprastante il vano bilancia. A volte, per non obbligare gli ospiti a scendere nella “loggia” sempre scivolosa di liquame e sangue, il Barone controlla da lassù i controllori del peso. Se interviene per correggere qualche errore, senza mai sottolinearlo, basta un suo sguardo a rimetterli in carreggiata. Alelunghe e tonnetti vengono gettati a braccia nelle larghe ceste così gli “sgamirri”, tozzi e compatti di acciaio luccicante. Salgono verso la “loggia” le care salme, saranno appesi per la coda tonni e pescespada a vomitare il loro sangue prima di essere tagliati a pezzi, pressati, salati nelle tinozze di legno.
Con gli spadini dei pulcinella si fanno piccoli pugnali. Sotto all’impugnatura si incide e colora lo stemma sabaudo e lo stemma baronale. Un coraggioso e vecchio marinaio della tonnara chiamato Spadalucente ha regalato a Gibbs una spada di pescespada adulto da lei tenuta in gran conto anche quando nei giorni di scirocco improvvisamente sembra riprendere vita, emanando un tremendo odore di soprassata.

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